lunedì, 11 dicembre, 2017
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INTERVISTA A ERMANNA MONTANARI E MARCO MARTINELLI in prospettiva dei Parlamenti di aprile 2016.-a cura di Sara Bonci

Parlamenti di aprile. Foto Cesare Fabbri Parlamenti di aprile. Foto Cesare Fabbri

Il termine politttttttico nasce con la primissima messa in scena di Rumore di acque per distinguervi dalla classica definizione di teatro politico. Cosa significa politttttttico, con sette t, qual è la poetica e l'obiettivo del vostro teatro?

Dire la verità. La nostra piccola, spuntata, sbilenca, ma necessaria verità. La verità di come vediamo va e non va il mondo. La verità di come brucia e si consuma la nostra anima. Sappiamo bene che viviamo nell'era del falso e della truffa, dei simulacri, dei confini sempre più incerti, o ormai definitivamente crollati, tra il vero e l'artefatto, tra il reale e il mediatico, lo sappiamo fino alla nausea: proprio per questo pensiamo che la scena sia il luogo in cui si dice, si balbetta la propria verità, e per dirla bisogna essere veritieri, allenarci ad esserlo, tutti i giorni, con pazienza e disciplina. A questo dialogo in un qualche modo sacro, si invita lo spettatore, che allora è qualcosa di più che uno spettatore. È un testimone, è un cittadino del mondo. Poi, sia chiaro, per articolare in forma d'arte la tua verità puoi usare tutti gli artifici del mondo, come è sempre stato fatto, da Dante a Caravaggio fino a Pasolini e compagnia bella. Questo è il politttttttico.

In molti vostri lavori Ermanna fa un uso forte della lingua di Campiano. Cosa rappresenta per voi il dialetto e da dove nasce questa esigenza?

Nasce direttamente da quello che abbiamo appena detto del legame della scena con la verità. La quale parte a sua volta dal nostro essere incarnati in questo mondo, in un luogo particolare di questa terra: siamo ultra-locali, diceva Dalì, ognuno discende dalle scale di casa sua, diceva Petrolini. Le scale sono anche la lingua materna, che non è solo linguaggio vocale, è anche un pozzo di esperienze, visioni, sogni, memorie d'infanzia e memorie arcaiche, pullulare di luoghi, racconti, sensazioni, cose che si possono nominare solo usando quella lingua. Davanti all'omologazione che vuole fare piatta la terra, sfigurarla, il dialetto è una musica di resistenza.

Il vostro legame con l'Africa è nato fin dall'inizio della vostra ricerca e si è reso palese durante una conferenza di geologia in cui faceste la scoperta che il sottosuolo ravennate in principio era Africa. Come si è sviluppato questo rapporto nella vostra vita e nei vostri spettacoli?

Prima di tutto è stato un rapporto con una persona che oggi non c'è più: Mandiaye N'Diaye. Se non avessimo incontrato lui, la scoperta del "sottosuolo africano della Romagna", compiuta nell'87, sarebbe rimasta un fuoco d'artificio, buono per generare un paio di spettacoli, utile come provocazione, e poi fine. Incontrando Mandiaye (e "le scale da cui discendeva"), abbiamo percorso insieme un quarto di secolo. Mandiaye è stato la nostra Africa. Lo è ancora, ci correggiamo: ancora ci parliamo nei sogni, arte di cui Mandiaye era maestro.

La non-scuola nasce per differenziarvi da quelle Accademie nazionali riconosciute come tali. Voi avete formato in maniera "eretica" tantissimi adolescenti, ma qual è stata la non-scuola di Ermanna e Marco prima di diventare compagnia?

Ci siamo amati. Da lì è partito tutto. Guardarci negli occhi e imparare che il fuoco della passione acquista in durata se lo alimenti con le armi del rispetto reciproco, dell'ascolto dell'altro, dello spazzare via i tanti pregiudizi, millenari, le tante violenze e i soprusi che impediscono una relazione di sana alchimia tra uomo e donna. Abbiamo imparato a fare teatro provando insieme, discutendo di tutto, sbagliando insieme. Abbiamo fondato una non-scuola "asinina" perché noi eravamo, e siamo ancora, una coppia "asinina".

Come si articola il lavoro con gli studenti e come è avvenuto il passaggio che ha portato dalla non-scuola all'integrazione delle nuove Albe all'interno delle vostre produzioni?

E' accaduto all'inizio con una certa naturalezza. Ci siamo visti crescere a bottega dei giovani malati di teatro. In quella malattia abbiamo riconosciuto la febbre che aveva acceso noi, da adolescenti. Ci siamo specchiati in loro. Abbiamo scelto quelli che ci sembravano avere cuore e tenacia necessari per stare nelle Albe. Il resto lo fa il lavoro quotidiano, come nelle botteghe medievali e rinascimentali: l'allievo sta accanto al maestro, prima gli mescola i colori, intanto lo osserva dipingere, poi un bel giorno il maestro gli chiede di disegnare l'ala di un angelo, e così via, l'allievo impara spiando e facendo.

I "Parlamenti di aprile" non si possono definire né una conferenza né un Festival, ma piuttosto un incontro ibrido tra la filosofia e il teatro. Quando nasce l'idea di realizzarli e perché? Che cosa sono per voi e come avete scelto negli anni le tematiche da affrontare?

Sono nati per festeggiare i trent'anni delle Albe. Pensavamo fossero un unicum apposta per "non celebrare" i decenni alle spalle. Poi ci abbiamo preso gusto: stare nella saletta Mandiaye N'Diaye insieme a amici "che sanno", poter condividere il loro sapere, poterli interrogare, ci è parso bellissimo. Una specie di Simposio platonico. Per questo abbiamo deciso di continuare: e le tematiche trattate sono quelle di cui avvertiamo l'urgenza, e gli autori invitati sono quelli che ci stanno a cuore.

Nel 2014 uno dei Parlamenti era dedicato al legame tra critica e scena. Come vedete la critica teatrale e quale pensate che sia il suo ruolo per voi artisti? Mi sembra che ci sia un ottimo rapporto tra voi e i critici.

Perché ne rispettiamo la funzione. Sono come noi appassionati di teatro, come noi coltivano il giardino della scena, da un altro punto di vista e con altri mezzi: è stupido non tener conto del loro "sapere", o pretendere che siano lì solo per parlare bene del nostro lavoro. Non devono per forza incensarci, come pensano certi nostri colleghi. E non è vero che la critica stia scomparendo: stanno scomparendo i grandi spazi sulla carta stampata, ma nella rete si stanno moltiplicando. E in questo moltiplicarsi ci sono rischi ma anche grandi opportunità: pensiamo soprattutto ai giovani studiosi e critici che prima di trovare un posto in un quotidiano sarebbero invecchiati... in questo modo invece possono scrivere e confrontarsi con chi il teatro lo fa. Il rischio dell'improvvisazione è dietro l'angolo, sì, ma è un rischio che corrono anche i giovani teatranti con i loro spettacoli. Preferiamo questo rischio a una situazione "bloccata", dove a scrivere e pontificare siano in pochissimi.

Una della giornate dell'edizione del 2015 aveva, invece, come titolo "Teatro e polis". Come vi hanno segnato i vari luoghi dove avete lavorato, da Ravenna in primis fino all'estero, e che importanza ha per voi la polis? Spesso nei vostri scritti affrontate i concetti di "popolo" e "radici".

Torniamo sempre lì. Alle scale da cui discendiamo. Che ci aiutano ad affrontare altre scale, le scale degli altri. Guardiamoci attorno: crescono l'intolleranza, il razzismo. Si alzano i muri. Noi abbiamo sempre amato mescolare il nostro dialetto alle altre lingue del mondo, al napoletano, al wolof senegalese. Le radici esistono e al tempo stesso si inventano: una polis è tale perché si confronta con il mondo. Abbiamo compreso Ravenna perché abbiamo lavorato tanto "altrove", nelle periferie delle metropoli come nei villaggi più sperduti: a Scampia come nella savana africana, nel Bronx di New York come a Lamezia Terme. I muri si abbattono anche così.

Ultima modifica il Giovedì, 18 Febbraio 2016 20:22

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