venerdì, 28 aprile, 2017
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"Pier Paolo Pasolini il Poeta delle ceneri", un progetto realizzato da Giorgio Barberio Corsetti.-a cura di Alma Daddario

Giorgio Barberio Corsetti Giorgio Barberio Corsetti

Il teatro poetico-filosofico di Pasolini

"Se volete essere davvero una nuova generazione di giovani, infinitamente più matura, dovete abituarvi anche a questa atrocità del dubbio, alla sua sgradevole sottigliezza. Dovete cominciare a dibattere veramente i problemi! Non formalmente. Invece si applaudono sempre dei luoghi comuni quando bisogna ragionare, non applaudire o disapprovare. Talvolta chi pretende la libertà, poi non sa cosa farsene". (dall'intervista di Paolo Minucci a Pasolini).
"Un teatro si forma là dove si fa teatro, dove l'atto del far teatro determina lo spazio in cui avviene, che si trasmuta in luogo altro, un altrove da dove il mondo si vede in maniera più chiara" (G.B.C.). Incontro-riflessione con Giorgio Barberio Corsetti in occasione della messa in scena di "Pier Paolo Pasolini, il poeta delle ceneri" alla Pelanda di Roma (22 / 23 Aprile 2015).

Una "lettura scenica" originale per un progetto teatrale itinerante, quella rappresentata alla Pelanda, il suggestivo spazio dell'ex mattatoio di Roma, nello storico quartiere di Testaccio.
"Pier Paolo Pasolini il Poeta delle ceneri", è un progetto realizzato da Giorgio Barberio Corsetti per l'Accademia d'Arte Drammatica Silvio D'Amico, con il coordinamento del Direttore dell'Accademia Lorenzo Salveti, e di Daniela Bortignoni, Vicedirettore e responsabile del Corso di Regia, del Master di Drammaturgia e Sceneggiatura, e la supervisione di Graziella Chiarcossi.
A quarant'anni dalla morte di Pasolini, figura centrale della nostra cultura contemporanea, poeta che ha segnato un'epoca, regista geniale, saggista inesauribile, filosofo e molto altro, i suoi testi e le opere cinematografiche colpiscono dritto al cuore, indignano, fomentano dubbi, istigano a riflessioni sulla società e il futuro dell'uomo.

Inizio l'incontro con la domanda-incipit, tratta da un articolo di Alberto Moravia sull'intellettuale e amico scomparso, articolo pubblicato sull'Espresso il 9 Novembre del 1975: "Chi era, e cosa cercava Pasolini?"
Impossibile e riduttivo definirlo con poche parole. E' stato un grande poeta, ammaliato dal linguaggio in tutte le sue forme, con una passione profonda per l'umanità e per gli ultimi, una rabbiosa coscienza dell'ingiustizia e della violenza, quella evidente e quella nascosta e subdola del potere.

Per Alberto Moravia, che fu suo grande amico, l'ideologia politica di Pasolini, che permeava dalla sua opera, era una sorta di "comunismo sentimentale" che prevaricava la ragione, privilegiando l'umanità. Questo perché il poeta metteva avanti a tutto l'uomo. Che ne pensi?
In Pasolini l'ideologia non diventa sentimento in realtà, ma piuttosto elemento poetico. Il comunismo, il fascismo, il sottoproletariato urbano, i piccoli borghesi, i contadini, i borghesi , i ministri democristiani, diventano i personaggi del suo teatro- poetico- filosofico, sono figure e voci che si articolano secondo "affetti" e modulazioni diverse, esprimendosi nelle opere attraverso l'indignazione, l'amore, la denuncia , l'avversione profonda, la risata demistificatoria. Come nelle sue poesie, le albe romane, i prati di periferia, le corse in autobus verso il lavoro, si popolano di figure, così la sua passione ideologica diventa "paesaggio ribollente", dove si muovono le figure delle sue visioni politiche.

Pasolini era legato al passato, inteso come scrigno della memoria: terra, radici, stratificazione di conoscenza, arte e lingue. La conservazione delle tradizioni e delle espressioni artistiche di un popolo erano fondamentali per lui. Come vivrebbe quest'epoca dove la memoria viene sottovalutata, e distrutta anche nei simboli artistici che la rappresentano, come per le distruzioni operate dall'Isis, ma anche per l' incuria del nostro patrimonio archeologico abbandonato al degrado?
Nella realtà oggi siamo andati ben oltre le più terribili previsioni profetiche del nostro poeta. Sicuramente la sua voce in questo momento storico si sarebbe alzata fino all'urlo di rabbia, e oltre. La sua attenzione ai nuovi mezzi di comunicazione e la sua capacità critica avrebbero dato un contributo potente alla lettura delle violente trasformazioni sociali in atto nel nostro paese e in Europa: lo strapotere della finanza e delle banche d'affari sui mercati, nella politica e sulle nostre vite, potevano certamente essere un tema per un suo altro romanzo-mondo, dopo l'incompiuto Petrolio. Leggendo in questo periodo anestetizzato i suoi scritti, si percepisce una presa di posizione così netta da sembrare esagerata, estrema, anche adesso. Quella voce ci manca: ci manca la sua autorevolezza, la sua forza, la sua acutezza. La non è solo quella operata in medio oriente dall'ottusità fondamentalista, o in Italia dall'incuria del patrimonio artistico per inefficienza e corruzione: la distruzione della memoria di ciascun individuo attraverso la televisione di bassa qualità, la manipolazione dell'informazione, l'omologazione e la perdita di qualsiasi valore e qualità umana, questo è il genocidio più terribile.

Cosa ha rappresentato Roma, per Pasolini, nel tempo e fuori dal tempo?
Roma è stato, per molti poeti e per Pasolini, il punto di arrivo, la Gerusalemme delle borgate, del cinema e dell'arte, e parallelamente l'anti-Gerusalemme della povertà, del potere e della corruzione. Una Roma al tempo ancora città di provincia, con una fisionomia ben definita. Ora la nostra capitale è sformata, gonfia e stravolta, come un essere che è invecchiato male. Tuttavia conserva ancora tutti i tratti della bellezza antica, malgrado il degrado.

Nel sostenere l'importanza della cultura contadina e i valori della terra, oltre a una contrapposizione a un'ottica capitalista della società, c'era anche un sentimento ambientalista ante-litteram: preservare l'ambiente naturale collegato alla memoria del passato?
Non so se definirlo ambientalista, sicuramente aveva una attenzione al paesaggio ed alla mutevolezza dei suoi colori e delle luci, come alle espressioni dei volti, una percezione sottile delle sfumature e delle linee, quasi da pittore. Lo scempio operato sui nostri territorio, il degrado, l'invasione dei rifiuti tossici, l'avvelenamento dell'ambiente e dell'aria , il conseguente riscaldamento globale, sono tutti temi che immagino lo avrebbero toccato profondamente.

I giovani oggi sono in grado di recepire tutto questo? E soprattutto, cosa pensano di questo controverso intellettuale scomodo?
Io credo che i giovani non siano tutti uguali e omologati, come non lo erano i loro padri e i loro nonni. Non lo sono per tanti motivi: sociali, economici, di cultura, anche per i loro desideri. Io credo che si debba conoscere e far conoscere Pasolini, la sua poesia, i romanzi, il cinema. E son convinto che per gli uomini sensibili, di giovane età e più maturi, conoscere la sua poesia sia una scoperta illuminante. In lui ritroviamo il nostro paese perduto, che ci hanno sottratto, un'Italia per cui vale ancora la pena di battersi per riaverla, reinventarla.

Perché realizzare uno spettacolo itinerante, ambientato proprio nella Pelanda?
Più che uno spettacolo itinerante è uno spettacolo a tappe o stazioni. La Pelanda permette, con la sua articolazione strutturale, di far convivere più luoghi scenici che il pubblico attraversa. Poi, una volta dentro quel luogo un tempo adibito a mattatoio, ci si rende conto che lì si spellavano gli animali appena uccisi... e i personaggi del teatro di Pasolini, "spellati vivi", fanno risuonare le loro voci, evocando gli echi di quegli animali.

I testi scelti, hanno un comune filo conduttore?
L'unico filo conduttore è il desiderio dei giovani registi per quei testi, il desiderio di dare una voce a quei personaggi tormentati, di attraversare i luoghi bui e segreti dove si nascondono. Alcuni di loro hanno scelto testi come: Orgia, Porcile, Bestia da Stile, Carne e Cielo, uno di loro ha preferito mettere in scena un saggio: Il manifesto per un nuovo teatro.

Scegliere un luogo che non sia un teatro, può essere considerato un gesto provocatorio e di denuncia, in un momento come questo in cui i teatri - a Roma abbiamo i casi eclatanti del Valle e dell'Eliseo - vengono chiusi?
Un teatro, fortunatamente, si forma là dove si fa teatro, dove l'atto del far teatro determina lo spazio in cui avviene, che si trasmuta in luogo altro, un altrove da dove il mondo si vede in maniera più chiara. E'drammaticamente vero che i teatri chiudono, ed è terribile...ma noi continuiamo a far teatro: comunque è il nostro compito, e i Poeti ci affiancano, sono i nostri compagni in questa impresa.

Forza fragile ma rivoluzionaria, il teatro può oggi rappresentare ancora un'efficace barriera contro il "sonno della ragione"?
Penso che ogni artista creda fermamente che l'arte sia necessaria, e ogni artista di teatro sia convinto dell'impossibile, cioè che il mondo possa essere salvato, e che sarà proprio il teatro a farlo. La poesia e il teatro continueranno a scuotere le coscienze, a proporre la quintessenza della vita e la presenza dell'essere, contro l'assenza, la distrazione, il vuoto, e il sonno greve dell'ignoranza.

"Pasolini aveva scoperto molto presto che la ragione non serve, ma va servita. E che soltanto le contraddizioni permettono l'affermazione della personalità. Ragionare è anonimo, contraddirsi, personale. (...) La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché ne aveva già descritto nei suoi romanzi e nei suoi film, le modalità squallide e atroci. Dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un'epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile".
(da "Ma che cosa aveva in mente?" di Alberto Moravia. L'Espresso – 9 Novembre 1975)

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Ultima modifica il Domenica, 19 Aprile 2015 16:05

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