mercoledì, 21 febbraio, 2018
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Sabato, 25 Gennaio 2014
Pubblicato in Sinopsi testi

L'ILLUSIONE IN GINOCCHIO
Sinossi della commedia in atto unico
di Fabio Sìcari

Bastano pochi elementi scenici e il gioco è fatto. Il gioco di un processo celebrato in un tribunale vero e concreto: il tribunale della fantasia. Si dice che la realtà supera la fantasia, ma per una volta almeno i personaggi di questo atto unico sono talmente reali che non ci sarebbe nemmeno bisogno di immaginarli, tanto sono dentro di noi. Vivono in noi perché siamo noi. Ma tutto ciò che siamo noi, a volte, ci sfugge: o per indifferenza o per superficialità o per orgoglio.
E allora: la scena si rappresenta in un’aula di tribunale. Un Giudice molto anziano deve dirimere un’atipica controversia. L’Illusione ha citato in tribunale la Delusione per malsana presenza nella sfera dei sentimenti umani. L’insolita accusa trova il Giudice - unica autorità che presiede al processo - prevedibilmente disorientato, cosicché comincia a interrogare l’Illusione chiedendole di precisare la colpa per la quale la Delusione dovrebbe essere estromessa dalla sfera dei sentimenti umani. L’Illusione esemplifica alcune infamie ricevute dalla Delusione.
La quale Delusione, per scagionarsi, ricorre ad altrettanti esempi per dimostrare l’infondatezza del capo d’imputazione. L’essere umano - dice l’accusata - scivolerebbe senza dubbio nella peggiore alterigia se non fosse “ridimensionato e protetto” da qualche benevola delusione. La delusione mette un freno alle ambizioni, definisce una frontiera invalicabile, perché di là dal confine c’è l’inganno della mente e dei sensi. La delusione è uno scudo che protegge dai viscidi attacchi dell’illusione e del suo carico di abbagli e impressioni fuorvianti.
Al contrario - replica l’accusatrice - la razza umana si avvantaggerebbe d’ogni sorta di miglioria se spronata a tentare sempre e comunque le più incredibili conquiste nell’immensità dello scibile. La razza umana necessita di una buona dose di ardimento. Il coraggio è un’arte e l’illusione lavora per temprare l’animo umano. In modo diverso, il progresso conoscerebbe un clamoroso scacco matto. L’evoluzione della specie sarebbe duramente interrotta con implicazioni catastrofiche.
Di tanto in tanto, il Sostenitore Illusione caldeggia le teorie della sua “protetta”, il che provoca l’ira del Sostenitore Delusione. E viceversa.
Al termine del dibattimento, il Giudice leggerà l’inoppugnabile sentenza.

Sabato, 25 Gennaio 2014
Pubblicato in Sinopsi testi

RUMORE
Sinossi della commedia in atto unico
di Fabio Sìcari

È un atto unico solo perché non ci può essere l’intervallo. Per tutta la durata della commedia, circa novanta minuti, non è previsto né il cambio di scena né una pausa sebbene breve. L’unica linea di demarcazione all’interno dello spettacolo è la luce. I primi venti-venticinque minuti sono “illuminati” e il pubblico può seguire le battute e il movimento scenico dei personaggi senza doversi immaginare nulla. Dopo questa prima fase della commedia, è il buio a farla da padrone.
Il palcoscenico è delineato da un ampio soggiorno su misura per una famiglia borghese composta di cinque persone. Mobili e libreria e mensole stanno alle pareti, senza particolari fissaggi. All’apertura del sipario, è importante l’ordine col quale i personaggi cominciano a dialogare: ANDREA, ISABELLA, UGO, TAMARA, OLGA. Tutti e cinque vanno a occupare, provenienti dall’esterno o già presenti in scena, vari spazi del soggiorno illuminato da luci forti, quasi fastidiose.
A un certo punto, lo scorrere litigioso della vita di una famiglia di provincia subisce una devastante interruzione. A rifare i connotati dell’esistenza ci pensa una violenta scossa di terremoto.
Per un’ora circa – ed è da questo momento che comincia la seconda fase della commedia – manca un bene prezioso: la luce. La paura costituisce lo scheletro di questo atto unico. La lotta per non lasciare anzitempo la vita è impietosa e scardina ogni normale equilibrio logico. Infatti fa irruzione lo spettro della chiaroveggenza e ciò giustifica l’ordine col quale i personaggi (come detto sopra) cominciano a dialogare. Si capirà il perché verso la fine dello spettacolo.
E non mancano nemmeno, per arginare la paura, battute ironiche, forse improprie ma necessarie ad assorbire, almeno in parte, il perdurante panico.
Il buio costringe i protagonisti a un lotta impari. Emergono storie del passato che, per negligenza o per falso pudore, erano state taciute. Mettersi a nudo, tuttavia, gioverà alla rigenerazione della coscienza individuale e collettiva. L’urlo per la sopravvivenza è servito.

Sabato, 25 Gennaio 2014
Pubblicato in Sinopsi testi

IN NOME DI OMÀR ABÚL
Sinossi della commedia in due atti
di Fabio Sìcari

Legittima difesa o vendetta? Può essere una domanda da tragedia o da farsa. Le norme che disciplinano la convivenza cosiddetta civile e democratica contemplano dei punti di vista naturalmente elastici.
Molto comuni, per citare un esempio fuori da questa commedia, le rapine nelle ville. Come deve reagire il malcapitato? Le discussioni abbondano, ma quando ci scappa il morto c’è chi vede nella legittima difesa un abuso, una sproporzione, un torto contro la vita umana. E c’è chi ci vede anche una vendetta vera e propria. Come si fa a stabilire con rigore etico (e giuridico) quando la legittima difesa può rientrare nei parametri della giustizia e quando invece si tinge dei dissapori della vendetta?
Un esempio, un po’ troppo immaginario? Coloro che rigettano l’idea di accogliere gli extracomunitari nel proprio territorio, potrebbero “sfruttare” la legittima difesa per uccidere la persona di troppo.
Altro esempio, più realistico. Se in una famiglia ci sono gravi tensioni o vecchie rivalità (che so: un aspro litigio con schiaffi e pedate e pesanti intimidazioni…), l’occasione della legittima difesa potrebbe tradursi in pretesto per un regolamento di conti.
Ancora: entrare in casa propria e assistere allo stupro di nostra moglie o di nostra figlia o comunque a una violenza procurata ai nostri cari, potrebbe farci reagire con rabbia contro i violentatori, i quali, anziché essere affidati alla giustizia, verrebbero massacrati per legittima difesa.
Gli esempi si moltiplicano e tutti alimentano la scivolosa domanda: legittima difesa o vendetta? Cioè: giustizia o ritorsione? Il cittadino può sostituirsi al tribunale? Quante domande s’inanellano e ne richiamano altre con risposte aperte, e queste non sazieranno mai né gli istinti primitivi della nostra categoria umana né le nostre supposte ragionevoli convinzioni.
Fatto sta che difendersi è sacrosanto. La misura della difesa turba chi teme di trasformare una comunità di persone presunte civili e democratiche in un autentico far west. Ma c’è il rovescio della medaglia: anche subire senza reagire non è giustizia.
Per chiudere: quando un gesto generoso viene scambiato - come fa il Giudice di questa commedia - per un gesto ricattatorio se non immorale, allora ogni azione e ogni pensiero possono essere fraintesi o falsificati, pur di dimostrare che la legittima difesa è solo un pretesto per mascherare altre cause. La causa del delitto, allora, non è più la legittima difesa, ma forse la vendetta innescata dal razzismo e magari assecondata dal favoreggiamento di un complice!

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