giovedì, 23 marzo, 2017
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Radio corriere, 3 febbraio 1963

Non è una novità per nessuno che il periodo fra le due guerra vide la progressiva, inarrestabile ed inevitabile decadenza del teatro vernacolo in Italia, sfinitosi nella stanca ripetizione o di uno zuccheroso sentimentalismo o di uno svigorito umorismo. La persecuzione, del resto relativa, del fascismo, fissato contro i dialetti; allegramente smentita, nello stesso tempo, dall’esaltazione di ogni e qualsiasi manifestazine folcloristica, si trattasse della fiera del Saracino oppure della sagra delle ciliegie a maggior gloria del dopolavoro; il diradarsi delle grandi personalità di attori dialettali che, via Benini, via Grasso, via Musco, via Petrolini, via i Niccoli, non offriva più i richiami di prima alle platee; la sempre più agevole possibilità di comunicazioni, l’ognor più facile mescolamento delle popolazioni delle diverse regioni che andava spersonalizzando le fisionomie culturali e le tradizioni linguistiche locali: tutte cause che ebbero il loro peso. Non si trattò, però, d’un peso determinante ai fini d’un processo d’esaurimento forse storicamente fatale ed irreversibile. In codesta situazione, quello del teatro veneto era un caso a parte, vantando, dietro alle spalle, non solo una stupenda tradizione di interpreti, che con un po’ di buona volontà, avrebbe potuto appropriarsi perfino Eleonora Duse; ma anche – da Goldoni in poi – soprattutto una tradizione di repertorio che nulla aveva da invidiare a quello in lingua. Anzi, vuoi come originalità di sostanza, vuoi come genuinità d’espressione, vuoi come evoluzione di temi e di linguaggio, tendeva, semmai, sotto certi aspetti, a sopravanzarlo. Non dimentichiamo che, con le sue ultimissime opere, Gallina, riscattatosi dall’inisidia patetica che fu la zavorra del suo teatro, lo aveva condotto sulle posizioni del verismo europeo più autentico – La famegia del santolo rimane, tutto considerato, la più bella commedia italiana dell’Ottocento – e Simoni aveva anticipato l’intimismo o “teatro del silenzio” che dir si voglia.

Improvvisamente questa posizione avanzata di primato veniva a cessare. Non fosse per l’importanza di due nomi, ultimi, vividi bagliori di un fuoco in via di spegnersi, esso sarebbe finito dieci anni prima come, in realtà,  ha finito col finire. Questi due nomi sono: Gino Rocca e Eugenio Ferdinando Palmieri, dalla produzione, entrambi, solo, ohimè, non abbastanza rumorosa. Li distingue: il primo la singolarità fantastica nell’invenzione di casi umani; il secondo la facoltà invelenita di deformare satiricamente le sopravvivenza anacronistiche del costume provinciale; li accomuna un eguale non conformismo antipatetico, formale e contenutistico, manifestato nella provocante originalità d’un linguaggio che rinnova le strutture sintattiche tradizionali e convenzionali.

Di Gino Rocca (1891-1941) ecco, stasera, alla Televisione Sior Tita Paron (già annunciata tempo fa e poi rinviata per esigenze di programma) la commedia più fortunata anche se non la sua migliore, rimasta per numerose stagioni in repertorio, nell’interpretazione del povero Gianfranco Giachetti, attore tanto valente quanto misconosciuto.

Il tema è quello della voracità del danaro. Tutti ladri. A cominciare dal protagonista, Tita, servitore, uomo di fiducia e factotum di un facoltoso agricoltore. In combutta con gli altri servi: il cocchiere, l’ortolano, la cuoca, diversi da lui solo per una maggior volgarità e una minor malizia. Tita ha derubato a tutto spiano il padrone. Quando costui muore e si apre il testamento si ha la sorpresa di sentire che ha nominato Tita erede universale col solo obbligo di mantenere alle sue dipendenze tutto il resto della servitù. Una maliziosa vendetta postuma del defunto?

Da questo momento, cominciano i suoi guai. Gli antichi complici non sono per niente disposti a considerare e, tantomeno, a trattare da padrone colui che era stato loro pari e col quale avevano combinato tante marachelle insieme. Tutto va a catafascio nella fattoria, per una sorta di resistenza passiva, un vero e proprio sciopero bianco di coloro che dovrebbero farla andare avanti. Il fieno marcisce sulle aie, i cavalli rischiano di morir d’inedia nella stalla, i fornelli della cucina rimangono spenti. Tita non riesce ad essere padrone della ricchezza cadutagli addosso.

E allora, con un’arguta invenzione, una di quelle felici trovate che avvengono solo nelle commedie e, solo nelle commedie, sembrano vere, egli capovolge la situazione, regalando l’erdità agli altri e riserbando per sé soltanto la funzione di servitore di tutti.

Basta questo per gettare la discordia nel campo avverso, dove ognuno comincia a sospettare dell’altro. Risultato? I gaglioffi si rivolgono a lui, confidando nella sua antica esperienza, sollecitano la sua malandrina furberia, ricorrono al suo consiglio nel proposito di imbrogliare: tutti d’accordo su un punto solo: che sia lui ad amministrare, con pieni poteri, la proprietà. Il servo diventa padrone. Gli imbrogli contiunuano ma a suo esclusivo vantaggio. Lo circondano rispetto, comodità, cortesia e autorità.

Nella trama dei suoi paradossi parallelismi il copione fila via, estroso, allegro e impertinente, con l’impronta della verità; e, nel piglio popolaresco di una continua sottintesa satira, insinua, con elegante discrezione, il significato d’una più vasta allegoria.

Carlo Terron

Ultima modifica il Lunedì, 22 Dicembre 2014 15:21
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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