lunedì, 16 ottobre, 2017
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Ignazio SILONE - Ed egli si nascose

Tempo, 30 marzo 1966

A ventitré anni dacché fu scritto e a quasi venti dacché potè essere letto, stampato, finalmente l’alto e nobile dramma di Ignazio Silone Ed egli si nascose ha potuto essere conosciuto dal pubblico dei teatri. Il merito del tardivo riconoscimento – vent’anni per una commedia grondante di motivi politici, civili e sociali, son pericolosi – spetta al giovane e vigoroso Teatro Stabile dell’Aquila, nato adulto e indipendente; mentre la responsabilità d’averlo ignorato va agli altri, maggiori e tanto più anziani e autorevoli Teatri Stabili che, pure, in nessun altro testo come in questo avrebbero potuto trovare grano per le loro macine progressiste. Ma Silone, evidentemente, non solo subiva il veto da destra che poteva costituire un titolo di raccomandazione; avendo restituito una certa tessera per scegliere la libertà, subiva anche il veto da sinistra ed era un ostacolo insormontabile. Ecco un caso indicativo di due vecchie miserie del nostro paese: la sostanziale illiberalità di una cultura che si dice libera e la considerazione degradante in cui è tenuto il repertorio nazionale.

Sono stato presente a una replica in cui l’enorme teatro Lirico era zeppo di gioventù: studenti e operai, pochi dei quali, beati loro, superavano i venticinque anni; gente, quindi, che non ha conosciuto le esperienze e le pene, le vicende e i problemi trattati dal copione; fortunatamente videro la luce dopo, a guerra e a ditttatura finite. E’ stata un’esperienza oltremodo istruttiva. I loro frequenti applausi a sipario aperto erano, palesemente, di chi col teatro non ha consuetudine; per un pubblico comune, attento e sensibile alle convenzioni e alle lusinghe tradizionali – quella meccanica dei riflessi condizionati che regola il rapporto edonistico fra palcoscenico e platea – cadevano tutti e sempre nei momenti sbagliati e meno tempestivi. Giungevano, viceversa, nei momenti più giusti e opportuni per chi, in una rappresentazione, scopre e chiarifica delle verità portate oscuramente in sè stesso: i punti che parlavano della libertà, della dignità, della solidarietà, di un intimo sentimento religioso che non divida ma unisca e, anziché rimandare tutto a dopo la morte, tenti, con buona volontà, di istituire un po’ di giustizia anche su questa terra; dove l’umile non sia preda del potente e il povero vittima del ricco. 

Velleitarismo di un sentimentale matrimonio tra marxismo e cristianesimo? Ma ben venga, se capace di un’intesa tanto immediata, persuasa e in grado di accordare perfino la ingenuità di sceneggiatura di uno scrittore generosamente ricco di passione civile che, una volta tanto, se Dio vuole, non conosce le lusinghe e le furberie del palcoscenico, con la sincerità e la ricettività di un pubblico vergine. Verificavo, una dopo l’altra, le impressioni provate, subito dopo la fine della guerra, alla lettura del dramma.

Che, con qualche diversità sulla stesura primitiva, deriva da un romanzo dello stesso Silone: Pane e vino, conservandone il carattere autobiografico. Composto nell’esilio svizzero, nel 1943, fu rappresentato a Zurigo, a Copenaghen, in numerosi teatri universitari degli Stati Uniti ed anche – circostanza significativa – da un gruppo di attori dissidenti del Berliner Ensemble; tranne in Italia, insomma, era già noto un po’ ovunque.

Un’incoercibile nostalgia, il bisogno di ritrovare le proprie radici; unita, oltre ogni rischio e pericolo, alla coscienza del dovere di esortare gli animi e raccogliere e disciplinare le volontà al rifiuto e alla protesta contro la ditttatura che sta per gettare il paese nel sanguinoso disastro della guerra coloniale, spingono l’agitatore fuoriuscito Pietro Spina a rientrare clandestinamente nella natìa Marsica, immagine dolorosa, poetica e morale insieme, di un’arcaica immobilità, fatta di fierezza e rassegnazione, di miseria e dignità, di rancore e di paura: il tempo torpido di una silenziosa e triste schiavitù, reso in toni antirealistici ma non per questo letterari o retorici, appena eloquenti, se si vuole.

Braccato, nascosto, travestito da prete, maldestro ed inerte nell’azione, egli stesso alla ricerca di una verità – c’è qualcosa delle mistiche macerazioni morali del grande romanzo russo -, dopo l’esperienza di un delatore che, nell’espiazione, scopre un nuovo se stesso, egli percepisce la scintilla che, sotto la cenere varrà ad infiammare gli animi, un riconoscersi nell’offesa e nell’indignazione. E, il presagio del lungo e arduo cammino verso la libertà di tutti e di ciascuno. Nella severa atmosfera della regia del Colli, egregiamente coadiuvato dallo scenografo Scandella, il Millo, il Maranzana, il Cundari, la Giannotti, il Varisco e tutti ne sono stati interpreti umili e bravi.

Carlo Terron

Ultima modifica il Domenica, 21 Dicembre 2014 15:18
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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