martedì, 25 aprile, 2017
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Pedro BLOCH - I nemici non mandano fiori

Corriere Lombardo, 15 giugno 1955

Dopo tanto tempo, finalmente, ieri sera, abbiamo ascoltato un nuovo autore degno di essere ascoltato. Dico di proposito autore e non commedia, poiché se il pubblico può rimanere sorpreso ed anche sconcertato davanti al copione de I nemici non mandano fiori, e sé su di esso, criticamente, possono essere avanzate non poche riserve, non è lecito dubitare della presenza di una personalità provocante ed insolita di commediografo dall’originalità fuor del comune e dall’autorità indiscutibile. Tanta, direi, che sembra perfino, dalla metà del copione in poi, intimidirsi e preoccuparsi di se stesso; e, nelle ultime pagine, inverte la sua ardita e perigliosa navigazione ritirando precipitosamente i remi in barca per rifugiarsi sull’accogliente e riparato lido di una accomodante banalità recintata dalla convenzionalità di un patetico generico che fa a pugni con tutto il resto. Errore incomprensibile, anzi sproposito imperdonabile. La prudenza non si addice agli ardimentosi.

Soltanto la potente malafede di questa inesplicabile ritirata, suggerita dall’evidente calcolo di tirarsi dietro il pubblico meno provveduto, mascherando la propria originalità dietro a un goffo e inutile schermo di complicazioni ingenuamente romanzesche e di artati equilibrismi psicologici, evita, almeno nella nostra opinione, al forte ed inquietante ingegno dell’autore di naufragare nello sterminato mare della consueta mediocrità conformistica. Quest’inattesa e, tutto considerato, sorprendente voce nuova ci viene dall’America. Del Sud. Si tratta di certo Pedro Bloch, nato quarant’anni fa in Brasile; di professione chirurgo a Rio De Janeiro, critico drammatico a tempo perso e commediografo di sicura vocazione. Oltre a queste informazioni ricavo, dal manifestino dello spettacolo, che egli è autore di tredici commedie in gran parte già rappresentate in numerosissime lingue non esclusa l’araba; e che, meno di un anno fa, il New York Times lo avrebbe salutato come uno dei sette principali autori drammatici contemporanei del mondo. Rimanendo con la curiosità di conoscere il nome degli altri sei, mandiamo un fraterno saluto ai nostri colleghi dei giornali di oltre oceano, congratulandoci per la competenza informativa e la sicurezza di giudizio che dimostrano e soprattutto per la aritmetica disinvoltura con cui esercitano la critica drammatica. Settimo, primo o quindicesimo, noi confessiamo che l’arte dei numeri non è il nostro forte e ci limitiamo a prendere atto che il dottor Bloch promette di essere una voce importante nel panorama del teatro contemporaneo, e ci pare che basti.

Il merito di farcelo conoscere in Italia spetta a Gianfilippo Carcano, traduttore della commedia e animatore del Teatro dei Commedianti che, se Dio vuole, affida quello che oggi si dice il proprio messaggio al rifiuto di farsi portatore di un messaggio, e che, con lo snobismo dell’antisnobismo, va interessando il mondo teatrale romano recitando in un padiglione di periferia un repertorio che mescola, con disinvoltura, copioni inediti e conturbanti, come quello di ieri sera, alla Partita a scacchi e a Teresa Raquin. Alla faccia degli intellettuali! Così ad occhio, il teatro di Pedro Bloch è destinato a non andare troppo a genio ai registi e ai fautori dello spettacolo per lo spettacolo con sovvenzioni da venti milioni in su per volta. Basti, ad esempio, dire che Le mani di Euridice, presentata dai medesimi “Commedianti” qualche settimana fa, non ha che un solo personaggio e tutto si riduce a un monologo di due ore. Al suo confronto I nemici non mandano fiori sciala, se si pensa che, in essa, i personaggi sono il doppio, addirittura due, e rinforzati da alcuni mazzi di rose fresche. 

L’autore ha due bestie nere, ma nere come il fondo di un calamaio: la donna e il matrimonio; e, in senso più lato, la vita familiare e i rapporti coi nostri simili, aprioristicamente condannati, senza scampo, alla menzogna e al rancore, senza la possibilità di uno spiraglio qualsiasi di benevolenza, di comprensione e soprattutto di sincerità reciproca. È una visione buiamente e cinicamente pessimistica prima ancora che dei rapporti domestici e civili in genere, della natura umana in ispecie e di quella femminile in modo particolare; la quale, come ebbe giustamente a scrivere Nicola Chiaramonte, individuando il motivo fondamentale dello scrittore, “sembra concludere che la ribellione contro la tirannia del domestico quotidiano è una ribellione contro il destino: non serve che a passare da una tirannia all’altra. Gli affetti, una volta legati, non si lasciano sciogliere, anzi, più ci si ribella, più si stringono”.

Sarebbe però errore credere che si tratti di una pacifica constatazione che si esaurisce in accettazione, sia pure rassegnata e malinconica. Come sempre, è il tono che fa la musica; e il tono, il significato ultimo, di tutto ciò che è quello di un sarcasmo accanito, livido, crudele e impietoso, addirittura insultante, che tinge di disprezzo o prende a calci la stessa disperazione implicita nelle conclusioni: in ultima analisi una forma di ribellione e di protesta: qualche cosa che va più in là del pessimismo: cinismo, insomma. Viene in mente Ghelderode versato in Strindberg. E degna di Strindberg è la sua misoginia, il tema che informa, in modo esclusivo, la parte migliore, più arditamente personale e aggressivamente provocante della commedia.

Essa comincia col mostrarci quel che può diventare un uomo, un marito, nelle mani di una donna, scaltramente agguerrita; che, con una volubile, molteplice e implacabile tattica di aggiramenti, di false lusinghe, di armate remissività, di simulate sommissioni, di infallibili pugnalate inferte con noncuranza al momento opportuno alla vanità, all’amor proprio, all’orgoglio, alle ambizioni maschili; controllandogli, senza parere, ogni gesto, ogni pensiero, ogni sentimento, ogni desiderio, negandogli tutto con l’aria di tutto concedergli, dandogli torto quando ha ragione e ragione quando ha torto, facendogli il deserto intorno, appiccicandosi a lui come  una ventosa e impossessandosi mostruosamente del suo corpo e della sua anima, ammesso e non concesso che questa vorace e insaziabile mantide religiosa, un’anima gli abbia lasciato, lo trasforma in un fantoccio, una marionetta obbediente a una rete infinita di fili invisibili tirati dalle sue mani esperte e governate dalla malvagità della sua mente demoniaca. E tutto questo per amore. Anche per amore, nell’intenzione di destare la di lui inesistente gelosia, essa si invia continuamente degli omaggi floreali con falsi biglietti di immaginari adoratori. 

Questo mostro, però, ha il suo tallone d’Achille. È sgraziata, inamabile, irrimediabilmente brutta. E lo sa, lo ha sempre saputo; quello che ha fatto, quello che fa è stato per combattere le altre donne, le donne belle, amate e desiderate come carne e come sesso; per difendere un suo marginale diritto a un po’ di felicità, per ritagliarsi nella tirannia della sua casa e del suo uomo un po’ di luce. Il risultato, la conseguenza di tutto ciò è l’inferno; invece dell’affetto e della confidenza reciproci: il rancore, l’odio di due esseri incomunicabili, senza nulla in comune, legati da un vero e proprio rapporto sadico-masochistico, che stanno uniti unicamente per il bisogno di farsi del male proclamando di farsi del bene. È una partita mortale, una sabbia mobile dove più si affonda quanto più ci si divincola, e nella quale ha una parte non indifferente anche l’egoismo dell’uomo. Squallore, angoscia, disperazione e paura, determinati dalla consapevolezza del gioco altrui, dalla reciproca incapacità di distinguere nell’avversario il vero dal falso, la sincerità dalla menzogna; e la conseguente dannazione alla persuasione di essere perennemente ingannati.

Quando la donna scopre che un certo commercio del marito consiste nel contrabbando di prodotti di bellezza; di tutto quanto, cioè, serve a rendere più belle e più seducenti le donne belle e seducenti, il suo odio esplode e denuncia il consorte  alla polizia. Sul punto di andare in prigione avverrà una specie di ritrovamento con la inopinata e incauta confessione da parte di lui, di averla amata e di amarla proprio per la sua bruttezza concepita come non so che garanzia e completamento al di lui complesso d’inferiorità di fronte alla vita e alle altre donne. Ciò che era cominciato come un inedito dramma dell’odio si è concluso nella solita commedia dell’incomprensione.

Come si vede, mano a mano che prosegue, affastellando complicazioni e giustificazioni sempre più consuete, convenzionali e banali, trasformando progressivamente un malefico mostro non privo di una sua sinistra grandezza, in un essere patetico mediocre e lacrimoso, la commedia smantella per colpi successivi la sua acre originalità. Immaginata e impostata come una fantastica allegoria pessimistica della vita coniugale, sembra rifiutarsi di diventare una verosimile vicenda borghese.  Quanto meno si preoccupa di essere assurda tanto più si mantiene credibile, quanto più si ostina a diventare probabile tanto meno risulta persuasiva. Ma il suo linguaggio conserva da capo a fondo un mordente e un’inventiva eccezionali. 

Suggestivamente allusiva la semplice scenografia di Maria Signorelli. Minuziosa e penetrante la regia di Andrea Camilleri, benché, a mio avviso, abbia depresso a favore di una mal intesa umanizzazione tirante al patetico l’astio graffiante di cui ogni parola del dialogo è intrisa. Maria Teresa Albani è stata eccellente specialmente nelle corde dell’insinuante ironia; e Aldo Giuffrè molto bravo nelle note dell’indifferente egoismo. Molti applausi con appena qualche soccombente malumore alla fine.

Carlo Terron

Ultima modifica il Venerdì, 26 Dicembre 2014 10:14
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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