domenica, 21 ottobre, 2018
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Giovedì, 22 Febbraio 2018
Pubblicato in Interviste

Diego Tortelli, bresciano di origine, scaligero di formazione, danzatore e fra i migliori coreografi del momento, ha recentemente debuttato con il Balletto di Toscana Junior diretto da Cristina Bozzolini con un'acclamata "Bella Addormentata". Danzatore nel "Ballet de Teatres de la Generalidad" di Valencia, prosegue il suo percorso di danzatore nella compagnia "Luna Negra Dance Theatre Chicago", con il coreografo e Direttore Artistico Gustavo Ramirez Sansano. Nel 2012 lascia Chicago per entrare nel prestigioso "Ballet National de Marseille", sotto la Direzione dell'architetto/coreografo Frederic Flamand. Diego Tortelli ha danzato il repertorio di prestigiosi coreografi come Ohad Naharin, Nacho Duato, Angelin Preljocaj, Gustavo Ramirez Sansano, Jiri Kiliàn, Thierry Malandain, Asun Noales, Goyo Montero, Carolyn Carlson, Olivier Dubois, Richard Siegal, William Forsythe, Lucinda Childs e molti altri. Maitre de Ballet al Teatro Massimo di Palermo dove ha rimontato "Orfeo ed Euridice" di Frederic Flamand. È stato Guest al "Bavarian State Ballet" a Monaco e freelancer e assistente per "The Bakery" compagnia diretta da Richard Siegal, ha collaborato recentemente ad una produzione in Olanda al "Korzo Theatre" per una produzione di NDT. Attualmente danzatore per la compagnia "Ballet of Difference" diretta da Richard Siegal a Monaco e in alcune produzione della compagnia di Barcellona"La Veronal" diretta da Marcos Morau. Coreografo innovativo, ha creato "Recapitulo" per i danzatori di Luna Negra e "Descaminos de Dos" firmato con Mattia Russo ora in repertorio presso alcune compagnie internazionali come quella "Nazionale di Danza di Madrid" e la compagnia olandese "Introdans". Per il gruppo di Pompea Santoro "Eko Dance Project" ha creato "Carmen Fantàsia" e "Cursus". "Vitrea Vultus" per il festival di danza MilanOltre, "Vox Moltitudinis" per il teatro Massimo di Palermo e "Pasiphae" per la sua compagnia su Milano, piattaforma di ricerca personale che sta creando con l'appoggio del festival MilanOltre e Sepama SRL. Da poco ha creato il suo primo titolo a serata intera "Bella Addormentata" per il Junior Balletto di Toscana sotto la direzione di Cristina Bozzolini. Nel 2018 sarà accompagnato da Aterballetto nella sua ricerca artistica.

Carissimo Diego, per iniziare, vorrei che tu aprissi il libro dei ricordi, parlandomi del preciso istante in cui hai scoperto l'arte della danza per proseguire con i primi insegnamenti, le prime emozioni in palcoscenico... Come si è creata ed evoluta la passione tersicorea che poi si è trasformata in professione?
Mia madre racconta che quando era incinta di me l'unico modo di farmi tranquillizzare fosse ascoltare la "Lacrimosa" di Mozart con le cuffie e una vecchia radiolina analogica, quindi la musica è stata parte di me ancora prima di nascere ed è sempre servita a tranquillizzarmi, focalizzarmi, prendere un respiro. Ho utilizzato lo stesso brano e la stessa radiolina analogica in un mio lavoro per Milano Oltre nel 2016 "VITREAE VULTUS" "SGUARDO VITREO". Sono sempre stato un bambino abbastanza troppo attivo e difficile da controllare, saltavo ovunque e per me videogiochi e televisione non erano una opzione di passatempo. La mia famiglia ha provato prima di tutto a iscrivermi a calcio, poi basket finché un giorno ho visto il "Don Quijote" danzato dall'American Ballet e quel giorno sono rimasto attaccato alla televisione per ore, cercando di riprodurre ciò che Baryshnikov stesse facendo. Da quel momento, all'età di dieci anni ho iniziato la danza. Solo successivamente all'età di quattordici anni, vedendo uno spettacolo di Mauro Bigonzetti a Crema, in specifico "Sogno di una notte di mezza estate" riaffiora il ricordo di aver preso la decisione che quella era la mia strada ed era quello che desideravo fare con tutto me stesso. A quel punto i miei genitori hanno deciso di investire in questo mio sogno portandomi in una scuola professionale a Brescia, "Studio 76" la cui direttrice Alessandra Angiolani ha reso il mio sogno realtà, spingendomi costantemente a migliorare tecnicamente e sopratutto insegnandomi "costanza", "amore" "sudore" e senza mai perdere me stesso, cercando di conformarmi con il resto. Mi hanno reso un danzatore duttile ancora prima di saperlo.

Le esperienze fino ad oggi in compagnie prestigiose, sia nazionali che internazionali, in quale modo ti hannoarricchito non solo artistico ma anche umano?
Ho un animo "nomade", ho sempre pensato che per danzare bene e con piacere, avessi anche il bisogno di vivere bene la mia vita privata e sviluppare relazioni esterne al circuito della "danza", necessità che mantengo tuttora. Il mio sogno è sempre stato "danzare", ma allo stesso tempo è sempre stata anche la necessità di "viaggiare" e "conoscere" nuove lingue, nuovi stili, nuove culture. Queste necessità mi hanno portato a vivere e conoscere la Spagna, l'America, la Francia, la Germania, e viverle tutte a stretto contatto. Ho anche avuto la fortuna che tutti questi Paesi, nascondessero nuove esperienze per me e che mi abbiano aiutato non solo a ricrearmi, ma ad affrontare lavori diversi, processi creativi disparati, estetiche differenti, pubblici variati. In tutti questi anni e in tutti questi Paesi, ho imparato a credere in me stesso, a non diminuire il mio valore, ma anche a non esaltarlo (errore che facciamo spesso nella giovinezza) e sopratutto ad essere indipendente nelle mie scelte, a correre rischi e ad innamorarmi costantemente della vita.

Cosa ti ha spinto a lasciare l'Italia?
Dopo essere stato bocciato al 7° corso in Scuola di Ballo della Scala, un anno prima del diploma a causa di una personalità "ribelle", e quindi non essere riuscito a concludere i miei studi al Teatro, ho capito che avevo una grande necessità di allontanarmi da quella realtà e capire cosa fosse necessario per mantenere la mia "passione" e questa "magia" che sentivo nel muovermi, e nel desiderio di non conformarmi estremamente con un "accademismo" che non rispecchiava i miei "desideri" o "passione". All'età di diciotto anni, ho incontrato colei che tuttora non è solo la mia "maestra" e "amica", ma anche la mia socia Selene Manzoni, che mi ha aperto gli occhi a una visione della danza classica a me sconosciuta, che lei ha sviluppato nei suoi studi in America e in Francia. Grazie a lei ho iniziato a passare molti mesi a Parigi e a studiare con tantissimi maestri che hanno potenziato il lavoro che avevo già intrapreso alla Scala, e quindi mi ha aperto gli occhi a questa mia necessità di cambio, di viaggiare e di conoscere. Ci tengo molto anche a dire che ringrazio infinitamente i due anni trascorsi alla Scuola di Ballo Accademia Teatro alla Scala di Milano, soprattutto il 6° corso con il Maestro Paolo Podini che mi ha letteralmente insegnato a "volare con disciplina" e che ha sempre creduto molto in me.

Com'è nata l'esigenza di creare un qualcosa di tuo? Quando hai iniziato la tua carriera di danzatore sapevi già di voler diventare coreografo in seguito?
Nel mio caso la passione per la coreografia è cresciuta di pari passo con la passione nel danzare. Fin da piccolo organizzavo con i miei amici dei piccoli showcase in cui davo libero sfogo alle mie necessità di composizione, oppure cercavo di coreografare nuovamente i balletti che vedevo su MTV realizzati dalle grandi Pop Star del momento. Ancora prima di scendere a Roma e frequentare "l'Accademia Nazionale di danza" avevo intrapreso gli studi al Liceo tecnologico con indirizzo architettura per la necessità e il desiderio di conoscere di più sulla composizione, la linea, la curva. Nel passare degli anni come danzatore sono stato attratto dall'incontro con nuovi coreografi, capirne il processo creativo e le scelte che prendevano per raggiungere il risultato voluto. Son sempre stato attento, non solo a ciò che mi veniva richiesto di eseguire come danzatore, ma anche da come poco a poco componevano il lavoro con gli altri danzatori, le scelte che prendevano. Per questo dico che le due passioni di "danzatore" e "coreografo" son andate crescendo di pari passo, ho solo tardato un pochino di più nel trovare il "coraggio" di mostrare entrambi i lati e sentirmi sicuro nel farlo, sapendo che il pubblico è composto da individui che hanno tutto il diritto di sentirsi toccati o no da un lavoro.

Da dove trai ispirazione per le tue coreografie?
Sono anni che colleziono idee, sogni che desidero trasporre sulla scena. Non "traggo" ispirazione, semplicemente arriva a volte da uno stato emotivo, da una frase sentita o letta, da una immagine vista, da un suono specifico, da una danzatrice, da un danzatore. Un piccolo esempio potrebbe essere quando a capodanno sono andato a vedere il film "Napoli Velata" di Ferzan Ozpetek; nonostante il film non mi abbia avvolto completamente, è bastata una frase per accendere il 'duende': "...al pubblico piace una realtà velata" (...) "è la mia vita che è leader di me stesso..." trovo in queste due frasi un mondo che si può trasformare in una creazione futura. Mentre per "Domus Aurea", creazione che realizzerò per Aterballetto nel 2018, l'ispirazione è nata dal desiderio di collaborare con un artista internazionale, e mio compaesano, che crea strutture in luce, Massimo Uberti e da un monologo che dieci anni fa avevo visto in Francia dell'opera "La morte di Nerone" di Marceu Felicien. Ogni ispirazione, come ogni creazione rappresenta un determinato momento, istante, nonostante questo istante si fermi scritto su un foglio per dieci anni, ma questo foglio non svanisce, si sviluppa nella mia mente finché arriva il momento o l'opportunità giusta per poi prendere forma.

C'è un sottile filo che lega i tuoi oppure, anche tematicamente, si distaccano completamente uno dall'altro?
Nonostante questo sottile filo sia a volte persino impercettibile per me, tutte le creazioni che ho fatto finora sono connesse tra di loro, da un colore, da un elemento e a volte persino da una tematica che si ripete. Non ho paura nel ripetermi, non penso sia un "fallimento", anzi per me è il coraggio di insistere su una ricerca personale, correndo il rischio di una ripetizione di elementi che alcuni possono definire in "firme". Per me non si tratta di "firme", troppo presto per definirle tali, ma si tratta di approfondire qualcosa finché io possa decidere di aver svuotato completamente quel contenitore per poi aprirne un altro. Per esempio in tutti i miei ultimi lavori si ripete il colore rosso, bianco, oro, le maschere, rielaborazione di brani classici, strumenti che producono suoni sulla scena. Ho una sequenza di quattro lavori diversi che affrontano il tema di "labirinto": VOX MOLTITUDINIS per il Teatro Massimo di Palermo, VITREAE VULTUS per Dancehaus Milano, CURSUS per Eko Dance Project e PASIPHAE per la mia compagnia in nascita su Milano.

Come ti poni a livello musicale nella narrazione e creazione?
Negli ultimi due anni, mi accompagna nella ricerca musicale il mio caro amico e collaboratore Francesco Sacco, giovane musicista e compositore con base a Milano. Entrambi per ogni diversa creazione utilizziamo la musica sulla base di diverse esigenze della Scena che vogliamo creare. La musica può essere ciò che ti trasporta emotivamente, ma anche può essere una connotazione storica o temporale, può essere ritmo per il danzatore che la danza, può fare da contrasto in una scena estremamente drammatica rendendola più leggera o accompagnarla nel dramma. Ogni creazione ha una necessità e un approccio musicale diverso.

Quanto gioca la singola fantasia nell'arte del movimento? Ritieni sia un ruolo essenziale, non solo per chi
crea ma anche per chi assiste?
Sono estremamente affascinato dal corpo, dal suo potenziale e dalla sua organicità e allo stesso tempo distorsione. Buona parte del mio processo di ricerca che sviluppo sopratutto con i miei danzatori su Milano, consiste nella ricerca di un linguaggio proprio! Allo stesso tempo, penso che il linguaggio del corpo sia poi anche una necessità legata alla scena che si vuole rappresentare e quindi questa ricerca non deve essere solo fine a se stessa o nella ricerca di un "marchio", ma si evolve e adatta sulla base del tema o drammaturgia del lavoro in corso.

Per il momento sei riuscito a seguire le tue sole esigenze, idee e anche sensazioni senza doverti strategicamente accostare a quelle dettate dal momento e dalla moda?
Nella nostra vita quotidiana siamo ricoperti da immagini, spot pubblicitari e penso che tutti ne siamo succubi volontariamente e involontariamente, l'importante è esserne coscienti. Sicuramente affronto ogni creazione attingendo e conoscendo il mio "passato" e la storia, vivendo il "presente" e soprattutto guardando al "futuro". Questo è un insegnamento che mi porto sempre da parte di Cristina Bozzolini. Frederic Flamand inoltre mi disse un giorno: "C'è chi segue le tendenze, e chi invece le crea. Entrambi hanno valore ed entrambi hanno la possibilità di creare poesia. Non ossessionarti mai con l'obiettivo di fare avanguardismo, perché se lo stai facendo non te renderai nemmeno conto e saranno gli altri a definirlo tale. In ogni caso che lo definiscano avanguardista o no devi sempre realizzare quello che desideri ed emozionarti guardando il tuo lavoro in scena, ma non dimenticarti che esiste un pubblico che ha tutto il diritto e desiderio di portarsi a casa qualcosa".

Con Cristina Bozzolini che rapporto ti lega e come è stato lavorare al suo fianco per la tua celebre "Bella Addormentata"?
Con Cristina Bozzolini c'è una grandissima affinità e stima. La ritengo una persona fondamentale per la mia crescita artistica e personale. La porto nel cuore con un affetto immenso, e ci lega una relazione talmente forte dopo aver affrontato "Bella addormentata" che non svanirà mai e va ben oltre il rispetto nella relazione tra coreografo e direttore. Ha avuto una grande fiducia in me fin dal primo momento ascoltando ogni mio desiderio, inquietudine e appoggiandomi costantemente. Ci siamo divertiti talmente tanto in questa creazione. Mi ha insegnato come essere un "direttore" un giorno, a dare valore al mio lavoro. Se potessi scegliere con chi cenare questa sera, sarebbe sicuramente con Cristina Bozzolini!

Ogni coreografo ha un suo stile ben definito e riconoscibile. Come ti piacerebbe fosse definito lo "stile Tortelli"?
Lo "stile Tortelli" per ora rappresenta la mia storia, le mie esperienze, le mie scelte. Mi hanno segnato soprattutto i coreografi meno famosi con cui ho lavorato in questi dodici anni, i cui stili si possono leggere nella mia ricerca, che poco a poco, diventa sempre più personale. Dico i piccoli coreografi perché sono quelli che hanno avuto più tempo ed energie da dedicare nelle commissioni per le compagnie, e nel creare nuovi lavori e non riproposizioni di opere già esistenti. Lo "stile Tortelli" per ora lo definisco come "IL LABIRINTO DI DEDALO": Una danza spezzata che vuole raccontare la tragedia e innovazione costante del Corpo, una danza che non aspetta il tempo che scorre, ma che lo plasma a suo compiacimento velocizzando e rallentando le ore, caratterizzata da movimenti più rigidi e geometrici, incorporando contorsioni degli arti e controllo delle braccia, creando con il corpo forme geometriche mosse intorno al suo asse progressivamente per mostrarne la sua destrezza, bellezza, distorsione e memoria. Una danza basata sulla rapida contrazione e successivo rilassamento dei muscoli, che causa una sorta di scatto nel corpo del danzatore creando un effetto surrealistico quando accosta il ballerino umano ai movimenti innaturali che vengono eseguiti. Le articolazioni sono una sorta di cerniere che possono essere manipolate da altre parti del corpo come il labirinto di Dedalo dotato di una sola entrata e nessuna uscita, poiché l' unico modo di annullare il labirinto è abbandonarsi alla sua follia e creatività per poi ritrovare nel suo centro uno specchio che svela noi stessi...

Tra poco debutterai con la nuova creazione "Tutti sono Lorca", cosa dobbiamo aspettarci e perché la scelta di questo tema?
"Tutti sono Lorca" è una creazione per 6 danzatori che ci vuole far addentrare nelle memorie di uno dei più famosi FANTASMI SPAGNOLI; è quel luogo segreto, oscuro ed estremamente intimo in cui giacciono le sue ossa, quelle ossa surclassate da una lapide senza nome. Come è scritto su un cippo tra gli ulivi, "tutti erano Lorca", e la loro comune tomba è la campagna Andalusa dalla crosta dura, di zolle pesanti. Mistero, Amore e Morte sono i tre temi onnipresenti nelle sue opere, ma anche nella sua biografia. Il fatidico 19 o 20 agosto 1936 scompare l'uomo, e il mondo dell'uomo. ma rimangono tenerezze che da nessuna morte potrà essere sminuita, rimangono le intime, indecifrabili notizie che ci raccontano la sua musica, le sue parole scritte e la gravitazione dell'amore che ci giustifica. "Tutti sono Lorca" ridona a Federico un volto, una voce, un respiro, un grido, un paesaggio, una struttura, una plastica armonia, una nuova luce che lo rischiara, anche se il suo destino è già scritto e non è la vittoria, ma una sconfitta fatta di polvere. Tramite la sua autobiografia, la messa in scena ci racconta la sua grandezza umana, recuperare quel senso di pietà che non esiste più ai nostri tempi e quel soffio vitale di poesia che lo fa rivivere per sempre, con intatta commozione e tenera passione. La sua anima assorbì la realtà, la poesia gli strizzò l'anima! Ho scelto Garcia Lorca per questa creazione a serata intera perché volevo attingere anche dal mio passato, e i miei quattro anni vissuti nel sud della Spagna, la mia prima esperienza fuori dall'Italia. Leggendo le sue opere ho imparato la lingua spagnola, il che mi ha aiutato a conoscere di più me stesso e a sentirmi indipendente, forte e di conseguenza anche ad apprezzare la decisione di "solitudine" in determinati momenti.

Oggi la tua seconda casa è in Germania a Monaco presso il "Ballet of Difference/Richard Siegale", come ti trovi sotto il profilo sociale, culturale ed artistico in questo Paese e nella compagnia?
La Germania per me rappresenta quel luogo in cui il lavoro ha la sua priorità, ogni volta che parto per le produzioni in Germania, che mi occupano 3\4 mesi all'anno, devo mettere una pausa su tutto il resto. Nonostante questo suoni molto drastico e possa avere una sfumatura di negatività; in realtà Munich è quel luogo dove posso scappare e fare con certezza quello che so fare, sotto delle condizioni ottimali che purtroppo in Italia ancora non esistono. Il livello artistico nella compagnia di Richard Siegal è elevatissimo e siamo una collezione di solisti che vengono da tutto il mondo: Asia, America, Europa, Australia che si incontrano per produrre e creare lavoro sotto le migliori condizioni economiche, ed artistiche. Munich è una città molto attenta all'arte e sopratutto alla produzione di "arte" con un grande focus verso la "danza". Per ora l'ho solo vissuta come danzatore, ma c'è un possibile progetto nel 2019 in cui creerò un lavoro per un festival a Munich con i miei danzatori e collaboratori di Milano. Ne sono estremamente contento!

Hai lavorato anche con Pompea Santoro e con i suoi ragazzi, qual è il suo punto di forza e cosa ti rimane di quella felice esperienza?
Pompea Santoro, è la prima persona in Italia che mi ha aperto le porte per creare due lavori corti per il suo gruppo a Torino. Grazie a lei mi sono sentito accolto come coreografo nel mio Paese e mi ha spinto ad una ricerca personale dandomi nelle mani un gruppo di giovani danzatori con una forte preparazione tecnica. Senza queste sue prime opportunità, non sono certo, che avrei potuto avere tutti questi meravigliosi progetti in cantiere nei prossimi anni. Il punto di forza di Pompea è sicuramente la sua carriera come interprete internazionale, la sua passione estrema per la danza che danza e l'amore estremo che nutre per i suoi ragazzi.

In veste di danzatore, quali sono stati i momenti che ti hanno particolarmente contraddistinto?
Sicuramente l'incontro con Gustavo Ramirez che ha segnato il mio modo di danzare, Frederic Flamand ha segnato il mio modo di pensare e la concezione di spettacolo e processo creativo, Richard Siegal mi ha segnato perché mi ha dato la libertà di essere completamente me stesso in scena, ha dato sfogo alla mia "follia". Uno dei momenti che non dimenticherò mai è stata la tournée a Perth in Australia con "La Verite" di Fredric Flamand, un solo di 6 minuti improvvisato sotto una meravigliosa scenografia dell'architetto cinese Ai Weiwei, dove ho trovato me stesso e il mio modo di muovermi; è dove finalmente un coreografo mi ha amato per quello che avevo da proporre e non solo perché riuscivo a leggere e interpretare cosa desiderasse. È la prima volta dove mi sono sentito "musa"!

Parlami degli anni trascorsi in Scuola di Ballo della Scala a Milano?
Ho passato solo due anni nella Scuola di ballo della Scala. Dai 17 ai 19 anni. Conservo dei ricordi meravigliosi e allo stesso tempo molto duri. Sicuramente è un luogo che mi ha insegnato la "disciplina", una disciplina troppo estrema per me, una disciplina che spegneva la magia della individualità. Creare individui in quegli anni non era l'obiettivo o semplicemente essendo giovane non riuscivo a leggerlo. Ero troppo ribelle per poter sopravvivere! Fatico nel ricordare quegli anni o persino la sala ballo, forse sono stati un po' traumatici per me, anni coperti da insicurezze e desiderio di fare altro, ma senza trovarlo. Porto ancora con me delle meravigliose amicizie che esistono tuttora e che son diventate colonne portanti della mia vita di oggi.

Che esperienza ne hai tratto negli anni trascorsi al "Ballet de Teatres de la Generalidad" in Spagna?
Esperienza meravigliosa, la compagnia in quegli anni aveva un repertorio fantastico e anche delle tournée splendide. Con loro ho danzato davanti alla grande Alicia Alonso a Cuba, e ho viaggiato per tutta la Cina in tournée con "Carmen" di Ramon Oller. La compagnia era composta da danzatori maturi, meravigliosi e tutti differenti e la mia sete di imparare e vedere cose nuove è stata saziata pienamente. Valencia oltretutto è una città magnifica sul mare e sempre soleggiata; la qualità di vita era talmente alta che era impossibile non danzare al massimo delle proprie capacità. Anni pieni di grandi opportunità, ruoli, creazioni, esperienze, viaggi.

Mentre al "Luna Negra Dance Theatre Chicago"? Cosa ti ha lasciato in dote la direzione di Gustavo Ramirez Sansano?
Gustavo Ramirez Sansano, mi ha lasciato una qualità di movimento molto specifica che mi ha permesso di forgiare la mia carriera e rendermi il danzatore che sono oggi. Ci sono cose che ho imparato da lui che continuo a ricordarmi tutt'oggi. Mi ha insegnato a dare importanza ad ogni piccolo dettaglio, a connettere la mia mente con il corpo e visualizzare il movimento sia dall'interno che dall'esterno. Mi ha insegnato ad attingere da me stesso, dalle mie esperienze e dalle mie emozioni per rendermi un migliore interprete. Mi ha reso non solo un danzatore, ma anche un interprete.

Al "Ballet National de Marseille" sei stato diretto da Frederic Flamand. Come reputi il suo lavoro?
Frederic Flamand è un genio, un visionario, un artista, un grande direttore e una persona meravigliosa. Con lui ho avuto l'opportunità di danzare circondato dai lavori dei più grandi architetti del mondo. Masterpiece il "titanic" con scenografia di Fabrizio Plessi, una meraviglia. Ha cambiato la mia concezione di Teatro, purtroppo un teatro che ultimamente si vede molto raramente per mancanza di fondi. Il teatro di Flamand è una coesistenza di arti che si potenziano l'una all'altra: tecnologia, architettura, pittura, musica, danza e tutto all'eccellenza. Frederic Flamand ha segnato e segna tuttora l'estetica del mio lavoro!

Quali sono stati e chi sono i tuoi maestri, non solo materiali ma anche ideali del presente o del lontano passato?
Non ho dei maestri ideali. Sono tutti molto reali e presenti nella mia vita. La mia socia Selene Manzoni che mi accompagna in ogni mia creazione, Frederic Flamand è stato un grande maestro di estetica, il light designer Carlo Cerri con cui spero di collaborare al più lungo possibile e la mia famiglia che mi ha insegnato a realizzare e lottare per i miei sogni e che mi accompagna in qualsiasi mia scelta.

Per te cosa significa "bellezza"?
Per me la parola "bellezza" è tutto ciò che l'occhio vuole e desidera vedere. "Bellezza" è un concetto effimero e non esistente poiché estremamente individuale. Personalmente trovo la bellezza nel dramma e nell'armonia del corpo, nell'intreccio dei corpi, ma sopratutto quando qualcuno ama estremamente e gode di se stesso danzando e possedendone le sue capacità a tal punto di sentirsene libero.

La danza e l'arte del teatro cosa racchiudono in sé di così magico e al contempo imprescindibile?
La capacità di donare momenti magici e poetici ai suoi spettatori, lasciando aperta "la libera interpretazione" dello spettatore.

Qual è il balletto che hai più amato, in veste di danzatore, del repertorio e quello di danza contemporanea?
Non ho avuto l'opportunità di danzare ruoli classici importanti, ma come spettatore trovo il lavoro di Neumeier meraviglioso. Nella danza contemporanea ho amato danzare "In Medias Reis" di Richard Siegal ispirato al purgatorio di Dante nel 2016.

Cosa vuol dire per un coreografo poter lavorare con un gruppo stabile di ballerini?
La possibilità di creare per una famiglia che si conosce e accetta nei suoi pregi e difetti, il che ti permette di investigare anche su un lavoro più emotivo e accompagnare il corpo da una chimica già esistente tra i danzatori.

Stai vivendo un momento molto ricco che ti ha portato in diverse realtà di prestigio e in prestigiosi teatri. A cosa devi il tuo successo?
Alla forza di seguire sempre il mio istinto, anche se a volte in passato le mie decisioni personali di carriera potevano non sembrare adatte o giuste dall'esterno. Mi sono sempre ascoltato molto nelle mie esigenze e nelle mie priorità. L'impazienza è qualcosa che finora ha giocato in modo positivo e spero non mi nasconda brutte sorprese; perché dovrei fare domani qualcosa che posso fare oggi!!

Qual è il tratto principale del tuo carattere?
Il nomadismo, l'impazienza, la passione e l'indipendenza.

Cos'è per te la moda?
La moda per me è il modo di esprimere ciò che altrimenti sarebbe invisibile ai più. La moda quindi non è vestire alla moda o seguirla, ma interrogarsi su noi stessi. E parlarne. Per chiarirci, spiegarci e riflettere.

Ripercorrendo la storia della danza qual è il ballerino/a del passato e del presente a cui riconosci l'eccellenza?
Adoro la follia di Louise Lecavalier nel passato e nel presente.

Tra tutti i tuoi collaboratori attuali a chi vuoi dedicare una particolare dedica?
Sicuramente alla mia socia Selene Manzoni che mi accompagna da dodici anni nel mio percorso artistico e personale, è colei che mi permette di essere una persona e un artista migliore.

Nelle vesti di spettatore, in quale spettacolo di danza del grande repertorio e di quello contemporaneo, hai provato maggior entusiasmo?
Nel grande repertorio "Romeo e Giulietta" danzato da Alessandra Ferri, nel contemporaneo la creazione di Olivier Dubois fatta per noi a Marsiglia, "Elegie".

Per un coreografo quanto è importante aver avuto un trascorso di danzatore ed esecutore?
La genialità e il talento si cela in storie e percorsi diversi. Non ritengo sia fondamentale che un coreografo debba essere stato un grande danzatore o in alcuni casi proprio un danzatore, e tanto meno ogni grande danzatore può essere un coreografo.

Durante le tue masterclass o stage cosa ti piace e non ti piace nel ruolo di docente e quali sono le emozioni nell'entrare in sala danza con tanti allievi che aspettano di conoscere e apprendere i tuoi insegnamenti?
Insegnare mi aiuta a rendere chiare le mie idee e mi aiuta specialmente nel verbalizzarle. Mi potenzia come coreografo e lo utilizzo come training per riuscire a trasmettere poi il messaggio ai miei danzatori. Non mi piace essere docente in situazioni in cui ho davanti degli allievi che assistono alla masterclass solo ed esclusivamente per vedermi danzare, in quel caso non c'è dialogo e insegnamento!

Cosa pensi della nuova scena contemporanea italiana nella vetrina dedicata ai giovani "coreografi contemporanei"?
Trovo che l'Italia sia alla ricerca di un nuovo nome e di un nuovo volto e che questa ricerca porti un po' ad una grande confusione. Trovo meraviglioso ci siano opportunità per tutti, e mi ci metto anche io di mezzo, ma allo stesso tempo penso si stiano confondendo i diversi pubblici. In Italia manca una direzione chiara, non tutti i coreografi toccano lo stesso pubblico e quindi penso si dovrebbe stare più attenti nelle programmazioni anche per salvaguardare i giovani di talento che rischiano gli vengano chiuse le porte solo ed esclusivamente perché sono messi di fronte ad un pubblico che si aspetta altro.

I colori, i costumi, il trucco e le scene che posto trovano in una tua creazione?
Hanno un ruolo fondamentale, mi piace e appassiona curare ogni minimo dettaglio. Il coreografo è anche regista. Non mi piace l'idea di occuparmi solo ed esclusivamente di creare passi e buttarli in scena, amo il teatro e di conseguenza lo studio della luce, del colore, del trucco e delle scene.

La letteratura che ruolo gioco nella tua vita e nel tuo lavoro?
La letteratura, come il cinema, la fotografia e la pittura sono grandi punti di ricerca per lo sviluppo dello spettacolo. Il mondo degli appassionati di musica, si sa, è fatto soprattutto di ascoltatori e viceversa quello di danza da spettatori.

Tu Diego cosa ascolti e cosa vedi? Quali autori, stili e generi ti capita più spesso di ascoltare o ammirare per puro piacere personale?
Per piacere personale ascolto molta musica Indie-rock ed elettronica anche se non la uso molto nel mio lavoro, mi piacciono tantissimo i Velvet Underground, the XX, MGMT. Guardo moltissime serie televisive americane sulla politica, mi rilassano e mi aiutano a staccare.

Il lavoro di coreografo mette a confronto le tue idee con quelle del danzatore, a volte magari non sempre le stesse, come gestisci questo aspetto?
Cerco sempre di intraprendere un viaggio con il danzatore, far sì che anche lui\lei si innamori del progetto, del concetto, dell'idea in modo da ritrovarsi sulla stessa pagina nel svilupparlo, intraprendendo questo viaggio insieme dove io sono seduto al posto guida. Sono molto duro e impaziente nella sala prova, il fatto di avere solo 31 anni non mi blocca. Ho le idee chiare sull'atmosfera che voglio creare in scena quando affronto un nuovo lavoro, ma allo stesso tempo sono aperto a farmi sorprendere dall'interprete che ha la capacità e il potere di potenziare il mio lavoro.

Diego parlami del tuo prossimo futuro artistico e delle collaborazioni previste?
Nel 2018 creerò la mia seconda serata intera ispirata a Federico Garcia Lorca: "Lorca sono tutti" che avrà la sua prima al Teatro Ponchielli di Cremona il 24 aprile 2018 e successivamente a MilanOltre il 12 ottobre. In questa avventura sono accompagnato da Aterballetto, Sepama SRL e MilanOltre. Successivamente creerò un nuovo lavoro per Aterballetto che mi accompagna in tutto il 2018, una creazione con musica dal vivo e utilizzando la compagnia intera che avrà la prima a settembre a Torino Danza e MilanOltre. "Domus Aurea" è ispirato al concetto di costruzione-cedimento-distruzione-rinascita. Nel futuro più prossimo, c'è una creazione nel 2019 a Munich con la mia compagnia, e una collaborazione meravigliosa di tre anni con il festival MilanOltre, grazie all'appoggio del direttore artistico Rino de Pace che crede parecchio nel mio lavoro e sviluppo. Questa collaborazione mi permetterà di continuare con la mia ricerca personale e di produrre uno spettacolo a serata intera ogni anno.

Con quale criteri selezioni i danzatori per la tua Compagnia?
Li hanno definiti weird-sexy and cool (strani-sexy e cool), sono molto diversi rispetto ai danzatori che utilizzo nelle compagnie in cui sono ospite. Sono tutti differenti tra loro, con qualità, fisicità e personalità diversissime e ognuno di loro apporta qualcosa di nuovo al mio lavoro. Possono essere belli e grotteschi, disumani e onirici, drammatici e freddi!

Qual è l'aspetto più gratificante nel tuo lavoro?
La sala prova. Quando il lavoro inizia a prendere forma e i danzatori lo rendono proprio. È quel momento in cui cedi e ti rendi conto che lo hai regalato a loro e quindi diventi spettatore, li osservi li guidi mentre prendono decisioni.

Molti pensano che chi danza in gruppo o nelle ultime file sia un ballerino di secondo livello. Cosa ne pensi a riguardo?
Penso che a volte il mondo della danza è ingiusto e non è la posizione che occupi in scena che ne definisce il talento. Ci sono moltissimi fattori che ti rendono un solista, non si tratta solo di preparazione tecnica, ma anche di fortuna e sicurezza in se stessi ed essere al posto giusto nel momento giusto. Ho visto danzatori meravigliosi a cui non è mai stata data una opportunità per dinamiche interne o semplice sfortuna!

Per molti ragazzi il ballo è un'ancora di salvezza, perché riescono a recuperare se stessi. È stato così anche per te durante la tua adolescenza?
Per me assolutamente no, la mia ancora di salvezza è sempre stata la mia famiglia e le mie amicizie, la danza è sempre stata la mia passione. La mia vita la priorità. Ho sempre avuto chiaro che potevo far sorridere ed amare qualcuno solo se amavo anche me stesso.

Quanto è importante per un giovane riuscire a comunicare con il mondo attraverso il "linguaggio del corpo"?
Il linguaggio del corpo non mente, mentre le parole possono mentire. Dovremmo comunicare di più con il corpo e meno con la tecnologia.

Come si dovrebbe valutare obiettivamente un balletto?
Non penso esista l'obiettività nel mondo dell'arte e quindi è sempre fondamentale ricordarci che nel momento in cui la rendiamo pubblica siamo anche soggetti a un giudizio. Un giudizio che ha tutto il diritto di essere negativo. Lo spettatore ha tutta la prerogativa a sua volta di non comprendere un lavoro. Quello che a volte trovo ingiusto è invece giudicare prima di vedere, o entrare a teatro già con delle idee preconcette. Dovremmo tutti imparare ad essere aperti a farci trasportare da un lavoro e in caso questo non avvenga è giusto dirlo. Rimane sempre e comunque una opinione personale dell'individuo.

Per un artista reputi sia necessario reinventarsi ogni giorno?
Reinventarsi ogni giorno lo trovo molto estremo e impossibile, ci sono tempi necessari di analisi per ogni cambio. Trovo fondamentale affrontare ogni processo con i tempi necessari. Conoscere il passato, vivere il presente e guardare al futuro!

Oggi si può ancora parlare di ricerca e sperimentazione nella danza? Si possono scoprire ancora nuovi linguaggi e metodologie applicate al movimento?
Assolutamente sì, sarebbe davvero triste pensare che abbiamo già scoperto tutto.

Tra tutti i tuoi incontri per lavoro chi ha lasciato un ricordo indelebile?
Il light-designer Carlo Cerri con cui ho una fortissima connessione artistica e che stimola la mia creatività costantemente.

A volte la storia, il fascino, la magia di un luogo influenzano anche il successo e l'esito di una rappresentazione al di là della vera essenza dell'evento. Tu che rapporto nutri con i luoghi e gli spazi della danza?
Il luogo può apportare molto alla performance o allo spettacolo. La prima cosa che faccio entrando in ogni spazio o teatro è chiedermi: come posso sfruttarlo al suo massimo? se riesco a rispondere a questa domanda adatto sempre un lavoro esistente alle esigenze e potenzialità del luogo. Potenziare il luogo in cui si viene ospitati con uno spettacolo è un compito fondamentale del regista.

Nei ragazzi di oggi vi è molta fragilità. Quale messaggio vuoi dare a loro attraverso la tua danza ed il tuo percorso artistico?
I ragazzi di oggi si sforzano e convincono di avere le idee chiare già ad una giovane età, criticano troppo ciò che vedono e quindi si impediscono una crescita e scoperta più grande del loro futuro e delle loro possibilità. È come se chiudessero a volte le porte che ancora non si sono aperte. C'è troppa necessità di definirsi "artista" e ci si dimentica della passione che è la cosa fondamentale per fare questo lavoro, che ti porta a guardarti ogni giorno allo specchio di fronte a qualcuno che ti giudica o che si aspetta un risultato da te. Il mio consiglio è di imparare a leggere il coreografo, studiarlo ed essere un libro aperto per lui e lasciare che la "creatività" faccia il resto. Amare e amarsi, trovare godimento nel movimento e nella potenzialità del corpo soprattutto a una giovane età e non abbandonarsi troppo giovani a un lavoro estremamente mentale se il corpo non è ancora pronto al lavoro fisico.

Michele Olivieri

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