venerdì, 18 agosto, 2017
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Salvato CAPPELLI - Incontro a Babele

Corriere Lombardo, 31 dicembre 1962

Di Salvato Cappelli, festeggiato sabato sera per un copione ambizioso e ardito, dalla drammaticità, se si vuole, piuttosto intellettualizzata e letteraria, ma angosciosamente attuale ed aspramente sofferta, il pubblico non dovrebbe aver dimenticato quel Diavolo Peter che fu la più importante ed applaudita commedia della stagione 1957 ed ebbe, oltretutto, il merito di consacrare alla fama un attore come Enrico Maria Salerno e di qualificare il Piccolo Teatro di Genova che affrontò il rischio di rappresentarla dopo che, per cinque anni, la maggior parte dei padreterni della nostra scena se l’erano passata di mano in mano.

Incontro a Babele ne ha attesi altri cinque e chissà quanti ancora ne avrebbe dovuti attendere senza il gesto di generosità e di coraggio del teatro del “Convegno”. Un repertorio di idee che non scansa le responsabilità, anzi ne va deliberatamente in cerca, cimentando lo spettatore con la realtà dei problemi contemporanei che lo sovrastano, non ha mai avuto vita facile nel nostro paese. Figurarsi, cercare di trasfigurare, senza faziosità preconcetta, sollevandola sul piano obbiettivo di una drammatica disputa ideale e morale sulla quale avrebbero qualcosa da dire Sartre schierato da una parte e Montherlant, schierato dall’altra, la realtà dei paesi cosiddetti d’oltrecortina, volendo spremerne il senso che inevitabilmente devono assumere nei riguardi della problematica della coscienza individuale e della angoscia della scelta di ognuno di noi, dentro e fuori della mischia; partecipi di un’eguale condizione umana; aldiquà come aldilà della barricata, bisognosa di comprendere per poter credere e vivere in pace con la propria anima o anche solo col proprio cuore e coi propri sensi!

Incontro a Babele, confusione delle lingue ai confini fra la dittatura e la democrazia: il dramma di una comune, mediocre frale creatura umana che rivendica il diritto della propria disponibilità con tutte le sue alternative, oppressa da forze più grandi di lei, schiacciata da due leggi irriducibili in urto fra loro, ciascuna mutilitata e incompleta: trascendenza e cattolicesimo: una piccola donna viva, Marta Tenner, contro due imperativi categorici incarnati: il vescovo Bo e il dittatore, anzi la dittatrice Betti, entrambi superbi del possesso di una verità esclusiva che, alla resa dei conti – tale mi sembra il succo del discorso – non è che una mezza verità, incosciamente anelante, senza poterlo a completarsi con l’altra in una irraggiungibile dialettica che le contemperi e le concili nella legittima esigenza di “una pace che sia, insieme, sicurezza e serenità dello spirito”. Collaborazionismo? In quasto senso, Dio volesse!

Di punto in bianco, Marta, fino a quel momento agente provocatore comunista, travalica la cortina e ripara in un posto di frontiera – alla fine rivarcherà deliberatamente i reticolati – portando la notizia che Betti è stata assassinata. La transfuga è un’ ospite incomoda e lo diventa maggiormente, di ora in ora, mano a mano che procede il suo interrogatorio sceneggiato, per spiegare, a ritroso, non tanto ciò che è accaduto ma perché e come è accaduto, ed è ciò che più importa.

Messa accanto al vescovo dalla stessa Betti, per comprometterlo, aveva finito per esserne affascinata, non col passare magari proprio dalla sua parte, ma col riceverne un turbamento che l’ha fatta dubitare della propria fede nell’antifede. L’intesa era un inganno di farlo apparire moralmente complice, avendone avuta notizia in confessione, del progetto di un attentato a Betti. Presa nella sua stessa trappola. Marta, al momento buono, di fronte alla carità del sacerdote che, inconsapevole del tranello, s’è dichiarato deciso a condividere la sorte della falsa attentatrice e, anziché accusarlo lo aveva difeso e, alla fine, aveva sparato veramente contro Betti, uccidendola.

Capovolgimenti di fedi? Macché: ragioni umane. Capita sempre, quando al di sopra delle ideologie, l’uomo si trova di fronte l’uomo. Non ne sono rimasti immuni né Betti né il vescovo stesso nei loro colloqui. Oltre le sovrastrutture dottrinarie, il fanatismo programmatico, la violenza strumentale, il rigore religioso, c’è sempre qualcosa di inafferrabile e indisciplinabile con cui bisogna fare i conti: l’umanità delle creature, che ci fa alternativamente respingere oggi quel che abbiamo accettato ieri e viceversa; il rifiuto a lasciarsi raggelare e disseccare in forme e schemi rigidi e preconcetti che portano la morte dell’immobilità dove è la mutevole disponibilità della vita. E qui, a Sartre e a Montherlant, potrebbe venir a far compagnia Pirandello.

Le insidie, insite in un teatro di questa specie, sono e saranno sempre la difficoltà di centrare il giusto punto di sutura fra atti e parola; la fusione per così dire fra la concretezza di un’elevata attualità politica e l’emozione antica del mistero della coscienza morale che cerca e riconosce se stessa. Salvo qualche inevitabile scarto, vi provvede un linguaggio lucido, preciso, icastico, teso, tagliente; con notazioni acute, sparso di sottili allarmi e di inquietanti illuminazioni; che scandisce e taglia le scene avviate e concluse, da un sicuro senso della teatralità.

Si vede che, in certi casi, la difficoltà è d’aiuto: si tratta del miglior spettacolo visto finora al Convegno a cominciare dalle scene, agilmente funzionali e suggestivamente idonee di Enrico Tovaglieri. La regia di Enrico D’Alessandro si distingue per una chiarezza e pulizia inconsuete. Bianca Toccafondi, Franca Nuti e Camillo Pilotto hanno portato il non lieve peso di tre parti egualmente impegnative: la prima con una nevrotica passionalità, intrisa di verità e sofferenza; la seconda con un chiuso, testardo tormento, una sorta di fragilità di ferro tenuta a denti stretti; il terzo con una bonomia cordiale e appenata, tutta semplicità. Ma bravo ogni altro: il Migliori, il Troisi, il Lazzarini, il Cassoli, il Franchi, il Fisichella, lo Zuccolini, il Perucchetti, tutti coinvolti nel successo, non esclusi autore e regista, acclamati alla ribalta. E speriamo che il pubblico ci vada.

Carlo Terron

Ultima modifica il Lunedì, 22 Dicembre 2014 15:12
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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