venerdì, 24 marzo, 2017
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Il Tempo, 28 dicembre 1968

Witold Gombrowicz: polacco, 65 anni. Nel 1939 emigra in Argentina, Buenos Aires. Vi rimane fino al 1963, quando ritorna in Europa; dapprima a Berlino ma coi tedeschi non quaglia troppo. Finalmente trova il fatto suo in Francia, a Vence, dove può tener a freno l’asma di cui soffre. Cominciò a scrivere i primi racconti a 25 anni, la prima delle sue tre commedie a 31; il più noto dei suoi romanzi: Ferdydurke  a 33. Lungo tutta l’era staliniana, le sue opere sono bandite in Polonia. Nel ’57, col disgelo, Ferdydurke viene ristampato. Il successo è rapido e clamoroso. Tanto che, nel ’59, appena due anni dopo, ad onta degli stretti rapporti che egli ha allacciato con gli intellettuali del suo Paese, viene nuovamente messo all’indice. In Italia, che io sappia, nessuna notizia di lui fino al 1963, quando l’editore Lerici, nella sua collana di teatro, stampa la prima delle sue commedie; in tutto, fino a due anni fa, erano due e solo oggi sento parlare di una terza, essendosi la sua vocazione e la sua attività svolte e sviluppate tutte in direzione narrativa: racconti, romanzi, un diario del quale m’è stato detto un gran bene. 

La commedia, una parabola in veste favolistico-grottesca, si intitolava: Iwona, Principessa di Borgogna. Alla lettura, sinceramente, non ci fece molta impressione. Che cosa simboleggiava Iwona, la silenziosa, selvatica, passiva, solitaria, enigmatica e, tirate le somme, frenastenica principessa, che, senza mai reagire, con la sola presenza, lasciandosi mitemente e rassegnatamente ridicolizzare, offendere, umiliare, funge, paradossalmente, per così dire da reagente alle represse scontentezze, all’esteriore sicurezza, alle inconfessate magagne di tutta la Corte, ponendo chiunque la avvicina in uno stato di intollerabile disagio; tanto che, tutti d’accordo, e il fidanzato in testa, decidono di farla fuori, come, infatti, fanno, ordinandole, obbediti, di strozzarsi da sé con una lisca di pesce al pranzo di fidanzamento?

Simboleggiava forse la coscienza, la cattiva coscienza, una proiezione della paura metafisica, l’allusione alle creature conculcate, oppresse, indifese, l’evangelico quanto ambiguo destino dei poveri di spirito naturalmente disposti a offrire l’altra guancia alle sberle dei prepotenti? Il guaio stava proprio nell’incertezza, nell’elusività del suo significato.

La vedemmo, poi, recitata in francese, tre anni fa al Festival della prosa a Venezia e, francamente, crebbe la confusione e ci piacque ancor meno. Per l’occasione, si lamentava, risentito, l’autore: “…Non so molto di Ionesco e di Beckett… Sono, lo confesso senza vanto e senza vergogna, un autore di teatro che non va a teatro da 25 anni e che non legge testi teatrali, meno quelli di Shakespeare. Perché, allora, voi critici di diversi Paesi, dite: ecco una variante del teatro di Ionesco e di Beckett?”. Non si preoccupi, non lo è. Basta una semplice attenzione al linguaggio per rendersene conto. E poi, le date sono dalla sua parte. Le vaghe analogie esistono, dipende dall’atmosfera di sperimentalismo e di avanguardie tra le due guerre, respirata quasi senza accorgersene prima degli altri e conosciuta dopo.

A puntuale conferma di queste impressioni e di queste considerazioni, ecco, ora, giungere di rincalzo – Milano, Palazzo Durini – la rappresentazione della seconda commedia di Gombrowicz, scritta, anch’essa, più di vent’anni fa: 1946, per l’esattezza. Si chiama Il matrimonio ed è stata presentata dalla giovanile “Compagnia del porcospino II” diretta da Mario Missiroli, che i giornali sono stati unanimi nell’apprezzare.

Parlare d’una commedia raccontandone un’altra non è molto ortodosso. Lo si fa per ribadire la presenza di un tono e di uno stile univoci; dei medesimi pregi e difetti. A partire dalla fumosità della troppa carne messa al fuoco, e della più larga e aperta disponibilità dei significati. Nelle iterazioni a spirale della sua comicità angosciosa, da farsa surrealistica, ce n’è per tutti i gusti: da Freud alla protesta sociale, con echi, più o meno fortuiti, di Shakespeare, di De Ghelderode e soprattutto  di Gênet. Breve: trattasi del sogno guidato e consapevole del disertore da una realtà degradata e umiliante, redenta e sublimata da un delirio onirico autocontrollato.

Incubo-metafora autobiografico? Parabola, allegoria della condizione umana collettiva? O altro? A scelta. Ma perché, da un po’ di tempo, nel miglior teatro, due più due non deve mai far quattro?

Carlo Terron

Ultima modifica il Venerdì, 26 Dicembre 2014 10:38
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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