venerdì, 24 novembre, 2017
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Thierry MAULNIER - La casa della notte

Corriere Lombardo, 4 novembre 1954

Ecco qua una commedia che il Ministero sarà lieto di sovvenzionare. Del resto, non sarà la sola, quest’anno. Il conformismo, dalle ceree dita olezzanti d’incenso, va strisciando sulle cuciture del sipario. Vedremo, ad esempio, L’ammutinamento del Caine e Il sacro esperimento, e non rivedremo La figlia di Jorio della quale cade il cinquantenario: autore all’indice, ohibò! Ci si adegua come si dice.

Cerchiamo dunque, stamattina, di adeguare ancora una volta la nostra obiettività a La casa della notte, recente – e adeguatissimo – copione di  Thìerry Maulniercol quale ha esordito all’Odeon la compagnia di Renzo Ricci. Di qualunque colore sia, qualsiasi spiritualità contenga e da qualsiasi cervello fiorisca, sia pure il più geniale, il teatro di propaganda va sempre incontro a due inconvenienti, uno certo e l’altro probabile. Il primo è che la poesia e l’arte sono – inevitabilmente – condannate a confondersi con l’eloquenza e la retorica. Il secondo che, otto volte su dieci, tutto finisce nella noia. Nella migliore delle ipotesi, come nel caso di iersera, si evita la retorica verbale per cadere nella retorica delle idee, per non dire dei  luoghi comuni; e si redime la noia aggettivandola di intelligenza. Ciò non esclude, però, che sempre di retorica e di noia si tratti. Sono soltanto più nobili e più rispettabili. E chi si accontenta  gode.

Visto da destra: fra Est e Ovest, e per sottinteso fra l’inferno e il paradiso, nella terra di nessuno, dove la cortina di ferro fa qualche buco. A prestar fede a quanto racconta questa commedia, si dovrebbe credere che non di casi singoli ed isolati di gente che ha scelto la libertà, si tratti bensì di vere e proprie incessanti processioni. Dal che se ne dovrebbe dedurre che le spietate sentinelle dell’Est siano tutte o cieche o cretine, oppure chiudano un occhio; tre circostanze, in fondo, rassicuranti.

Ogni notte, nella Casa della notte – una villa ruinante e solitaria affondata nella nebbia e immersa nelle tenebre, posta a mezza strada fra i due mondi – una specie di contrabbandiere di materiale democratico, che a giudicare dalla clientela deve essere plurimilionario, raccoglie gruppi di fuggiaschi dalla cortina di ferro per regalarli, al momento opportuno, all’Europa libera (noto una stranezza; e cioè, calcolando il tempo che perdono, appare estremamente più difficile entrare dalla parte di qua che svignarsela dalla parte di là).

La notte scorsa è stata una notte movimentata, piena di sorprese e conclusasi a schioppettate; anzi, a colpi nella nuca, generosamente distribuiti al più vario campionario umano che immaginar si possa. Ecco in succinto. Nella casa delle notte, dove fa gli onori di casa una timida e ingenua fanciulla aiutante dell’uomo che favorisce gli esodi, e dove aspettano l’ora propizia per calcare il suolo dell’Europa libera, una vecchia aristocratica legittimista  la quale pensa come una granduchessa zarista e parla come Tatiana Pavlova, e un giovane malinconico, silenzioso e cinrconfuso di mistero, giunge Franz Werner, illustre parlamentare in compagnia della sua giovane segretaria e amica del cuore, Caterina. Egli è un liberalsocialista democratico il quale ha fatto parte del governo dell’Est ed ora sta per fuggire all’Ovest, non si capisce bene se perché ha deciso di scegliere la libertà oppure di scegliere la ragazza staccandosi dalla moglie abbandonata fra i rossi. Probabilmente per tutt’e due le cose. Poco dopo giungono altri due profughi: un uomo di mezza età, Ludwig Hagen, e un giovanotto biondo, Lazzaro Krauss. Essi sono dei finti profughi. In realtà, si tratta di due membri del partito bolscevico inviati come cavalli di Troia nelle file democratiche. Non solo, ma il secondo – un “duro” – ha anche l’incarico segreto di sorvegliare il primo nella cui compattezza  ideologica pare si vadano insinuando pericolose infiltrazioni borghesi. Poco più tardi, arriva, trambasciata e incontinente, anche Lise la moglie di Werner. Essa ha saputo della fuga del consorte ed è venuta per riconquistarlo e farsi portar seco. Prima di raggiungerlo ha anche trovato il tempo di denunciarlo. 

Cominciano gli scontri. E sono di vario genere: ideologico, sentimentale, coniugale. Le circostanze e gli accidenti scenici che hanno l’incarico di provocarli e fonderli sono melodrammatici, il che non sarebbe un gran male; ma sono anche tirati per i capelli e frequentemente inconseguenti e talvolta ingenui, il che lo è senz’altro. Per tenerci all’essenziale, ecco quanto accade. I due falsi profughi scoprono che il “traditore” Werner sta per tagliare la corda e pensano che è, senz’altro, necessario impedirglielo. Allora decidono, il primo di trattenere i fuggiaschi il tempo necessario per poterli far agguantare dalla polizia dell’Est; e il secondo di rivarcare il confine per poter ritornare con gli uomini – e i mitra – necessari.

Ma proprio mentre conduce a termine la sua operazione di trattenere con la frode i fuggiaschi, attraverso la scoperta involontaria della pietà e della solidarietà umana dove gli uomini contano, sì, come massa, ma gioiscono, dolorano e hanno doveri e diritti come creature singole, avviene la crisi irreparabile e definitiva di Hagen. Non è una fede che crolla, è soltanto la scoperta di una umanità che non può venire né esclusa, né oppressa, né depressa da alcun’altra esigenza sia pure quella marxistica, bensì con quest’ultima dovrebbe essere conciliata. Potrò sbagliarmi, penso tuttavia nella realtà non dovrebbe essere poi né impossibile né molto difficile. Ma il comunismo della commedia vuole così e così sia. Comunque basta questo perché Hagen cominci a mordere il dolce pomo della libertà e si senta colpevole di deviazionismo.

Frattanto, è ritornato Krauss coi suoi armati. L’ordine è di assassinare Werner e la sua complice Caterina. L’esecuzione però dovrà essere compiuta sui cadaveri poiché i due pensano bene di avvelenarsi prima. Ma siccome gli altri potrebbero parlare e diffondere la notizia all’Est, così anch’essi dovranno fare la medesima fine, non esclusa una giovinetta con la quale lo spietato giustiziere non avrebbe da muovere che un dito per allacciare un dolce idillio se la fedeltà al partito non lo vietasse. (?!). E giacché ci siamo – uno più uno meno… -, poiché Hagen ha confessato al compagno il proprio deviazionismo, anche lui farà la stessa fine, previo passaggio davanti a un tribunale rivoluzionario, pago e redimito di offrire la propria solidarietà nel supremo momento della morte, alla deserta Lise per la quale aveva  avuto sempre  una tal quale debolezza. Tutti si avviano verso il massacro come degli eroi del Metastasio. Cominciano i colpi alla nuca. Unico superstite, il “duro” Krauss. E i suoi sicari, beninsintende. Almeno, così ritengo, ma non si sa mai.

Come avrete compreso, ci troviamo di fronte a tre diverse tonalità di rosso, scaglionate per successive generazioni, una peggio dell’altra, che vanno dal rosa carnicino del caratterista allo scarlatto dell’attor giovane; e, si intende, le prime due soccombono divorate dalle fiamme della terza. Con apparente obbiettività, di ognuna di esse l’autore cerca di porre in luce le ragioni nei brevi momenti messigli a disposizione fra una grana e l’altra delle sentimentali faccende private che le riguardano. Si va dal liberalismo socialdemocratico al bolscevismo più fanatico, sostando a lungo sulle posizioni del primo attore che sta nel mezzo. Il che, trattandosi di Renzo Ricci, è più che comprensibile.

Maulnier è francese, ed essendo un francese d’ingegno possiede, in misura spiccata, la caratteristica della mentalità francese: la facoltà, cioè, di ragionare per schemi razionali contrapposti, con tutti i vantaggi e le risorse ma anche le limitazioni e i pericoli che questo comporta. E’ curioso come si ritrovino nella sua commedia tre personaggi – tre imperativi categorici – i quali altro non sono, in fondo, se non le tre solite figure che servono egualmente bene ai drammi sanculotti di Giovacchino Forzano come a dar un quadro della rivoluzione francese, tanto didascalicamente comprensibile quanto astrattamente artificioso: il liberale Mirabeau, il generoso Danton e l’inflessibile Robespierre; col primo, fatto fuori dagli altri due, e il secondo, liquidato dal terzo, a causa delle incrinature verificatesi nella sua fede; nell’attesa, implicitamente auspicata, che qualcuno venga a togliere di mezzo il terzo, e lasciandoci nella curiosità di chi sarà il Napoleone di domani che verrà paternalisticamente a rimettere in sesto l’Europa. Non nego che uno schematismo simile non possa far comodo in palcoscenico, ma ho la vaga impressione che il comunismo sia un’altra cosa. Peggiore o migliore, non so, comunque alquanto diversa.

Maulnier, poi, non sarebbe nemmeno l’autore di Giovanna e i giudici se, alla fine, nella figura di un giovane sacerdote in borghese, finto profugo con propositi missionari, il quale cerca di percorrere la strada opposta a quella dei suoi compagni – da ovest ad est – non spezzasse una lancia a favore del cattolicesimo cercando di porre delle rassicuranti ipoteche sull’avvenire. E ci è caro constatare che ciò è stato fatto con assai maggior discrezione di tutto il resto; il quale, stringi stringi, si riduce a una faccenda di donne.

Guglielmo Zorzi ha compiuto una limpida traduzione del dialogo, non disprezzabile anche se impiegato alla Sardou. Regia e interpretazione, Renzo Ricci si è prodigato con le sue migliori qualità di artista meticoloso, sincero, appassionato e geniale, puntando sulle offerte umane e drammatiche del copione. Tutti i suoi compagni, alcuni impegnatissimi, non sono stati da meno: dalla tesa, drammatica e dolorosa signora Magni, a Giulio Oppi che recitò esemplarmente con sofferta dignità e limpida misura; all’incisivo e vibrato Bentivegna, al rude e realistico Galavotti,  alla precisa e consapevole Nuti, alla pittoresca ed estrosa Sammarco, al mite e sorvegliato De Daninos.

Teatro esaurito, ribalta orlata di garofani tinta terza forza, voglio dire rosa; e successo volonteroso. Ci sono stati anche applausi a scena aperta. Gesuitica raffinatezza: lungo tutto il copione non viene mai pronunciata la parola comunismo. Visto da sinistra? Basterebbe spostare i fatti indietro di qualche anno e invertire la rotta da ovest ad est e, senza mutare una parola, potrebbe benissimo trattarsi di nazismo. Certe commedie sono proprio come le scarpe dei coristi. Vanno bene per tutti i piedi. E, di conseguenza, per tutte le musiche.

Carlo Terron

Ultima modifica il Sabato, 20 Dicembre 2014 10:27
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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