domenica, 28 maggio, 2017
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Tempo, 18 gennaio 1969

Di ciò che è avvenuto nei recenti quindici anni sui patrii palcoscenici si potrà dir tutto il bene o tutto il male che si vuole. Un fatto, però, è innegabile, anche se, a vero dire, è costato più distruzioni che non abbia comportato conquiste: mai s’era assistito a un bisogno altrettanto sincero – ahimè otto volte su dieci fermatosi alle parole, o quasi – di ricerche inedite ad ogni livello. Eccettuata una convinta, fiduciosa e pertinace esperienza italiana, intesa a individuare e a coltivare copioni e moduli interpretativi inequivocabilmente nazionali – e forse era l’unica esperienza giusta e necessaria – tutte le altre vie, sia artistiche sia organizzative, magari, spesso timidamente o ad orecchio lungo il provinciale per quanto comodo scivolo di quella che si potrebbe chiamare l’ “intelligenza tradotta”, tipica della nostra presente cultura, sono state tentate. Dalle più serie alle più eccentriche, dalle più prudenti alle più spericolate, dalle più pavide alle più temerarie. Siamo, dopo tanto affannarsi, pervenuti a stringere un pugno di mosche? Pazienza. Anche certi itinerari inconcludenti possono essere stimolanti, fitti di imprevisti e, tolta di mezzo la malafede programmatica, possono persino insegnar qualcosa. È quel che non riescono a capire gli apocalittici di professione, pronti, ad ogni stormir di foglia, a intonare la geremiade dell’anno zero. Con tante che ne ha viste e passate il teatro in duemila anni e più, non sarà certo la nostra generazione ad avere il non invidiabile privilegio di fargli chiuder bottega!

Teatro gestuale, viscerale, o come chiamar si voglia, contro repertorio scritto, teatro della crudeltà contro teatro della… tenerezza, borghese contro proletario, didascalico contro evasivo, psicologico contro fattuale, surreale contro realistico, estraniato contro emozionale, impegnato contro disimpegnato e viceversa, sociale contro qualunquistico; di sinistra e di destra, di contestazione e di consumo… che cosa può sorprenderci ancora? Ognuno ha il proprio foraggio da bruciare. E, infatti, fra tante tentazioni, il pubblico, non sapendo più da che parte volgersi, come l’asino di Buridano diserta la stalla, pardon,  la platea.

E tuttavia dagli intolleranti richiami di tante aperture e disponibilità che, oltretutto, sono state pretesto e stimolo alla guerra reciproca fra gli unici che avrebbero dovuto essere alleati, voglio dire autori, attori e registi, una piccola, vecchia ma preziosa, verità sta tornando a galla. Di questi tre elementi interdipendenti, variamente combinati ai fini di uno spettacolo funzionante, quale che sia, alla resa dei conti, praticamente quello in cima alla graduatoria, il solo veramente indispensabile, ahimè, e autosufficiente, bisogna riconoscerlo, è l’attore. L’attore, beninteso di vaglio, moderno ed aggiornato e, non lo si dimentichi, circondato da altri attori valenti. Sarà malinconico, sarà magari scoraggiante, però l’unico che può ancora far teatro da solo è lui. Né il più sublime dei testi, né il maggiore dei registi possono dire, purtroppo, altrettanto. È un vetusto stato di fatto che niente può modificare.

Vedi, esempio, il non certo memorabile “trittico” Plaza suite dello statunitense Neil Simon, autore della Strana coppia già vista con Walter Chiari e Renato Rascel; nonché esimio specialista in copioni a consumo, di grande successo: una sorta di magazzini Standa del teatro, in altri termini. Tutto càpita nella stessa stanza di un grande albergo che ospita., per tre volte, tre diverse coppie prossime all’età critica e campioni lepidi e, sotto sotto, malinconici del logoramento, l’immeschinimento, la involontaria degradazione, morale prima ancora che fisica, del tempo sulle unioni anche meglio assortite e meglio cominciate. Tema, come ognuno può constatare, vecchio quanto il cucco e trattato, salvo il primo episodio, con mano alquanto greve oltre che facile, troppo facile; redento solo parzialmente da un dialogo capricciosamente spedito, tradotto con agilità da Emilio Bruzzo che firma anche la scattante regia. Bene, avendo imprestato metà della loro eccellente Compagnia allo Stabile di Torino per l’allestimento di Edda Gabler, si sono divertiti – come una vacanza – a recitarlo a Milano Romolo Valli ed Elsa Albani e la serata conta solo per loro, offrendo un modello antologico di quanto sia in grado di creare, anche dal nulla, la fantasia comica di due attori geniali, sul filo dell’intelligenza intessuta di ironia critica.

Carlo Terron

Ultima modifica il Venerdì, 26 Dicembre 2014 10:41
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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