martedì, 27 giugno, 2017
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Le parole segrete sull'abisso dell'anima. Conversazione sul teatro con Emma Dante.- di Nicola Arrigoni

Emma Dante. Foto Carmine Maringola Emma Dante. Foto Carmine Maringola

Chi ha visto mPalermu, Carnezzeria, Vita mia di Emma Dante vi ritrova i segni e le tematiche care alla regista palermitana: la famiglia, la sua Sicilia, la maternità e la morte. Chi non ha visto nulla di Emma Dante ha la possibilità di assistere ad una summa della sua poetica, di vedere quanto l'agire e l'immagine, la parola e il corpo possano dire dell'abisso dell'anima e dell'insondabile mistero della vita. Le sorelle Macaluso sono tutto questo, oltre ad essere lo spettacolo migliore della passata stagione, premiato con l'Ubu. Partire da Le sorelle Macaluso è voler mettere a fuoco l'azione poetica del teatro di Emma Dante in cui mito e poesia, antropologia e teatro si intersecano in un linguaggio fatto di pancia, in cui chi è in scena fortissimamente vuole essere; un linguaggio che la regista palermitana ha saputo trasporre con straordinaria coerenza nella sua Carmen alla Scala, ma anche al cinema con Via Castellaneta Bandiera. Emma Dante non accondiscende alla finzione, nei suoi spettacoli propone la consapevolezza di un rito scenico i cui officianti sono gli attori/danzatori chiamati a una rara e possente intensità espressiva, ma sono anche gli spettatori che non possono rimanere indifferenti, che sono chiamati in causa dall'affacciarsi degli attori sul baratro buio della platea, dalla materia che scotta del teatro della regista palermitana: il confine labile che divide vita e morte, sogno e realtà, essere e apparenza. Ed è la stessa Emma Dante a dare conto di questa sintesi, ma anche approfondimento di un mondo di relazioni e di conflitti che sta alla base del suo teatro.
«Le sorelle Macaluso racchiude un po' quello che sto esplorando da quindici anni a questa parte con il mio teatro – afferma Emma Dante, raggiunta nella sua Palermo -. Al centro come sempre c'è la famiglia con le sue dinamiche».
Chi ha visto Vita mia o mPalermu vi ritrova molti richiami...
«Ed è così. Di Vita mia si raccontava la disperazione per la morte di un figlio, il pubblico era partecipe di una veglia funebre; anche qui assistiamo ad un funerale, a più funerali. Vita e morte si confondono. Di mPalermu, Le sorelle Macaluso recupera la scena spoglia e quella linearità, quell'affacciarsi sull'abisso che sfida sia i ragazzi di mPalermu che ora le ragazze di questa famiglia in cui il femminile ha la meglio».
Da un lato c'è il mistero della femminilità, dall'altro quello della morte....
«All'aprirsi del sipario non sappiamo chi sono quelle donne. Ma soprattutto non sappiamo se sono vive o morte. Mi interessava raccontare di una famiglia al femminile, dopo l'esperienza di mPalermu in cui la presenza maschile era preponderante»
Una questione di genere?
«Non solo. tutto come sempre parte dal voler raccontare una storia, una storia di sorelle che si fermano in uno spazio e un tempo non definiti a rievocare la loro infanzia, la famiglia, le relazioni fra loro, col padre, la vita e la morte, la guerra per accaparrarsi affetti e felicità».
In realtà fin da subito si ha l'impressione di assistere a qualcosa di slegato dalla vita...
«Fra quelle donne è accaduto qualcosa, ci si presentano in scena cariche di cose da dire e agire. Tutto lo spettacolo è un ricordare, un rivangare le relazioni familiari fra di loro, i conflitti, gli affetti, le apprensioni e le distrazioni fatali. C'è la morte prematura del figlio di una delle sorelle. Alla fin fine non si capisce se siano vive o morte, sono esseri sospesi che hanno bisogno di raccontare la loro storia e in questo raccontare professare la loro voglia di vivere».
Si assiste ad una sorta di funerale...
«E' così, un funerale che non coinvolge solo chi muore, ma tutti».
C'è ripetuto il gesto di prendere aria, una necessità di ossigeno e forse di fuga?
«E' un prender aria, prendere respiro, ma anche un segno di soffocamento».
Insomma ne Le sorelle Macaluso c'è un po' tutto il suo teatro?
«C'è la volontà di andare in profondità, ci sono i temi che mi sono cari, ma c'è anche la voglia ogni volta di metterli in discussione, di metterne alla prova la potenza, il senso, la capacità di appartenermi e appartenerci ancora».
Se con Cani di bancata sembrava voler abbandonare la sua Sicilia e l'antropologia ad essa connessa, dopo le esperienze internazionali, la regia lirica alla Scala, il cinema Emma Dante torna sempre nella sua Palermo...
«E' la mia casa, qui ci sono le mie radici e non l'ho mai nascosto. Partire per ritornare, lontananza e vicinanza sono un tutt'uno, sono due aspetti che nutrono il mio lavoro e in generale la vita di ognuno di noi».
Bisogno di radici e la possibilità di partire da Palermo per nuove sfide, fra questa la scuola che dirige al Biondo...
«La mia scuola è una sorta di laboratorio permanente. Ai miei ragazzi chiedo di saper cantare, danzare, gestire lo spazio, usare le loro emozioni più profonde, recitare nel senso di essere veri e credibili sempre. Oltre al laboratorio permanente con me, i ragazzi studiano le singole discipline dalla storia del teatro, al canto, alla danza. L'obiettivo è quello di costruire un attore che sappia e abbia consapevolezza di sé, ma anche di essere l'officiante di un rito teatrale che è condivisione con l'altro in scena ma anche con chi sta in platea Ora stiamo lavorando sull'Odissea tanto per non smentire la necessità di andare alle origini di ciò che siamo, cercherò di presentare lo studio di fine corso quest'estate. Insomma partire dall'Odissea vuol dire fare ritorno alle nostre origini e interrogare ciò che siamo e perché siamo quelli che siamo. E forse partire dalla formazione di giovani attori, investire su un nuovo modo di essere attori in cui la ricerca estetica si sostenga ad un rispetto etico non solo del mestiere ma anche dell'esito di questo nei confronti di chi viene a teatro, forse tutti questi aspetti possono aiutare a ripensare il teatro».
Meglio del Decreto Franceschini?
«Sono intristita e mi pare una lotta fra disperati. La corsa a capire in quale categoria ministeriale porsi, la necessità di un'etichetta per avere i finanziamenti. Mi sembra tutto così triste e inutile, oltre che, forse, dannoso».
La soluzione?
«Non la so. Io riparto dalla mia scuola di teatro, dal mio laboratorio permanente, riparto con un viaggio che si chiama Odissea».
Impossibile parlando di Odissea non far riferimento al suo Io, Nessuno e Polifemo andato in scena all'Olimpico di Vicenza.
«L'intervista impossibile, questo è il sottotitolo dello spettacolo, va in cerca della parola segreta del mito. Certo portare in scena uno spettacolo all'Olimpico vuol dire misurarsi con un teatro e uno spazio intoccabili, che portano con loro segni potenti di una tradizione e un sapere. Io, Nessuno e Polifemo ha dovuto tener conto di questo spazio, si è adattato ad esso. E' questo rapporto teso con lo spazio e un teatro che ha segni incancellabili che anima la sfida stessa di pensare spettacoli e produzioni per il festival, di cui sono direttore artistico. Il riferimento alla classicità diventa il viatico, la cruna dell'ago attraverso cui passare per costruire scenari sulla nostra contemporaneità, il nostro stato presente».

Ultima modifica il Giovedì, 26 Febbraio 2015 09:52

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