venerdì, 15 dicembre, 2017
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Corriere Lombardo, 3 aprile 1963

Nel Capitano dopo Dio, tanto caldamente applaudito ieri sera al teatro del Convegno, quest’anno insolitamente attento alla composizione del proprio repertorio e all’impegno delle esecuzioni, il pubblico stenterà a riconoscere Jan de Hartog, autore di quel Letto matrimoniale, non memorabile ma fortunatissimo copione, una sorta di biografia di un matrimonio, più scaltro che originale, benché non priva di finezze patetico-umoristiche, affidate a due soli personaggi, che, una decina di anni fa, fece il giro del mondo e che, in Italia, ebbe la buona sorte di un’indimenticabile interpretazione di Renzo Ricci ed Eva Magni.

Questa volta, l’autore, un olandese naturalizzato francese, fa del teatro, esasperando nel fare del teatro, su un avvenimento realmente accaduto di cui parlarono tutti i giornali: uno di quei casi che sembrerebbero inverosimili se non fossero veri. Si tratta di un episodio dell’eterna diaspora degli ebrei. Nella sua singolarità, esso dà un’idea impressionante della situazione che fece da immediato preludio alla feroce persecuzione tedesca, complici in buona fede – la buona fede di non prevedere la criminalità di come sarebbe andata a finire di lì a poco – numerosi governi, democratici ma non per questo meno egoisti, i quali rifiutando l’asilo alle turbe degli ebrei in fuga, scoraggiarono le iniziative di un prudente esodo in massa che, se non altro, avrebbe limitato la spaventosa entità del genocidio in preparazione.

Siamo nell’estate del 1938, a bordo di una piccola nave mercantile la “Nelly”, che batte bandiera olandese e di cui è proprietario Joris Kuiper, trentacinquenne, cristiano-protestante di stretta osservanza, moglie e due figli a casa. La nave trasporta 146 profughi israeliti dall’Europa all’America Latina. Al momento dello sbarco, prima sorpresa. Ad onta che passaporti, visti, certificati penali, situazione sanitaria, tutto sia in regola, i passeggeri vengono respinti: non si accettano apolidi, vale a dire non si accettano ebrei. Le autorità locali, il comandante di un’altra nave in rada salgono a bordo e spiegano la situazione al capitano. E’ un ingenuo se si illude di potere, lì o altrove, far toccare terra a quegli infelici. Ognuno per sé e Dio per tutti. L’unica soluzione di buonsenso è riportarli indietro dove si sono imbarcati, ignorare quel che può loro accadere e badare ai fatti propri.

Un uomo su mille non capirebbe il latino e non farebbe marcia indietro senza voler saper altro. Nemmeno a farlo apposta, Kuiper è il millesimo, l’eccezione temeraria che redime l’opportunismo, l’egoismo, il compromesso della regola prudente. Egli è meno e più, peggio e meglio di un idealista: è un mistico fanatico che non ha letto Ibsen ma, in compenso, si regola unicamente sulla Bibbia e la Bibbia, fino a prova contraria, è più forte di Mein Kampf. Ha giurato di scaricare in un paese libero – strana ironia quell’aggettivo! – quei meschini e ve li scaricherà, dovesse mettersi contro il mondo intero; è un  impegno fra  lui e Dio, anche se, a dissuaderlo dalla sublime follia, si disturba un teologo di professione, dopo che un rappresentante di Sua Maestà olandese lo ha avvertito che, persistendo nel proposito, non potrà più contare sulla protezione del proprio paese. Egli inalbera un vessillo con croce bianca su sfondo nero e, per fare una buona azione, diventa pirata. D’ora in poi, la “Nelly” è un vero e proprio vascello fantasma, sorvegliato da aerei, postazioni costiere e mezzi sottomarini. Ad ogni tentativo di sbarco, viene presa a cannonate; cannonate d’avvertimento ma pur sempre cannonate, pronte a mirar giusto alla prossima occasione. Così nei porti sudamericani, così sul litorale degli Stati Uniti. D’altra parte uno sbarco clandestino su una costa deserta, dove il fatto potesse venir soffocato, non cambierebbe la situazione. Ormai, per affermare il diritto d’asilo c’è bisogno di una sollevazione dell’opinione pubblica.

Quando tutto sembra perduto, con un’ammutinamento in atto, con alle viste una epidemia di suicidi fra i passeggeri, essi stessi già rassegnati alla sorte di vittime predestinate dal volere di Dio; contro tutti e contro tutto, contro lo stesso dubbio di essere nel vero e nel giusto – è il momento più austeramente patetico del copione – egli ha un’ispirazione quasi miracolosa. Volge la prua verso uno specchio di mare dove si svolge una gara nautica alla quale partecipano migliaia di panfili dell’alta società statunitense, fa saltare in aria la nave, la sua nave, dopo aver messo nelle scialuppe gli ebrei; lancia l’S.O.S. ed obbliga i liberi cittadini degli Stati Uniti a salvare e a caricare – e quindi ad accogliere – come naufraghi i fuggiaschi. Di fronte a una pubblicità del genere, voglio vedere se avranno l’animo di rimandarli indietro. Quanto a lui, sa ciò che gli costerà: cinque anni di prigione, il sacrificio del suo patrimonio più caro e la fine della carriera.

Scherzi della cronaca! Ecco una commedia che, se non fosse vera sarebbe romanzesca. E’ uno di quei casi in cui l’autenticità consiglia di non mostrarsi troppo esigenti con l’arte. La prima si presenta, già di per sé, coi caratteri di una avventurosa drammaticità  a forti tinte, sarei tentato di dire alla Salgari; la seconda, nel calcolo di trasformare questo limite in una risorsa, li accentua con un’eloquenza teatrale a piena orchestra, scontri di imperativi categorici all’ultimo sangue e un uso della Bibbia, a mio gusto, un po’ eccessivo. Ma la verità può permettersi questo e altro ed è merito della regia di Enrico D’Alesssandro non essere intervenuto con eleganze e sofisticazioni fuori luogo, rispettandone, nel quadro della solida, fotografica scenografia di Enrico Tovaglieri, tutto l’appassionato realismo.

Intorno a Carlo D’Angelo, incrollabile nella rattenuta forza interiore di un eroismo antieroico, espresso con esemplare semplicità, s’è potuto apprezzare una distribuzione ben meditata che s’è valsa della disarmata umiltà di Giulio Girola, della violenza generosa di Nino Pavese, del bonario scetticismo di Guido Lazzarini, della persuasiva discorsività di Armando Migliari e Gino Bardellini e delle ineccepibili prestazioni del Morgan, del Sagnotti, dello Stagni, del Morelli e degli altri. Da segnalare anche il giusto commento sonoro di Giovanni Trog.

Carlo Terron

Ultima modifica il Domenica, 21 Dicembre 2014 15:13
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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