martedì, 27 giugno, 2017
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(LONDRA) "Roman Tragedies" e "Obsession", regia di Ivo van Hove - Il teatro si attualizza e si appropria della cinematografia. -a cura di Beatrice Tavecchio

Toneelgroep Amsterdam, “Roman Tragedies”, Bart Slegers, Roeland Fernhout, Hugo Koolschijn, Chris Nietvelt e Eelco Smits. Foto Jan Versweyveld Toneelgroep Amsterdam, “Roman Tragedies”, Bart Slegers, Roeland Fernhout, Hugo Koolschijn, Chris Nietvelt e Eelco Smits. Foto Jan Versweyveld

Roman Tragedies
da William Shakespeare
Prodotte dal Toneelgroep Amsterdam
Regia di Ivo van Hove
scenografie e luci di Jan Versweyveld
Con Gijs Scholten van Aschat (Coriolano), Frieda Pittoors (Volumnia), Eelco Smits (Bruto), Hans Kesting (Antonio), Maria Kraakman (Ottaviano), Chris Nietvelt (Cleopatra), Hélène Devos (Porzia e Ottavia)
Londra, Barbican Theatre, 17-19 marzo 2017

Obsession (Ossessione)
da Luchino Visconti
regia di Ivo van Hove
con Jude Law sarà al Barbican Theatre dal 19 aprile al 20 Maggio 2017

Il teatro si attualizza e si appropria della cinematografia

Roman Tragedies fu presentato al Festival di Avignone nel 2008. Ora al Barbican, ha creato l'evento dell'anno. Perché?
Ho comprato cibo e bevande, ho mangiato e bevuto, mi sono accomodata sui divani, ho seguito gli attori con la traduzione in inglese ai loro piedi sugli innumerevoli schermi TV e gigantografie degli stessi sulle pareti del rettangolo interno del palcoscenico, insieme a centocinquanta, duecento altri spettatori stipati sul palco grande, ma non immenso del Barbican.
Quasi sei ore di spettacolo con brevi intervalli, tre tragedie shakespeariane: Coriolano, Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, ridotte all'essenziale conflitto che delinea e segue la lotta per il potere, tra plebei e patrizi in Coriolano, tra repubblica e dittatura in Giulio Cesare e tra Pompeo, Antonio e Ottaviano con l'emergenza del potere assoluto in Antonio e Cleopatra.
La modernizzazione di Van Hove presenta una scenografia d'uffici open space, invasi da schermi e divani moderni situati anche su livelli rialzati e costumi per lo più d'abiti a due pezzi, per alludere alle lotte di potere che dai testi originali possono essere traslate al mondo degli affari e alla politica. Generi, età e tendenze sessuali rispecchiano le tendenze attuali. Ottaviano è impersonato da Maria Kraakman in tacchi a spillo. La dama di compagnia di Cleopatra e Ottavia mostrano tendenze omosessuali.
Il teatro del Barbican ha mille cento cinquantasei posti, su quattro livelli. Un numero enorme di spettatori da gestire. Ivo van Hove, il regista, ha abbracciato l'impresa, temeraria, piena di potenziali rischi non solo al livello base di sicurezza e per gli spettatori e per gli attori, entrambi in scena, ma anche a livello interpretativo con gli attori ristretti, circondati, spinti dallo straordinario numero di persone che li circondano, a cui è stato dato il permesso di muoversi sul palcoscenico, di comprare, mangiare, bere, di usare l'internet del teatro per mandar messaggi, di fare foto, di scambiare posti sui vari divani a piacimento. Un po' come andare ad una rappresentazione di teatro di strada, verrebbe da pensare. Con tutti liberi di fare quello che vogliono, tra cui seguire lo spettacolo. Non è proprio così.
La ristrettezza dello spazio e la sovrabbondanza degli spettatori, accresce di misura la claustrofobia della scena e sottolinea la potenza interpretativa di questa incredibile compagnia. La dizione che è contrassegnata da enorme chiarezza, la pulizia alla ricerca dell'essenzialità del messaggio nella nuova traduzione di Tom Kleijn dei testi shakespeariani, e la musicalità della lingua coi suoi toni melodiosi a cui fanno da contrappunto le consonanti aspre, sputate, sorpassano le difficoltà di una rappresentazione che lo spettatore vede, ma deve leggere in traduzione sui teleschermi. Un po' come andare al cinema o seguire l'ultimo giallo nordico alla tivù. Sí, c'è anche questa sensazione, ma non è tutto.
Ivo van Hove mette in gioco tutte le carte del repertorio teatrale. Da quanto imparato dalle tecniche di Grotowski che circondava l'azione degli attori sul palco con spazi ristretti e appositamente costruiti per gli spettatori intorno all'azione degli attori, partecipi psichicamente, ma staccati fisiologicamente dall'azione della rappresentazione. Mentre i cubitali sms in super imposizione che informano velocemente e succintamente il pubblico sugli eventi non rappresentati, la proiezione in neon rosso delle date di nascita e di morte dei vari eroi, e a contrasto le immagini relative alla guerra tutt'ora in corso nel medio oriente visibili in dimensione ridotta sugli schermi televisivi, più l'uso di notiziari e interviste TV dal vivo e su teleschermi, possono trovare un filo conduttore che rimanda alle proiezioni su fondali usate da Piscator, Mayerhold e Brecht coll'intento di fornire il contesto storico della rappresentazione e diventando loro al tempo stesso parte scenografica della rappresentazione.
I rimandi ai Maestri sono dovuti, così come lo è il riconoscimento che Ivo van Hove ha esteso i loro esperimenti, sia per volume che per rinnovamento. Perché ha anche incamerato tecniche cinematografiche per potenziare la rappresentazione teatrale. Ha infatti assorbito e incorporato il linguaggio del cinema e lo ha asservito al medio teatrale. Come? Una telecamera con operatore, segue e proietta al tempo stesso su tutti gli schermi le immagini degli attori girate in primo piano. Il risultato per lo spettatore è di assistere a qualcosa che si presenta sfaccettato come un cubismo teatrale: la rappresentazione in scena, il primo piano dell'interpretazione degli attori, il contesto storico sugli schermi, gli spettatori sul palco ed in platea anch'essi ripresi dalla telecamera per la loro vicinanza agli attori, pubblico che aggiunge un altro livello interpretativo. Uno spettatore riconoscendosi, proiettato sul teleschermo gigante, prima si mostra contento, saluta, poi si trova imbarazzato ed alla fine si toglie il maglioncino a righe che veramente non gli stava bene! Un attore, a torso nudo, lascia il palco seguito dal cameraman che lo riprende, lo vediamo correre lungo le scale d'uscita del teatro, risalire un piano, uscire dal teatro, buttarsi sull'asfalto della strada che dà accesso ai parcheggi, la telecamera riprende un passante che, data un'occhiata all'attore, si dilegua dietro l'angolo; un altro passante scende con un vassoio di cibo pronto dalla strada in discesa verso l'attore, il suo viso esterrefatto sul grande schermo del palco.
Il miscuglio di rappresentazione tragica e il presente dà qui respiro all'opera e crea un diversivo comico nell'atmosfera esasperata e densa del racconto essenziale e pregno di drammaticità della scena.
Siamo al teatro-documentario? al teatro neo-realista? Van Hove sta certamente andando in questa direzione.
Le riprese dal vivo degli attori, sorpassano per immediatezza espressiva le riprese cinematografiche che possono essere ripetute varie volte e alla fine edite. Gli attori non hanno scampo, recitano qui ed ora senza intermediari. È un'impresa enorme, per loro attori che vedono ogni espressione visiva ingigantita dalla proiezione, così che la loro rappresentazione deve essere naturalistica, come per il cinema, ed evitare le sottolineature drammatiche del teatro.
In conclusione Ivo van Hove ha creato un evento teatrale che ha saputo gestire magistralmente, allargando i mezzi a disposizione del teatro ed al tempo stesso mantenendo la priorità dell' interpretazione e della rappresentazione sul mezzo cinematografico.

Beatrice Tavecchio

Ultima modifica il Martedì, 21 Marzo 2017 21:05

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