sabato, 25 marzo, 2017
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Corriere Lombardo, 4 luglio 1956

Dai tempi mitici in cui le nubi erano governate dalle esuberanze del temperamento dell’antico padre Giove, ai tempi attualissimi in cui i nubifragi sono rovesciati sulla cervice dei mortali dalle bizze vagabonde e disastrose degli atomi disgregati, il Destino, pardon, il Fato, ha subìto una continua umiliante degradazione. È uno dei tanti tributi che la barbarie (?!) ha dovuto pagare alla civiltà (!?). Da supremo estraneo, immutabile e irreversibile regolatore delle vicende umane, tale che dell’innocente Edipo può fare, in un pomeriggio, un essere immondo messo al bando dal consorzio civile, esso si è ridotto a vivacchiare nei gabinetti delle chiromanti fra una civetta impagliata e un pugno di fondi di caffè.

Oggi ognuno di noi, dicono, è artefice e padrone della propria sorte quale che essa sia. Si tratti di finire sotto un’automobile o di vincere la lotteria di Merano, nell’un caso come nell’altro, è sempre e soltanto colpa o merito personale. Nulla, al mondo, come codesta ferma, quanto gratuita, convinzione serve alla concimazione di quell’intraprendente ottimismo il quale, ad esempio, rende così fanciullescamente fiduciosi ed esuberanti i nostri indiscreti amici americani. Sta di fatto che se l’aver relegato in pensione le impenetrabili e imprevedibili decisioni del Destino, ha contribuito alla fiducia nelle carni in scatola e nelle bombe all’idrogeno, non ha giovato né alla fantasia dei poeti né all’ispirazione dei drammaturghi. Non è certo con una bistecca di porco conservata in frigorifero che si può trarre argomento per una tragedia.

Poeti e drammaturghi, però, sono gente nostalgica, ostinata e testarda. Stabilito che, nelle loro mani, così com’è ridotto, un destino condannato all’iniziale minuscola, non è più in grado di generare mistici terrori e religiosi misteri, essi si adattano ad usarlo quanto meno come strumento di giochi capricciosi e parodistici che tentano di acquistare diritto di cittadinanza nel mondo dell’arte travestendosi di umorismo, e se la va la va!

Nello spazio di pochi anni, già un paio di rispettabili commediografi francesi hanno tentato, con una certa fortuna, questo singolare contrabbando. Ieri, Jacques Deval con Stasera a Samarcanda e, oggi, Georges Neveux con Zamore trasportato sul palcoscenico del teatro del Convegno dalla spregiudicata intelligenza e dall’alacre ricerca di Enzo Ferrieri, in una limpida traduzione di Lilla Silvestri. Di Neveux i milanesi dovrebbero ricordare Querela contro ignoto. Era una bella commedia. “Tragedia buffa” ha intitolato il suo nuovo copione l’autore. Ed è la prova del discorso precedente. Fingiamo dunque di credere che al destino non si sfugga e che, qualunque cosa si tenti per mutarlo, altro non si fa che andargli incontro e fornirgli elementi di prova della sua ineluttabilità. Se siete capaci di concepire una favola nei modi di una pochade, o di gustare una pochade che vi si trasforma, sotto gli occhi, in una favola, andate a teatro una di queste sere e troverete il fatto vostro.

Zamore è un marito becco fuori dell’ordinario, un cornuto d’eccezione. Il giorno che sua moglie, Clarissa, fugge di casa con Carlo Augusto, il suo amante, egli non fa scenate, non si abbandona alle incontinenze della gelosia, non minaccia, non si dispera: non fa nulla insomma di ciò che avrebbe il dovere di fare un marito normale nelle sue condizioni. Egli si limita a seguire passo passo i due fedifraghi per evitare loro mali passi, per vegliare sulla felicità della sua ex moglie; per darle dei consigli igienici, per metterla in guardia dai rischi; e per far rigar diritto colui che lo ha sostituito, nel caso che pensi di renderla infelice, o tradirla, o abbandonarla, secondo le abitudini galanti di un passato poco rassicurante. Mite, placido, remissivo, discreto, ma onnipresente e implacabile.

Una sera, il paradossale terzetto giunge in un ancor più strano paese. È un luogo dove, di tanto in tanto, da tempo immemorabile, quando spira un certo vento, tutti gli abitanti vengono colti da facoltà divinatoria. Essi vedono in anticipo il futuro. Né mai una volta hanno visto sbagliato. La sera del loro arrivo, tira appunto quel tal vento. E che vedono gli strani indigeni? Una sciocchezza. Soltanto che Zamore verrà ucciso a revolverate dall’amante di sua moglie. Pazienti e sereni, essi si mettono alla finestra e aspettano. Tanto già lo spettacolo non potrà mancare. Superato il primo momento di incredulità i tre predestinati si mettono d’accordo e si dànno da fare in ogni modo per allontanare la sorte loro vaticinata. In questa impresa, la commedia coglie due o tre trovate originali, inaspettate e divertenti, come, ad esempio, il tentativo di ingannare il destino recitando la parte che è stata loro assegnata, in tutti i particolari, soltanto sparando in alto; oppure, il trucco di cercare di trasferire l’“avvenimento” preannunciato su altri personaggi meno simpatici. Quando però tutto pare sistemato, scatta la macchina infernale predisposta dalla sorte: il povero Zamore cade ammazzato e l’assassino finisce in galera. Tutto è stato inutile; tanto valeva rassegnarsi subito, risparmiare la fatica e non perder tempo.

Se Giraudoux avesse deciso di regalarsi una vacanza e dedicarsi alla composizione di una buffa commedia come si dice da boulevard, avrebbe sicuramente scritto questa. Essa cimenta suggestioni fantastiche e surrealistiche volutamente appoggiate a minuzie, eccezionalità e capricciosità  banali, senza mai abbandonare il terreno del comico; ma non sfiora, nemmeno per un momento, il mistero, e finisce, inevitabilmente, con l’esaurirsi in un freddo e incredulo gioco dell’ intelligenza dove ciò che conta sono i particolari, le inaspettate piccole svolte, anzi variazioni ironiche umoristiche, caricaturali, della vicenda, e soprattutto la elegante ed evasiva spiritosità del dialogo.

Enzo Ferrieri ha composto uno spettacolo armonico, agile, ironico, brillante e molto applaudito anche a scena aperta; dove si sono distinti Franco Volpi per una lepida, riflessiva e pignola comicità di sicuro stile, Elena Cotta per l’insinuante e arguta femminilità, il De Toma per il gusto della perentoria caricatura, il Tarascio per l’esuberanza buffa solo un po’ troppo farsesca, la sempre puntuale signora Centa, l’Alighiero, il Mozzi, il De Masi, e tre esagitate ombre cinesi, a cui la circostanza di essere a due sole dimensioni non ha impedito di bisticciare o di picchiarsi di santa ragione come se fossero di volume intero come me e voi.

Carlo Terron

Ultima modifica il Venerdì, 26 Dicembre 2014 10:29
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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