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Henry MEILHAC e Ludovic HALÉVY - Frou frou

Corriere Lombardo, 22 ottobre 1955

Ieri sera, il Sant’Erasmo ha inaugurato la sua nuova stagione con dei bellissimi costumi. Essi sono serviti a rivestire i manichini di un venerando, per quanto illustre, copione, la cui ripresa, se ha una giustificazione – volendo escluder quella di un personale exploit della signora capocomica – non può essere altro che un civile rispetto del passato e una, in fondo, legittima nostalgia del tempo che fu. Si è trattato di Frou-Frou, commovente istoria di spensieratezza, di amore e di morte, per cui, lungo settant’anni almeno, si intenerirono le anime sensitive e piansero i cuori gentili di generazioni e generazioni di domenicali spettatrici. E il fatto, sia detto fra parentesi, che noi, figli di un’epoca disincantata e scettica, oggi ne possiamo sorridere, è più malinconico di quanto possa apparire, a prima vista… Se non proprio l’aridità, denuncia i limiti del nostro presente e allarmato sentire. 

Unica eccezione drammatica a triste fine, di Henri  Meilhac e Ludovic Halévy – famosa ditta della metà del secolo scorso, inesausta fornitrice alla scena francese di vaudevilles , libretti d’opera e d’operetta, oltreché legata a filo doppio a quella fenomenale industria dell’allegria che si chiamò Offenbach – Frou-Frou è una commedia che comincia come un vaudeville, procede per motivi ai quali con molta buona volontà si potrebbero attribuire perfino vaghe anticipazioni ibseniane di cui Casa di bambola non sarà immemore; e si conclude come un melodramma. Ora la mia pigrizia non mi consente di alzarmi dalla scrivania per andare a verificare, ma la sua data di nascita deve essere il 1869, anno più anno meno.

Due sole ragioni vedo al suo tenace persistere nel repertorio ed al suo costante successo presso le platee e cioè: un titolo che è uno dei più azzeccati del teatro francese, sufficiente, da solo, a suggerire una psicologia femminile; e una formidabile occasione offerta all’interprete di creare un vario, volubile, commosso e commovente ritratto femminile, spaziando lungo tutte le tastiere dal comico al drammatico, dall’attrice giovane alla prima donna. Per mezzo secolo, dopo Margherita Gautier, credo di non sbagliare affermando che essa abbia tenuto il secondo posto nella graduatoria della predilezione delle prime attrici. Dalla Deselée che la creò per la prima volta, alla Bernhardt, alla Duse, su su, da noi, fino alla Melato e perfino a Dina Galli, una dinastia di tigri reali della scena, ha riso, folleggiato, amato, sofferto ed è morta di dolore, per procura della spensierata e sconsiderata eroina. E, ieri sera, è stata la volta di Lida Ferro che l’ha coraggiosamente resuscitata per farle fare un ultimo giro in pista. 

Ve la conto? Ma sì, non fingete di essere impermeabili al sentimento. Tanto, già, ci conosciamo. La bella, schietta e leale Gilberta, giovinetta di alto lignaggio cresciuta nel castello avito, all’ombra di un padre gaudente e di una sorellina seria, sensata e circonfusa di spirito di sacrificio, s’è meritata il vezzeggiativo di Frou-Frou per la volante leggerezza del suo cervellino tutto grazia, spumeggiante, civetteria innocente e galante ambizione. Una trina, un vestito, un fiore, una canzone, un madrigale; la vita concepita come il volo di una farfalla tra una festa e una danza. Il successivo disastro della sua parte di sposa, di madre, ed anche di amante, dipende unicamente da uno sbaglio iniziale: quello di scegliere fra due giovani gentiluomini che la chiedono in isposa: il serio, metodico, tranquillo, prudente signor De Sartorys, e l’esuberante, appassionato e spensierato signor De Valréas, il meno adatto a lei, e cioè il primo che, viceversa, andrebbe benissimo per sua sorella, la quale ne è, oltretutto, innamorata morta.

Maritata, madre, e una delle più ammirate e corteggiate donne di Parigi, nella sua famiglia Frou-Frou è una esclusa. Nessuno la ritiene né sensibile né adatta alle cure di far andar avanti una casa o di educare il suo bambino. Quando essa se ne rende conto e vorrebbe riconquistare le posizioni perdute, si accorge che – senza nulla di peccaminoso, bensintende – il suo posto è stato preso da sua sorella: maestra di casa esemplare, educatrice del nipotino ammirevole, oculatissima amministratrice. Per Frou-Frou il momento è critico. Essa infatti sta per essere travolta dalla passione del rifiutato signor De Valréas che l’ha sempre in cuore. Impulsiva, sincera, imprudente e imprevidente, col cruccio di un geloso sospetto nei riguardi della sorella e del marito, essa si ribella al ruolo di bambola assegnatole, e fugge con l’innamorato. Colui che non era riuscito a diventare suo marito diventa il suo amante. Finché era vissuta da sconsiderata tutto era andato per il meglio, quando vuole metter giudizio provoca a sé e agli altri una valanga di guai.

Rifugio a Venezia, bando dalla buona società, un duello del vendicativo consorte che uccide il rivale; tentativo di dimenticare con la beneficenza, struggente desiderio di abbracciare il proprio bambino e morte d’amore, di dolore e di rimorso, accolta appena in tempo per esalare l’ultimo respiro su un sofà con la sua creatura fra le braccia, vaneggiando intorno al fiorito vestitino di voile del giorno in cui s’era fidanzata, e che implora le sia messo addosso nella bara: ce n’è più che a sufficienza per far uscire ancora dalle trousses e dalle borsette i fazzoletti delle spettatrici, ed anche, da qualche taschino, quelli degli spettatori.

Se qualcosa ancora incuriosisce della commedia è una certa gentile descrizione, l’amabile ed educata convenzione onde risultano definite le sue figurette, in velada e crinolina: porcellane di un secondo impero divenute ormai genere da antiquariato; e quel tono – reso puntualmente dalla sciolta e limpida traduzione di Carlo Lari, affettuoso regista dello spettacolo – di disinvolta e discorsiva conversazione, che è sempre stata la caratteristica migliore del teatro francese anche peggiore.

Lida Ferro è trascorsa dalla volubile ingenuità alla passione romantica mantenendosi fedele alla originale costante psicologica di una sorta di stupita sincerità; nella scena della morte fu di un pudore e di una sincerità toccanti. Come sempre, eccellente attrice Renata Seripa. Del successo della serata beneficiarono inoltre, qual più qual meno meritatamente: il Bartolucci, la Cini, il Mantesi, il Giangrande, la Migneco, la Bassano, il Ciabattini, il Pelso, il Groggia e il piccolo Cervetti. Tutto bene. Ma, al teatro in genere e sulla pista in ispecie, personalmente preferiamo le automobili ai landò.

Carlo Terron

Ultima modifica il Venerdì, 26 Dicembre 2014 10:23
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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