martedì, 25 aprile, 2017
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John PATRICK - La casa da tè alla luna d'agosto

Corriere Lombardo, 6 ottobre 1955

Come la mettiamo, qui, stamattina? Io vi devo dar conto di una commedia che mette in ridicolo l’esercito, e la nuova legge sulla competenza dei tribunali militari è ancora di là da venire, senza contare che, se fosse venuta, sarebbe peggio di prima. Chi ce l’avrebbe detto che, venuto il tempo della libertà e della democrazia (cristiana), fra gli inconvenienti ai quali sarebbe andato incontro un pacifico recensore teatrale ci sarebbe stato quello di finire in ceppi per oltraggio alle stellette?! E ancora ancora, questa volta, c’è la speranza di caversela per il rotto della cuffia. Per fortuna, si tratta di un copione americano e quindi “gradito” alle superiori gerarchie, il quale si limita a un umorismo garbato e affettuoso, che gira molto al largo dalle sabbie mobili del sarcasmo e della satira. Courteline e Shaw si mantengono a debita distanza. Ma che sarebbe accaduto il giorno che avessimo dovuto recensire, per esempio, Madre Coraggio, che viene dall’altra parte e gronda di antimilitarismo violento?

La casa da tè alla luna d’agosto, rappresentata ieri sera all’Odeon, figura scritta da John Patrick il quale, in realtà, l’ha rievocata, con libera inventiva e spiritosa agilità, da un romanzo di Vern Sneider. Siamo, durante la guerra, in certe isole o isolette del Pacifico che le truppe americane hanno appena liberato dai giapponesi dopo che, a loro volta, questi le avevano liberate dai cinesi. Gente semplice, innocente, allo stato di natura, che sarebbe piaciuta a Jean Jaques Rousseau. Più poveri della stessa povertà, la loro esistenza non è che un lungo sonno ozioso, interrotto, di tanto in tanto, da un pugno di riso appena sufficiente a fornir loro le indispensabili calorie per continuare a dormire. Saggi, fatalisti e sorridenti come tutti gli orientali, essi hanno una secolare esperienza di libertà e di liberatori. In questo senso, sono organizzatissimi. A una vana e pericolosa resistenza passiva essi hanno sostituito una rassicurante e vantaggiosa collaborazione più passiva ancora. Tanto già, sanno ciò che si devono aspettare.

Ma questa volta si sbagliano. Con l’ottimismo sempliciotto e fanciullesco tipico degli americani e di cui la commedia fa il suo motivo più originale, arguto e divertente, gli occupanti arrivano, alacremente decisi ad istituire la democrazia e il suffragio universale fra gli indigeni; disposti ad aiutarli ad incrementare l’artigianato e il piccolo commercio locale; a dar loro la dignità e i vantaggi di liberi cittadini. Tutte bellissime cose delle quali però gli allogeni non capiscono nemmeno il significato.

Ma chi ferma quel brav’uomo del colonnello Purdy? Forte delle istruzioni e dei regolamenti dello Stato Maggiore, egli ha una fiducia cieca nel “Piano B…”, e spedisce a curarne la realizzazione nei vari villaggi i suoi ufficiali. In uno di questi, se possibile più squallido e sonnolento degli altri, giunge un certo capitano Fisby, placido e sorridente giovanotto che, prima di indossare la divisa dell’esercito U.S.A., spartiva l’umanistico pane della poesia in un’università. Forte anche lui, più che mai, del “Piano B…”, mette mano a due operazioni fondamentali e parallele, le basi della democrazia: il commercio e l’istruzione. “Qui non esiste la scuola. La libera America ve l’ha inviata prefabbricata per pacco dono. Il vostro artigianato consiste soltanto in gabbiette per i grilli e cappelli di paglia? Non importa. Bisogna incrementarne la produzione e vendere questi prodotti ai villaggi circostanti, lo yen di occupazione, circolando farà il resto”.

Ma con quella gente né l’una né l’altra di tali iniziative sono destinate ad aver fortuna. Istruirsi? A che scopo? Commerciare? Perché? No, la loro aspirazione, il loro desiderio sarebbe un altro; e potrebbe farli felici, riscattare un antico complesso di inferiorità di fronte ad altri villaggi più popolosi e più ricchi. Possedere una casa da tè con le sue brave gheisce. Questo e non altro sarebbe, per loro, il segno della civiltà e del progresso.

E così, cedendo un po’ oggi e un po’ domani, inclinando a quel senso dell’adattamento che è una caratteristica della natura umana,  lambito e irretito da quei cerimoniosi e disarmanti visi gialli, senza né volerlo né saperlo l’accondiscendente capitano si trova a lasciar sostituire l’edificio scolastico con un ameno padiglione occhieggiante di variopinti lampioncini, tintinnante di argentei campanelli, cinguettante di civettuole ragazze; mentre, a sua volta, il commercio improduttivo dei cappelli di paglia e delle gabbie da grilli si metamorfosa in quello ben più eccitante e produttivo del brandy estratto dalle patate. Il successo è strepitoso e la felicità universale. Tutti ricchi,  gaudenti e beati, a cominciare dal capitano.

Va bene che fra le case da tè e le gheisce d’Oriente, e per così dire i loro… equivalenti occidentali, esiste una certa differenza, non fosse altro sul piano della gentilezza e della poesia, ma insomma, anche così, fra queste cose – con l’aggiunta poi del commercio clandestino degli alcoolici – e la democrazia come risulta dai dettami del “piano B…”, resta sempre un abisso. Che penserà Washington di questo metodo di elevare moralmente e civilizzare democraticamente  le zone depresse d’occupazione attraverso l’incremento della prostituzione e dell’alcoolismo?

E la domanda che si pone il colonnello Purdy, terrorizzato delle iniziative del suo remissivo sottoposto. Ma quando egli ha preso la decisione di por fine allo scandalo, facendo distruggere l’immorale edificio e tutti gli arnesi di distillazione delle patate, giunge notizia da Washington – dove, per uno di quei non infrequenti equivoci dovuti ai rapporti militari, sono entusiasti dell’esperimento e dei suoi benefici risultati sul morale e sull’economia delle popolazioni – che una speciale commissione di esperti è in volo a quella volta per studiare il nuovo sistema da applicare su larga scala. E’ in vista, insomma, un “piano C…” tutto diverso dal precedente. In quattro e quattr’otto, tutto viene nuovamente ripristinato. La minacciata corte marziale sarà sostituita da una decorazione sul petto del capitano: il pericolo di degradazione si trasformerà nella promozione a generale per il colonnello, e sulle isole beate tornerà a splendere la placida luna d’agosto della felicità.

La piccola, comprensiva e affettuosa malizia di questa arguta moralità, così antieroica, scorre lungo un dialogo ironico, svelto, scettico, variato da continue umoristiche invenzioni (tradotto con agilità e precisione da Cesare Vico Lodovici); ed ha il merito di dimostrare come si possa sorridere e ridere amabilmente anche di certe cose che i sergenti di ferro del nazionalismo in divisa vorrebbero considerare come sacri tabù; senza per questo macchiarsi del delitto di lesa patria; anzi avvicinandole alla accessibile e familiare condizione dell’umanità quotidiana. Si fosse provato un autore italiano a presentare questa commedia alla censura italiana. Scommessa la testa, non sarebbe arrivata in palcoscenico. Ma evidentemente, in fatto di onor militare, i paesi che vincono le guerre sono meno suscettibili di quelli che le perdono.

Lo spettacolo, curato da Lucio Chiavarelli, è vario, colorito e movimentato. Avrei voluto, però, sentire un maggiore rigore di stile e una più sottile, elegante ed estrosa ricerca umoristica nella recitazione. Il successo è stato caldo e volonteroso, con molti applausi al Porelli, al Caldani, al Pavese, al Costa; alla signorina Lin-Cin-li, uno scriccioletto di cinesina che, in coscienza, non saprei dirvi come reciti, ma che – ve lo assicuro – canta con breve voce ma con incantevole grazia; al Saporetti, all’Allegranza, alla Aldini e ai numerosissimi attori finti visi gialli, non esclusi Aldo Bacchio e Carlo Guasconi campioni nazionali rispettivamente di pesi leggeri e massimi di lotta giapponese, in una loro esibizione dove il più piccolo ha messo a terra il più grosso.

Però, straordinariamente precoci quegli indigeni. Nella casa da tè, ieri sera, non hanno fatto che andare e venire fra i piedi dei clienti maggiorenni, alcuni vispi pargoletti con le labbra ancora sporche di latte. Senatrice Merlin, intervenga!

Carlo Terron 

Ultima modifica il Sabato, 20 Dicembre 2014 17:51
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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