giovedì, 21 settembre, 2017
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Corriere Lombardo, 2 marzo 1956

E’ curioso come, e quanto, guerra, rivoluzione e strage abbiano funzionato per così dire da catalizzatori di una crisi morale e spirituale convogliandola verso le soluzioni cristiane di cui usano ed abusano la letteratura e il teatro di intonazione cattolica mai tanto fiorenti e diffusi come oggidì.

Ogni espressione artistica, per quanto elevata e bene intenzionata, finisce fatalmente, nel proprio processo di estensione, con l’appoggiarsi su una tematica più o meno generica e convenzionale; a volte raggomitolata intorno a una serie non troppo numerosa di motivi ricorrenti ben o mal mascherati. Anche i maestri della spiritualità ascetica posseggono i loro ferri del mestiere; pardon!, stavo per dire i loro grimaldelli.

Fra codesti ferri del mestiere, uno dei più frequenti e meno discreti, è diventato quello del prete spretato e indegno, uscito dal seno della Chiesa, il quale ritrova tutta la sua dignità, la sua forza, la sua grandezza, e riprende tutte le sue funzioni – vero strumento sacro nella mani misteriose di Dio – al momento in cui si trova di fronte a un mitra spianato. Che c’è di più bello ed effettistico del vedere la vittima che assolve il proprio carnefice e impetra grazia per lui? E’ ancora e sempre la sublime parte di Cristo sulla Croce che si rinnova. Ma, appunto per questo, da poveri laici peccatori, e però rispettosi,  pudorati e discreti, vorremmo che non se ne abusasse. In pochi anni, fra copioni edificanti passatici per le mani e spettacoli sacri ai quali abbiamo assistito dalla platea, se facessimo il conto ci accorgeremmo che hanno mandato in paradiso più mostri della colpa i preti letterari e poco raccomandabili davanti al plotone di esecuzione, che mille quaresimalisti messi insieme; il che, se non altro, non è troppo gentile nei riguardi del clero regolare militante e a posto con la coscienza.

Ultimo in ordine di tempo ma, tutto considerato, non ultimo in ordine di importanza, a ricantarci la nota romanza, ecco, ieri sera, all’Angelicum, padrino l’inquieto, anticonformistico e provocante gruppo del Carrozzone diretto dall’inesausto Fantasio Piccoli, il tedesco Stefan Andres con La divina utopia. L’autore appartiene a quel tipo di scrittori cattolici che piacciono a me. Quelli, cioè, i quali, respingendo e rifiutando le posizioni canoniche e confessionali, cimentano continuamente la loro vocazione cristiana sospingendola e pungolandola per gli accidentati e perigliosi sentieri che decorrono lungo i burroni dell’eresia, per sete di luce e di verità, alla ricerca del vero Dio. Il suo copione appartiene invece a quelle opere che mi piacciono assai meno, perché,  essendo la loro natura assai più saggistica che drammatica, rischiamo di inaridirsi in dispute bizantine dove si spacca un capello in quattro a tutto scapito dell’umanità di personaggi.

Siamo in un arso e calcinato convento di Spagna, sullo sfondo tragico della guerra civile, fra bagliori di battaglia e colpi di cannone. Il luogo è tenuto da un tristo e truculento masnadiero, lo spietato tenente dei miliziani Don Pedro massacratore insaziabile e sadico, secondo un ben noto cliché, di monache e di frati. Debitamente assassinati tutti i religiosi del convento, ora nelle sue celle e nei suoi cortili di stipano alcune centinaia di prigionieri civili. La battaglia infuria nelle vicinanze, la guarnigione del truce Pedro è ridotta a pochi uomini e si prevede la necessità di una ritirata, bensintende previa eliminazione collettiva delle povere vittime. Il birbante però comincia ad essere in crisi. I morti pesano. Ha degli incubi, delle allucinazioni. Vede, nel sonno, cortei di trucidate suore che cantano inni sacri. Insomma, i rimorsi cominciano a mordicchiare la coscienza del sanguinario come topolini che assediano una forma di formaggio. Dal rimorso alla paura, dalla paura al senso della colpa, dal senso della colpa all’angoscia dell’al di là, il passo è breve.

Fra i prigionieri, c’è un’altra paura, un’altra colpa e un’altra angoscia, meno spettacolari e trucibalde e assai più sottili, morbide e inquietanti: quelle di Paco. Un tempo egli fu monaco in quello stesso convento; uno dei più alacri, inquieti e inappagati, fino al giorno in cui, gettatosi a capofitto, fino in fondo, in una specie di conversione a rovescio, non gettò la tonaca alle ortiche e tornò peccatore fra gli uomini. Ma chi prete è stato consacrato, prete resta per quanto indegna possa essere la sua vita. E’ il motivo arroventato di un’opera ben più importante, drammatica e persuasiva di quello di ieri sera, e cioè Il potere e la grazia di Greene.

Da questo momento, il dramma diventa la via verso il martirio consapevolmente e palesemente scelto attraverso il ritrovamento della fede e del coraggio morale da parte di Paco, la sua rinuncia a salvarsi lui solo, con la fuga, come aveva  progettato; e invece la sua decisione di immolarsi insieme agli altri prigionieri assistendo le loro anime nel momento supremo; e infine il cristiano amore verso lo scomunicato Don Pedro, mentre, in origine, l’idea era stata di poterlo cogliere in crisi ed assolverlo in confessione per ucciderlo in quel momento stesso e liberare tutti i compagni mandando in paradiso il loro tormentatore.  Proprio il ragionamento contrario di quello di Amleto che evita di ammazzare il re immerso nella preghiera per non assicurargli la beatitudine.

La luce della verità, il rientro nella fede, viene al povero spretato quando si rende conto che non avrebbe scopo esercitare la virtù e propagandare il bene in un mondo di perfezione celeste quale egli aveva  rimproverato a Dio di non aver realizzato sulla terra. I sacerdoti non sono necessari ai santi, sono necessari ai peccatori. Dio è misericordia, è carità; e vuole che ci si faccia portatori della sua parola in mezzo all’errore, al male, alla colpa della dolorante e debole umanità. Guai peccare di orgoglio anche verso un ideale di perfezione di sé stessi. Iddio predilige l’uomo così com’è: “un abisso di nullità, di debolezza, di fame, di miseria, di abbandono”. Basta che ognuno di noi misuri interamente e umilmente la voragine della propria povertà, e allora egli ci è subito vicino. Per sedere al suo fianco non è indispensabile essere eroi.

Belli, alti, e poetici concetti, qua e là commoventemente travolti da ondate di semplice, sincera e sofferta verità. Ma sono soltanto momenti. Essi restano come appesi a un’impalcatura scheletrica che mostra le giunture e fa scricchiolare le cerniere dei suoi ingenui e vecchi colpi di scena. In teatro si può tutto dire e tutto dibattere, a un solo patto: che ciò si faccia carne e sangue dell’umanità dei personaggi. E questa volta proprio non mi pare.

Traduzione puntuale di Luciano Perselli e regia perentoria di Fantasio Piccoli il quale quanto mai opportunatamente ha escluso ogni facile suggestione e simbologia sia mistica sia trascendente, fissando la recitazione nel ritmo di una vibrata e concitata drammaticità. Applausi numerosi del non numeroso pubblico: al Bologna, al Bernardi, allo Esposito, al Petternella, al Bianchi, al Salvadori e alla Spinazzi decisi e risoluti interpreti del dramma. Prima della rappresentazione Guido Manacorda parlò a lungo e acutamente dell’opera con umiltà di modi e prodigalità di modi. L’autore era presente e le repliche seguono da domani.

Carlo Terron

Ultima modifica il Domenica, 21 Dicembre 2014 15:02
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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