sabato, 26 maggio, 2018
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Lunedì, 26 Febbraio 2018
Pubblicato in Interviste

Sono i 40 anni della compagnia Aterballetto e a quarant'anni la maturità e la voglia di cambiamento nel segno di un'identità acquisita e consolidata stanno nell'ordine della cose. «Nata nel 1977 come Compagnia di Balletto dei Teatri dell'Emilia Romagna diretta da Vittorio Biagi, dal 1979 ha assunto la denominazione Aterballetto sotto la guida di Amedeo Amodio. Formata da danzatori solisti in grado di affrontare tutti gli stili, Aterballetto gode di ampi riconoscimenti anche in campo internazionale. Dopo Amedeo Amodio, che l'ha diretta per quasi 18 anni, e Mauro Bigonzetti direttore artistico dal 1997 al 2007 e Coreografo principale della Compagnia fino al 2012, dal 2008 la Direzione artistica è affidata a Cristina Bozzolini, già prima ballerina stabile del Maggio Musicale fiorentino». Un sintetico excursus storico che dà conto di una realtà longeva, per certi versi all'avanguardia nel panorama della storia recente della danza che vive nel più ampio contesto della Fondazione Nazionale della Danza, fondazione nata nel 2003 e naturale prosecuzione del Centro della Danza, già Centro Regionale della Danza. La Fondazione Nazionale della Danza con soci fondatori la Regione Emilia-Romagna ed il Comune di Reggio Emilia svolge la sua attività principale di produzione con il marchio Aterballetto, ma in essa confluiscono alcune fra le più significative esperienze maturate nel campo della danza non solo nell'ambito della regione, bensì dell'intero Paese, che ne fanno un'esperienza unica sul territorio nazionale: Corsi di Alta Formazione Professionale per Giovani Danzatori ed Insegnanti, l'organizzazione di manifestazioni e rassegne di danza, di iniziative di promozione e diffusione della danza volte ad approfondire e stimolare l'interesse e la conoscenza del pubblico verso questo linguaggio. Ed è in questo contesto storico e del presente che pare doveroso contestualizzare la nomina a direttore della Fondazione Nazionale della Danza di Gigi Cristoforetti, ideatore e direttore artistico di TorinoDanza che succede a Giovanni Ottolini e di Pompea Santoro quale direttore artistico che assume il ruolo di Cristina Bozzolini. Il neodirettore Gigi Cristoforetti pone l'accento sul cambiamento dei vertici di Aterballetto e sui futuri progetti della fondazione.

«I cambi di direzione sia per quanto riguarda TorinoDanza che per il mio ruolo nella Fondazione Nazionale della Danza sono stati caratterizzati da uno stile che, mi verrebbe voglia di dire, si riscontra poco nei passaggi di consegne in Italia. Credo che questo sia un bel segno di maturità e di responsabilità che non deve essere dato per scontato e che mi piace sottolineare. Fabrizio Montanari e Azio Sezzi, i presidenti entranti e uscenti, così come Giovanni Ottolini sono stati molto accoglienti, abbiamo lavorato bene insieme per un passaggio non traumatico, ma rispettoso dell'istituzione che presiedo e della sua storia, oltre che della sua identità».

Insomma nessun cambiamento traumatico, nessuna rivoluzione all'orizzonte?
«Rivoluzione no, ma molte novità, spero proprio di sì. Per quanto riguarda la compagnia credo che siamo al cospetto di un ensemble maturo, che ha saputo negli anni rinnovare il suo repertorio e che è un'eccellente compagnia».

Se si pensa a lei si pensa anche a una danza contemporanea un po' di rottura...
«L'Aterballetto è una compagnia che danza e questo è da ribadire. In questa direzione della danza si pone il lavoro realizzato con Hofesh Shechter e Cristiana Morganti, in scena all'interno del Festival Torino Danza e a Gorizia in occasione di NID New Italian Dance Platform. E se lo specifico di Aterballetto è la danza non mancheranno occasioni per coniugare danza e teatro. In particolare penso ad una coproduzione rivolta proprio al mondo italiano del teatro».

Ha in cantiere già qualcosa che va in questa direzione?
«In programma abbiamo la realizzazione di una coproduzione che porterà alla messinscena della Tempesta di Shakespeare col coreografo Giuseppe Spota. L'idea è quella – quando possibile – di esplorare il rapporto fra danza e teatro, tendendo conto che oggi stabili e tric hanno la possibilità di aprire sezioni dedicate alla danza, in una prospettiva di diversificazione dei pubblici, nella consapevolezza che sempre più spesso la scena contemporanea vede la coesistenza di danza e teatro. Nel segno di una memoria della contemporaneità si pone la coproduzione col teatro Bellini di Tango Glaciale di Mario Martone, spettacolo del 1982 che il regista napoletano realizzò con la sua compagnia Falso movimento mostrando le strette connessioni possibili fra teatro e danza. A distanza di tanto tempo riproporre Tango glaciale è un modo per documentare ciò che è stato non per nostalgia ma per meglio comprendere quello che accade oggi o come siamo arrivati a fare quello che oggi si fa in scena».

Tutto questo con che obiettivo?
«Teatro e danza hanno una loro complementarietà, i rapporti fra i due linguaggi sono spesso materia degli allestimenti contemporanei, di questo bisogna tener conto e bisognerà farlo sempre di più. Ciò ha una sua influenza non solo sulle programmazioni, ma anche sul pubblico. Tenendo conto di questo scenario il mio obiettivo è mettere in atto ogni possibile strategia per favorire una promozione della cultura della danza sul territorio e in Italia».

In che modo?
«Reggio Emilia è sede della Fondazione Nazionale della Danza che credo possa avere tutte le potenzialità necessarie per avviare una promozione della cultura della danza che non si limiti alla produzione di spettacoli, ma possa offrirsi come punto di riferimento per chi vuole programmare, diffondere, far conoscere il linguaggio della danza».

Concretamente questo come si può realizzare?
«Con la capacità di creare reti e azioni comuni. L'aspetto produttivo è importante, ma non è l'unico, soprattutto per un soggetto pubblico come è la Fondazione Nazionale della Danza in cui forte è la partecipazione del Comune di Reggio Emilia e della Regione Emilia Romagna. Per questo motivo ho avviato una serie di incontri con Platea dell'Agis, il network che riunisce tutti i teatri nazionali e i Tric con l'obiettivo di metterci al servizio di quelle realtà teatrali italiane che vorrebbero avere un cartellone di danza, ma non hanno competenze al loro interno, oppure vogliono appoggiarsi alle competenze maturate in fondazione. La Fondazione Nazionale della Danza potrebbe contribuire a diffondere la danza contemporanea nei teatri italiani con in più la possibilità di offrire pacchetti formativi e informativi che contribuiscano a costruire un tessuto di informazioni atte a rendere lo spettatore sempre più consapevole. A questo sguardo di promozione e diffusione della cultura della danza in Italia si deve, poi, inevitabilmente affiancare uno sguardo all'estero».

E come?
«Da un lato è sempre più necessario costruire relazioni internazionali, avere partner europei che permettano di costruire occasioni di incontro e confronto, che siano da stimolo a chi fa danza in Italia ma che rappresentino anche un'occasione per allargare lo sguardo dello spettatore. Si tratta di coltivare un respiro sempre più internazionale attraverso momenti di programmazione (la Nid- piattaforma della danza italiana, sarà a Reggio nel 2019) e di promuovere e far conoscere quanto la danza italiana può offrire anche oltreconfine. Non solo Aterballetto, naturalmente».

In tutto ciò la Fondazione Nazionale della Danza avrà un ruolo centrale?
«Lo dice il suo stesso nome. Mi piacerebbe che Reggio Emilia e Fondazione Nazionale della Danza sempre più fossero il punto di riferimento nazionale per la danza contemporanea, sia per conoscere le tendenze europee e internazionali, sia permettendo a chi viene da fuori di avere contatti concreti con il panorama e gli artisti della danza italiana. Devo dire che questa vocazione internazionale e la capacità di lavorare in modo flessibile e interattivo è già connaturato in Aterballetto piuttosto che in fondazione. Si tratta di un buon segno, di una predisposizione importante che permette veramente di lavorare in una direzione volta a potenziare la capacità non solo produttiva ma anche culturale della danza nell'ambito dello spettacolo dal vivo. Insomma le premesse ci sono, ora bisogna lavorare perché tutto ciò si realizzi pian piano, ma con l'idea che fare danza oggi vuol dire fare nuove creazioni, ma anche lavorare nella direzione di una consapevolezza culturale.».

Sabato, 10 Febbraio 2018
Pubblicato in Interviste

Rosario Guerra nasce a Napoli e riceve la sua formazione in danza classica e contemporanea presso la "Scuola Spazio Danza" diretta da Annalisa Cernese dove in quegli anni viene selezionato come "Young Talent" per una creazione di Antonio Colandrea "Sorriso Verace". All'età di sedici anni riceve una borsa di studio dalla "Scuola del Balletto di Toscana" di Firenze diretto da Cristina Bozzolini dove quasi subito ne diviene membro al "Junior Balletto di Toscana" ballando nelle coreografie di Arianna Benedetti, Mauro Bigonzetti, Michele Merola, Fabrizio Monteverde, Cristina Rizzo ed Eugenio Scigliano. Tra il 2009 e il 2010 è solista al "Balletto Teatro di Torino" diretto da Loredana Furno. Dopo essere entrato a far parte della compagnia "Gauthier Dance", Rosario si esibisce nelle coreografie di Eric Gauthier, Alejandro Cerrudo, Jiří Kylián, Paul Lightfoot e Sol León, Christian Spuck, Jirí Bubenícek, Itzik Galili, Marco Goecke e Cayetano Soto. Nel 2011 viene premiato da Danza&Danza come miglior danzatore italiano all'estero e in seguito viene nominato uno dei migliori ballerini della stagione 2012/2013 dalla rivista inglese "Dance for you Magazine". Nel 2016 "Jahrbuch Tanz" lo nomina come Danzatore maschile dell'anno e in contemporanea anche la rivista tedesca "Tanz" lo proclama nuovo arrivo del mese di novembre 2016. "Dance for you Magazine" lo nomina come miglior giovane ballerino dell'anno e due volte come miglior ballerino maschile dell'anno come Principal Dancer. Danza&Danza gli assegna, ancora una volta, il Premio come miglior interprete dell'anno 2016 e "Tanz" lo nomina ballerino dell'anno 2017.

Carissimo Rosario, quando hai inteso che la tua vena artistica sarebbe stata orientata verso la disciplina coreutica? Perché hai cominciato a ballare e com'è nata la tua passione per la danza?
Sin da piccolo ricordo che era un continuo muovermi, ogni qual volta sentivo musica e canzoni cominciavo a fare dei movimenti così strani che rendevano mio padre molto fiero, infatti fu proprio lui a propormi di entrare in una scuola di danza, esattamaente come mia sorella. L'idea di far parte di questo mondo, mi emozionava ma allo stesso tempo mi intimoriva al pensiero dei saggi di fine anno! Ricordo con estrema chiarezza di come la fantasia prendeva il sopravvento sui miei pensieri, che solo a guardarli danzare su quel palcoscenico mi dava la sensazione che li inghiottisse, quindi, cominciai a chiedermi cosa accadesse lì dietro, poco prima di entrare o uscire di scena, cosa c'era che mi attirava così tanto? In seguito capii che era semplicemente il lavoro di un anno intero: le ansie, le emozioni e quindi paura e timore andarono via e ci provai... dal momento in cui misi piede in sala non ne uscii più. Mi innamorai completamente di quest'arte, non ero mai sazio, ero così piccolo e avevo già tanta fame di imparare e mettermi in discussione. E dal quel giorno la sala prove e il palcoscenico sono diventati la mia casa.

Con l'arrivo alla Scuola del Balletto di Toscana e subito dopo al "Junior Balletto di Toscana" hai raggiunto il primo grande traguardo da dove poi hai iniziato una carriera in ascesa. Come hai vissuto l'entrata, prima in scuola, e poi in compagnia e quali sono state le emozioni ma anche le difficoltà?
Con l'entrata al "Balletto di Toscana" mi si è aperto un altro mondo, quindi un mio primo passo verso un futuro incerto. Avevo solo sedici anni quando lasciai Napoli e la mia famiglia, e questa fu una delle prime difficoltà. Persi papà all'età di quattordici anni e dopo due anni di tristezza e mancanza, quando mi trasferii a Firenze, capii che dovevo assolutamente abbandonare la mia "routine" e buttarmi in un qualcosa di più grande per poter ricominciare a vivere. Non conoscevo nessuno, mi trovai catapultato da un giorno all'altro in una nuova città, nuova scuola e nuovi compagni di studio e furono proprio loro a rendere questo "viaggio" indimenticabile. Subito feci amicizia ma ciò non distolse dalla mia mente il tanto lavoro che c'era da fare sul mio corpo. Mi inserirono nei corsi dei più piccoli per recuperare le lacune mancanti. Iniziavo la mattina presto e finivo la sera ed era un continuo stare in sala e lavorare sodo perché mi dicevano che ero già "grande". Ricordo che ero il meno dotato fisicamente tra tutti ma al parere degli insegnanti colui che aveva più testa. La mia dedizione e il lavoro duro mi hanno accompagnato per l'intero anno, vedevo mia madre fare di tutto per mantenermi a Firenze, purtroppo la situazione economica non era delle migliori, quindi, dovevo farcela! Poi arrivò l'entrata nella Junior e con questa bella notizia capii che il percorso intrapreso un anno prima era quello giusto e, dopo tutto il lavoro fatto, vidi quel filino di speranza: "diventare un danzatore"! Quindi non mi fermai, continuai a lavorare duro per imparare tutto ciò che potevo ma senza mai dimenticare la mia provenienza. Lavorare nella Junior era come essere entrati in una vera e propria compagnia, avevamo per ogni ruolo o balletto almeno tre cast. Oltre agli stili diversi si facevano innumerevoli spettacoli mentre con la scuola ne facevi uno, al massimo due l'anno. La Junior mi ha permesso di viaggiare in tutta Italia e, per di più, in teatri meravigliosi. Con questi cominciai ad ottenere una certa esperienza di palcoscenico, che tra l'altro mi è servito poi a trovare lavoro perché le compagnie attualmente richiedono tutto ciò. Insomma cosa dire, sono stati i miei tre anni di vita più belli, e non posso affermare altro che "grazie" a chi li ha resi speciali e ha fortemente creduto in me.

A tuo avviso quali sono le maggiori problematiche che incontra un danzatore a differenza di una ballerina?
Per me è storia vecchia ed è assurdo che ancora si parli di differenze tra i danzatori, tutti siamo esposti alle stesse difficoltà. Non è più come una volta quando l'uomo veniva privilegiato perché era in minoranza. La danza è diventata anche degli uomini, come dice la grande Cristina Bozzolini, non sono più di numero tanto inferiore anzi qui si parla di parità o maggioranza. Ci saranno sempre periodi più difficili di altri ma sicuramente non dipende dal sesso.

Come è stata in assoluto la tua prima esperienza artistica?
Mi trovavo a Torino con Matteo Levaggi e si stava creando "Frames", una delle prime creazioni che danzai al "Balletto Teatro di Torino". Ricordo che si stava lavorando su un mio solo e lì vidi per la prima volta come il coreografo trasmetteva le proprie idee su di me, il modo di mostrarmi i movimenti e l'enfasi che usava per darmi l'esatta sensazione, e fu proprio in quel momento che venni sopraffatto da un'energia positiva e piena di ispirazione. Quel giorno sarà indimenticabile... lì sì che c'era arte da vendere.

Tu sei uno dei fortunati ballerini italiani che fa parte di una compagnia straniera, una scelta o un caso?
Ascoltavo sempre cose belle dall'estero, i miei amici mi raccontavano delle loro esperienze e di come era la vita fuori dall'Italia, quindi la voglia di mettermi in discussione salì a tal punto da provarci. Quando presi questa decisione sapevo che non sarebbe stato semplice lasciare il mio paese e la mia lingua, le nostre prime comodità insomma, ma dovevo farlo perché c'era in me una fame così alta di imparare e provare nuove cose che se fossi rimasto in Italia non avrei mai conosciuto.

Quale formazione di repertorio hai avuto?
La mia formazione è stata principalmente classica ma notavo che mancava qualcosa - le doti fisiche - quindi mi affacciai sul contemporaneo e lì trovai la mia vera ispirazione, ma nonostante ciò non ho mai abbandonato il classico e mai lo rinnegherò.

Che rapporto hai avuto con Cristina Bozzolini?
Devo condensare i miei pensieri altrimenti ci vorrebbero tante pagine per raccontare il rapporto che ho con Cristina. Abbiamo sempre avuto un'ottima sintonia. Una donna così forte e generosa dopo la mia maestra di Napoli, non mi è mai capitato di incontrare. Cristina mi ha insegnato parecchio e mi ha ispirato costantemente, abbiamo sempre parlato con una netta franchezza e mi ha sempre detto le cose come stavano. L'ho incontrata recentemente a Torino e posso confermare che nulla è cambiato. Ho un'infinita stima e un altissimo rispetto per Cristina. Una donna che ha fatto tanto per la danza italiana. Non ha nulla da nascondere ed è semplicemente pura e cristallina. È per me un onore averla conosciuta. Persone come lei ne sono rimaste poche o forse quasi niente. Cristina è insostituibile!

Poi, dopo una lunga collaborazione con il Balletto di Toscana, ti sei trasferito in qualità di Solista al Balletto Teatro di Torino diretto dalla Furno. Come mai questa esigenza di cambio e che esperienza è stata nel complesso?
La prima esigenza era quella di cominciare a lavorare, quindi, facendo la mia primissima audizione, dopo gli anni trascorsi nella "Junior Balletto di Toscana", mi presero al "Balletto Teatro di Torino". Un'esperienza a dir poco indimenticabile. Ho trascorso i primi mesi incantato dallo stile di Matteo Levaggi, un lavoro per me molto difficile. Poi è arrivata New York altrettanto indimenticabile, un gruppo di danzatori meravigliosi e ancora oggi grandi amici. Non escludo alti e bassi trascorsi nella compagnia che mi hanno aiutato a crescere come persona e ho cominciato a capire cosa realmente volessi fare ed è per questo che ho deciso di lasciare, completamente d'accordo con Matteo, la compagnia di Torino.

Continuando la tua carriera, in seguito, sei giunto a far parte della "Gauthier Dance", un fiore all'occhiello tra le compagnie di danza tedesche. Chi ti ha proposto questa scelta?
Mi fu detto da un mio carissimo amico. Non sapevo nulla dell'esistenza della compagnia, mi buttai pur non conoscendo a cosa stessi andando incontro. Dopo ben tre volte che mi feci "vedere", Eric mi diede un contratto e da lì ebbe inizio la mia storia con la "Gauthier Dance".

È stato difficile ambientarti all'inizio?
Gli inizi non sono mai stati semplici ma in questo caso c'era un qualcosa di diverso, un qualcosa che lo rendeva magico. Forse era l'atmosfera che trovai in sala, il posto, i colleghi ma so per certo che ne rimasi folgorato. L'unico problema era la mancanza di comunicazione diretta per via della lingua, fu sicuramente una grande sfida ma già nella prima settimana di lavoro Eric mi diede fiducia facendo sì che nei tre mesi successivi danzassi l'intero repertorio. Direi che la lingua e le temperature sono state i soli colpi bassi.

Hai danzato creazioni di alcuni tra i più grandi coreografi tra cui Gauthier, Kylián, Spuck, Bubenícek, Galili e tanti altri... Da ognuno di loro ne avrai tratto sicuramente un nutrimento per la tua arte?
Ecco una delle cose più belle nel poter lavorare con tanti coreografi diversi per stile e personalità è sicuramente l'umiltà con la quale si approcciano i danzatori. Lavorare con ognuno di loro mi ha aiutato a crescere ma soprattutto ad esprimermi. Un'ispirazione continua, ed è fantastico vedere questi autorevoli nomi che ti aiutano a tirare fuori la tua artisticità mediante la loro grandezza... senza un minimo di soggezione!

Che cosa rappresenta, in senso lato, la danza intesa come arte e come mezzo di comunicazione ma anche veicolo culturale?
La danza è uno dei mezzi di comunicazione più forti, un'arte che ti permette di parlare attraverso i tuoi sentimenti, movimenti, sguardi e corpo. È un'arte potente ma allo stesso tempo delicata, un'arte così intensa che non puoi non sentirla mentre la esegui e chi ti vede non può non sentire ciò che provi. La danza ti regala potere ed eleganza, fa bene e unisce anima e corpo.

Veniamo a "Nijinsky". Com'è strutturato lo spettacolo e perché ha avuto grande eco e straordinario successo?
È un misto tra la semplicità e specialità di Marco e la vita ingarbugliata e confusa di Vaslav... due aspetti che non possono sfuggire allo spettatore. È un balletto ben strutturato e cronologicamente segue la storia del danzatore che ha stravolto la danza nel mondo. Quindi, mettere in scena la vita di Vaslav crea interesse, soprattutto, coreografato da un genio come Marco con la sua firma impeccabile nel movimento e nel singolare modo di esprimersi. Penso sia stato questo incastro a dare enorme successo alla creazione "Nijinsky".

È stato emozionante sostenere il ruolo da protagonista? Come ti sei accostato e preparato all'interpretazione?
Interpretare Vaslav mi ha fatto crescere artisticamente e personalmente, sono stati tre mesi di creazione intensi, sono cambiato e continuo a cambiare tutt'oggi. Dal momento in cui Marco mi ha detto che sarei stato io ad essere il suo Nijinsky oltre all'emozione mi sono anche accorto che sarebbe stato un lungo e bellissimo "viaggio". Ricordo che volevo essere aperto alle sue idee e visioni, quindi evitai di guardare film oppure video e tanto meno leggere cose riguardanti Nijinsky. Mi volevo sentire libero senza nessun intoppo. Volevo dedicarmi e abbandonarmi completamente a Goecke, volevo conoscere la sua visione di Nijinsky e come lo voleva interpretare, ma prima di tutto, cosa voleva trarre in evidenza da questo personaggio, e lì cominciò la mia preparazione. Marco Goecke di solito non usa espressività ma in questo caso mi ha dato tanta libertà. L'ho interpretato a modo mio in base a ciò che provavo durante le prove. Ha avuto e ha un forte impatto sul mio corpo e sulla mia persona, dopo ogni spettacolo mi sento nudo, do tutto me stesso e vivo contemporaneamente tre vite: quella di Vaslav, quella di Marco e la mia!

Quali sfumature hai colto, portando ripetutamente in scena il ruolo parabola sulla vita di Vaslav Nijinsky?
Ogni spettacolo per me è fatto di sensazioni diverse e dipende comunque anche dal mio stato d'animo. Ogni scena che danzo di questo balletto mi ricollega al mio passato ed è per me nascere, vivere e morire in un solo balletto, ho capito che con il passar del tempo ogni serata cambia perché lo devi vivere, amare, interiorizzare nella sua solitudine, impazzire e poi morire. È stata la vita di un ballerino che non è poi così diversa dalla nostra. Ho conosciuto un altro me stesso grazie a questa meravigliosa esperienza.

Lavorare con Marco Goecke come e quanto ti ha arricchito, qual è il suo genio creativo e coreografico che lo differenzia da tanti altri?
La prima cosa che noti di Marco Goecke è il rispetto e la fiducia che nutre nei confronti del danzatore ed è questo ciò che lo rende un genio. Marco riesce a vederti dentro e da lì tira fuori ciò che al suo occhio manca, lui vuole che tu diventi l'immagine che ha di te nella sua testa. Te la mostra ma sei tu, danzatore, che devi crearla e portarla a termine. Non mi annoierò mai di Marco, lui è la nuova danza e per ogni cosa che farà sarà sempre diverso, stessa firma coreografica, stesso stampo di luci, ma Marco rimarrà Marco e sarà insostituibile. Lavorare con lui è una continua crescita sia personale che artistica, ti ispira, ti arricchisse così tanto che ti senti di aver toccato il cielo. Sono state tante le volte che la notte non dormivo perché volevo lavorare, continuando a sfamare la mia vena artistica. Marco è arte pura. Marco è poesia in movimento.

Per il ruolo di Nijinsky hai ricevuto prestigiosi premi, menzioni ed ottime critiche. Cos'hanno rappresentato questi attestati di stima?
Premi e menzioni molto inaspettati, che mi hanno reso felice. Ho ancora tanto da crescere e imparare... in questo mondo non si smette mai. Gli attestati di stima ricevuti hanno un grande significato ma non hanno assolutamente cambiato la mia visione, sarò sempre il meno dotato fisicamente, umile ragazzo che non dimenticherà la sua provenienza. In realtà ne approfitto per ringraziare tutti coloro che hanno creduto in me e mi hanno aiutato sin dagli inizi, in particolare mio padre che spero possa essere fiero di suo figlio!

Come ti trovi a vivere in Germania?
In un paese come la Germania è raro viverci male ed è pur vero che le temperature sono molto più basse e che per la maggior parte delle giornate il cielo è grigio rispetto alla mia città di provenienza ovvero Napoli ma ha tanto da dare. Qui ho trovato un rispetto per l'arte che, nella mia umile carriera, non mi è mai capitato di vedere. Altruismo, lavoro, serietà sono racchiusi tutti in questo paese e non solo. Il pubblico ha una voglia e forza tale di vedere la nostra arte e capirla in tutte le sue sfaccettature che ti sovrasta. Ciò ti gratifica sentendoti supportato e apprezzato. Quindi, direi che ho trovato degli splendidi tesori!

Sei nato a Napoli, vivi a Stoccarda! Raccontami queste due città?
Solo poche e semplici parole per definire queste due città e le loro differenze. Stoccarda: pioggia, foreste nere, macchine, freddo, fegato, birra, autobus in orario. Napoli: sole, mare, calore della gente, cuore, sorrisi, colori, autobus che non passa mai... ma la amo così com'è!

Secondo la divina Carla Fracci "La danza è una carriera misteriosa, che rappresenta un mondo imprevedibile ed imprendibile. Le qualità necessarie sono tante. Non basta soltanto il talento, è necessario affiancare alla grande vocazione, la tenacia, la determinazione, la disciplina, la costanza". Ti ritrovi in queste qualità e cosa aggiungeresti per tua singola esperienza?
Assolutamente sì, hai bisogno di queste qualità per poter intraprendere questa disciplina. Per me la "danza" è paragonabile ad una strada dove conosci l'inizio ma mai la fine... ogni tua decisione si ripercuoterà nella carriera ed è questo che rende quest'arte così speciale! L'unica certezza è quella di voler "danzare". All'affermazione della Signora Fracci non aggiungerei nulla se non la speranza di più maestri con il suo pensiero. La mia umile esperienza mi ha fatto notare che manca l'artisticità ed il sentimento. Sempre più vedo che la danza sta diventando solo movimento, con esecutori ma non più danzatori in grado di esprimere l'essenza coreutica. A mio avviso le tre qualità fondamentali per essere dei veri professionisti sono "arte, rispetto, qualità".

Rosario, fino ad ora, che cosa ti ha insegnato la danza classica e come ha influito sulla tua vita?
La danza classica è stato il mio inizio ed è ammirevole come sin da piccolo mi ha insegnato così tanto ma ho capito poi con il passare del tempo che mi è stata insegnata in tutto il suo splendore e in tutto il suo essere. La parola danza è semplice da dire ma nasconde un grandissimo valore e potere. La danza ti da vita, ti tira su quando ne hai più bisogno e quando meno te lo aspetti ti butta giù per farti comprendere che c'è qualcosa di sbagliato. Ero piccolo quando ho iniziato a danzare e sento ancora oggi il sapore delle mie prime lezioni. La danza non mente, ti da ciò che meriti e non deve esistere corruzione ma solo meritocrazia perché quest'arte non la puoi comandare ma solo vivere in tutta la sua magia.

Parlando bene appunto della danza classica si pone l'accento spesso sui sacrifici, le difficoltà, il dolore, etc... Immagino però che tante sono le soddisfazioni nel ritrovarsi a far parte di un mondo cosi magico?
Sì, spesso si pone l'accento sui sacrifici ma in realtà lo metterei più sull'impegno e il lavoro. Non ho mai pensato di sacrificarmi, anzi ho inseguito il mio sogno ed eccomi qua! Ho fatto tanta strada e ancora ce ne sarà da fare perché non si smette mai di imparare! Molti mi parlano dei propri sacrifici fatti... il mio è stato solo quello di lasciare Napoli per realizzare la mia vocazione e con l'impegno, la costanza e il lavoro sono andato avanti e tutt'ora continuo così. Far parte di questo mondo è un qualcosa di inspiegabile, entri praticamente in un'altra dimensione.

Mentre la danza contemporanea come ti senti di dipingerla dal tuo osservatorio?
Il contemporaneo per me ti aiuta ad esprimerti in modo completamente diverso da ciò con il quale sei cresciuto. È una disciplina in continua evoluzione con così numerosi stili diversi i quali ti permettono di conoscere al meglio il tuo corpo ed averne pieno controllo!

Qual è la particolarità, oggi, nello scegliere come professione la danza rispetto ad altre arti?
Questa disciplina ha una capacità di unire cervello, corpo e anima e non è da sottovalutare perché è un continuo imparare, ti riempie a tal punto da farti star bene con te stesso e con gli altri, quindi, per me la "danza" è un completamento della persona.

Michele Olivieri

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