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Mercoledì, 02 Aprile 2014
Pubblicato in Interviste

Arianna Scommegna è un'attrice milanese che nel 1996 si diploma alla Civica Scuola d'Arte Drammatica "Paolo Grassi" e fonda, insieme ad un gruppo di compagni di accademia, la compagnia Atir. Sotto la guida della regista Serena Sinigaglia la compagnia cresce e trova casa, otto anni fa, nel Teatro Ringhiera, nella periferia sud di Milano. È vincitrice di diversi premi, tra cui il Premio Critica nel 2010, conferitole dall'Associazione Nazionale dei critici di teatro. La incontro a Genova in occasione di un paio di repliche di La Molli (29-30 marzo Teatro Altrove), monologo che risale a qualche anno fa con la regia di Gabriele Vacis, ispirato al monologo di Molly Bloom dell'Ulisse di Joyce. Come il flusso di coscienza che regola il pensiero di Molly nel romanzo così come nella messinscena, Arianna risponde d'un fiato e con generosità alle mie domande.

Nel libro appena uscito Le buone pratiche del teatro (edito da Franco Angeli), Mimma Gallina e Oliviero Ponte di Pino riflettono, tra le altre cose, sui difetti del teatro italiano, tra cui spiccano il maschilismo e la gerontocrazia. Cosa ne pensi? Che tipo di esperienze hai avuto in proposito?

Penso che sia verissima la riflessione che fanno Oliviero e Mimma. Io non ho ancora lavorato, a parte la mia realtà del Teatro Ringhiera, in un teatro dove il direttore fosse una donna. Credo che questo sia lo specchio di una società ammuffita, non solo nel teatro. Il teatro riflette quello che accade nella società, negli ospedali, nelle scuole, nei ministeri, nelle aziende. Il nostro é un paese vecchio e stantio, che ha favorito la crescita del pensiero clientelare e mafioso. Maschilismo e gerontocrazia significano immobilità, e l'immobilità permette di mantenere lo stato delle cose, assicura il potere sempre nelle mani delle stesse persone o dei loro figli. Rompere questa catena significa intraprendere una lotta contro titani. Io e la mia compagnia in questi vent'anni abbiamo cercato di costruire una realtà alternativa che fatichiamo tantissimo a tenere in vita. Abbiamo ottenuto anche dei finanziamenti e questo è stato un bell'incoraggiamento, ma la strada è lentissima, e a nostra volta non siamo più giovani. Sono quelli che oggi hanno venti anni meno di noi ad avere bisogno di spazio perché rappresentano di più l'epoca che si sta vivendo... è un gatto che si morde la coda. In questo senso la fondazione Cariplo, in Lombardia, ha fatto molto perché ha deciso di stanziare una parte di fondi per la cultura, investendo nei giovani e nelle realtà in via di sviluppo. Noi siamo riusciti ad ottenere un finanziamento triennale da investire nella "buona gestione", ovvero nella parte tecnica e organizzativa dell'associazione. Un'altra buona notizia è che il comune di Milano ci ha tolto l'affitto del teatro, riconoscendo alla compagnia il valore sociale che svolge per la comunità cittadina.

Cosa pensi del caso del Teatro Valle occupato di Roma?

Tutte le volte che mi capita di passare da Roma cerco sempre di fare un salto al Valle. Ogni volta vedo spettacoli interessanti e di qualità, l'ultimo che ho visto è stato Mamma Medea di una compagnia belga. Io sono felice che il Teatro Valle sia occupato, è una realtà unica in Italia, in un momento storico come il nostro in cui non ci si ribella quasi più a niente perché c'é tanta disillusione e sfiducia. Il Valle occupato è per me una sacca di resistenza. Un luogo nel cuore di questa nostra capitale dove c'è qualcuno che dice "no, io in queste istituzioni non mi riconosco e vorrei realizzare qualcosa d'altro". È difficilissimo, sicuramente anche pieno di contraddizioni, ma sinceramente per me è un punto di riferimento. Per me quello che fanno al Valle è prezioso, lo sostengo e spero che riescano presto ad ottenere un riconoscimento, anche se non c'è molto da sperare visto che raramente nel nostro paese le cose belle e di valore vengono premiate. Ma io sono fiduciosa.

All'interno del panorama teatrale italiano, come si presenta la tua compagnia? Quali sono i suoi punti di forza e le differenze rispetto ad altre realtà che conosci?

La mia compagnia, l'Atir, quest'anno compie 18 anni. Atir è cresciuta, soprattutto si è moltiplicata, nel senso che ora le riunioni le facciamo in venti almeno!
Più che una compagnia teatrale é una micro-realtà che comprende non solo attori e regista, ma anche scenografi, costumisti, attrezzisti, musicisti, organizzatori, scrittori, macchinisti, utenti di cooperative sociali, educatori, drug king e drug queen, adolescenti, bambini, anziani, fotografi, architetti, transgender, casalinghe, avvocati, dottori, danzatori, agronomi.....
Atir ha sede al Teatro Ringhiera, in periferia sud di Milano, e questo luogo da ormai otto anni ci fa da casa e proprio da quando abbiamo una casa siamo cresciuti e ci siamo trasformati sempre di più e abbiamo potuto ospitare le persone più diverse cercando di offrire loro un luogo accogliente. Da semplice compagnia teatrale siamo diventati una realtà sociale. La "scusa" che ci unisce è proprio il teatro, che noi amiamo alla follia, che sta diventando sempre di più un luogo dove incontrarsi, dove poter esprimere dei desideri e provare in qualche modo a realizzarli. Un luogo dove favorire la creatività dell'individuo mettendolo in contatto con altri individui. Proprio in questi giorni "voli di cartone" (un gruppo di scenografi, costumisti, attrezzisti, macchinisti nato all'interno di Atir) sta risistemando tutta una zona di laboratorio sotto il Teatro Ringhiera dove realizzare scenografie, mobili, istallazioni, mostre fotografiche, laboratori creativi.
In Atir non c'è un capo, c'è un leader: Serena Sinigaglia, e lo è non perché impone la sua figura, ma perché si è costruita negli anni il ruolo di guida e le viene riconosciuto per come lo gestisce. Un punto di forza di Atir è proprio l'eterogeneità delle parti che la compongono, l'alto numero di persone coinvolte che ha una forza straordinaria. Allo stesso tempo può essere anche un punto di debolezza perché prendere decisioni in venti è più difficile che in tre, ci si mette molto più tempo, richiede che tutti si tengano aggiornati su quello che accade e ognuno si assuma le proprie responsabilità.

Ho sentito dire da attrici tue coetanee che hanno difficoltà a lavorare per motivi legati all'età: sono sempre o troppo giovani o troppo vecchie. Pare che il teatro abbia meno ruoli da offrire alle quarantenni. Cosa ne pensi? Hai mai vissuto questa "discriminazione anagrafica"?

Penso che sia difficile lavorare in genere, non è solo una questione di età. Io penso che un attore si debba costruire un suo percorso, personale, autentico, che lo renda particolare. Questo può essere un modo per essere indipendenti. Sinceramente io mi sento così innamorata del teatro che quando ho un momento libero e non lavoro, me lo invento. Se dovessi aspettare di ricevere una parte adatta a me e alla mia età penso che forse raramente potrei trovarmi al momento giusto nel posto giusto. Desidero costruirmi il mio percorso così che ogni stimolo esterno sia un arricchimento in più. Non potrei vivere, sia economicamente, sia emotivamente, se aspettassi una parte adatta a me e alla mia età. A parte il fatto che a teatro non è come al cinema, io posso anche fare un uomo, una vecchia, una bambina....il teatro è meraviglioso per questo!

Molti teatri lamentano mancanza di pubblico e difficoltà nella fidelizzazione degli spettatori occasionali. Secondo te come si può affrontare la questione delle platee semivuote? Quale è l'identikit del pubblico del Teatro Ringhiera, se è possibile disegnarne uno?

Perché una persona dovrebbe fare la fatica di prepararsi, uscire, imbattersi nel traffico e nei tubi di scappamento delle auto e pagare per vedere uno spettacolo? Questa domanda è importantissima e chi gestisce un teatro deve porsela quotidianamente. Senza il pubblico il teatro non c'è, non si può fare. Quello che abbiamo capito in questi anni, osservando la gente che viene al Teatro Ringhiera, è che la risposta sia nella ricerca di un senso di appartenenza. Chi va a teatro oggi vuole avere un punto di incontro, un luogo dove stare insieme, ritrovarsi. Soprattutto in città come Milano, dove l'aggregazione è rimasta principalmente nei locali serali, il teatro è ritornato ad avere una funzione sociale. Il pubblico del Ringhiera vuole stare con gli attori e con le persone che frequentano il Ringhiera. Bersi un bicchiere di vino e mangiarsi un panino. Vuole socializzare, scambiarsi pensieri, passare anche solo una bella serata tra gente che ha voglia di sorridere.
Il pubblico del Ringhiera è molto variegato, rispecchia l'anima dell'associazione che ama un teatro semplice, popolare, che fa riflettere, accessibile, divertente, credibile e intenso. Non sempre accade, questo è ovvio, ma ci si prova. E quando non accade si ascoltano le critiche. Infatti abbiamo chiesto anche al pubblico di partecipare alle riunioni una volta all'anno, ovviamente non tutti hanno scelto di partecipare, ma un inizio con una cinquantina di persone c'è stato.

Quando hai deciso di diventare attrice e quali sono stati gli incontri cruciali nel tuo percorso (a parte quello con i tuoi compagni della Paolo Grassi con cui hai fondato l'Atir)?

Ho sempre voluto fare l'attrice. Da quando ho memoria io ricordo di aver sempre detto che volevo fare teatro. La prima persona che è stata fondamentale per me è stata la mia insegnante di italiano delle medie, Federica Nin. Quando in terza media le dissi che volevo fare teatro lei mi disse che prima dovevo studiare. Non sono diventata una secchiona, ma non ho mai dimenticato le sue parole. Poi alle superiori il nostro professore di disegno ci ha portati a vedere La fura dels baus e Danio Manfredini, che mi hanno sconvolta: i primi per la forza dirompente e incidente sul pubblico, il secondo per l'umanità straziante, profonda, tenera e irriverente.
Alla Paolo Grassi ognuno dei miei insegnanti ha lasciato un segno in me: Maria Consagra per lo studio del corpo nella recitazione, Gabriele Vacis per lo studio sulla parola, Giampiero Solari per la ricerca dell'energia nell'azione e nella reazione teatrale, Armando Punzo per la motivazione della presenza dell'attore, Gigi Dall'Aglio per l'onestà intellettuale di chi opera in teatro, sia esso attore regista o scenografo. Con Vacis e Dall'Aglio ho realizzato anche dei monologhi che tuttora porto in scena.
Recentemente ho conosciuto e lavorato con Peter Stein, per me è stato un incontro straordinario, un grande maestro che sa lavorare con gli attori, nel senso che costruisce un dialogo, una relazione dove il teatro è qualcosa che scorre tra il regista e l'attore, un flusso in movimento. Non c'è un'idea immobile che viene spiegata e poi realizzata. Gli attori con il regista cercano la vita tra le parole del testo e nei corpi dei personaggi, insieme. Con Stein io mi sono sentita a casa. Eppure siamo così diversi.

Che differenze ci sono tra l'Arianna che interpretava Giulietta nell'ormai storico allestimento scespiriano d'esordio nel 1996 rispetto a quella di oggi?

Intanto sono una mamma, e questo mi ha cambiata moltissimo, non perché penso che la maternità sia la realizzazione di una donna, ma perché penso che sia una di quelle esperienze che mi hanno fatto proprio sentire i piedi per terra. Ridimensiono i miei problemi, le paure, mi confronto con un'altra creatura che ha bisogno di me e io ci devo essere, ed è bello esserci, anche quando mi fa arrabbiare. Mi confronto con le parti più in ombra perché c'è qualcuno che mi guarda e me le fa vedere.
Dal '96 sono passati 18 anni. A 18 anni si prende la patente, si esce di casa, si firmano le giustificazioni, sono successe talmente tante cose! Molti amici e compagni sono ancora con me, quotidianamente con me portano avanti questo sogno del Teatro Ringhiera, altri si sono allontanati o non ci sono più e ci mancano da impazzire. La paura di andare in scena non è passata, anzi, forse la consapevolezza l'ha aumentata, ma sento che si è allargato il mio sguardo, prima ero solo concentrata su di me e sui miei problemi, ora riesco a metterli un po' più da parte. Certo, sono un'attrice, per cui ho un ego spropositato ma in questi anni ho allenato il mio occhio e il mio cuore a leggere altri mondi, diversi dal mio. Può sembrare una banalità, ma per me è stato il cambiamento più forte. Il lavoro di gruppo in tutti questi anni ha favorito sicuramente un'apertura di sguardo, ma anche l'autoironia ha aiutato. Non sempre riesco ad averla, ma quando ci riesco mi sento che fa un gran bene! Un altro grande cambiamento per me è che ho smesso di fumare! Per un tossicodipendente smettere è un salto mortale.
Lo strumento dell'attore è se stesso. Io per migliorare ho bisogno di prendermi cura del mio strumento, sotto tanti punti di vista, fisico, intellettuale, spirituale, coltivando la curiosità umana di incontrare e conoscere realtà e mondi diversi dai miei.

Quale è il tuo prossimo progetto lavorativo?

Con la mia compagnia faremo uno spettacolo con la regia di Serena Sinigaglia che si chiama Alla mia età mi nascondo ancora per fumare di Rayana, pseudonimo di una drammaturga franco- algerina, perseguitata per idee politiche e trasferitasi dall'Algeria a Parigi. Un testo dove ci sono otto donne in un hammam, molto divertente ma anche tragico, che fa riflettere.
In autunno lavorerò con Giampiero Rappa e Filippo Dini al testo di Rappa Il coraggio di Adele che andrà in scena a Milano al Franco Parenti. Sono molto felice di questo incontro, con Filippo ho avuto modo di lavorare per un breve periodo, ma mi sono trovata benissimo, con Giampiero non ho mai lavorato ma lo stimo moltissimo.
Il prossimo anno lavorerò ancora con Veronica Cruciani, regista romana con la quale ho già lavorato in due spettacoli e con la quale mi trovo in sintonia. Viviamo in due realtà differenti ma abbiamo molte cose in comune e ci sentiamo vicine nel modo di vivere il teatro. Se tutto va bene abbiamo in programma uno spettacolo con Maria Paiato, una grandissima attrice che stimo infinitamente.

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