domenica, 28 maggio, 2017
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Alba DE CESPEDES - Quaderno proibito

Corriere Lombardo, 17 gennaio 1962

Alba De Cespedes, bel nome estenuato ed aulico che sarebbe piaciuto a Gozzano rubare a D’Annunzio. Anche lei la tentazione del palcoscenico e nel modo più ingannevole e periglioso: quello di issarvi personaggi e fatti già concepiti ed assegnati alle pagine del libro. Quaderno proibito è un sottile ed inquietante romanzo, la commedia omonima che essa medesima ne ha ricavato lo è molto meno. Va perso il meglio del racconto: l’ambiguità della protagonista, vittima e, ad un tempo, persecutrice della famiglia. Quel misto di sincerità e di fariseismo, di coraggio e di viltà, di rassegnazione  e di rivolta, di energia e di languore, di bontà e cattiveria, di nobiltà morale e di miseria erotico-sentimentale, si offusca, si rende generico e convenzionale. Quella che era la sinuosa, crudele introspezione di un chiuso dramma interiore si rivela unicamente la crisi di una menopausa. Il diretto che viaggiava sul binario Bourget-Mauriac si declassa in un accelerato che marcia sulle rotaie Bataille-Amiel.

Degradazione inevitabile. È la solita storia dei romanzi che diventano commedie, sia la medesima, sia d’altri la mano che ne compie il trasferimento. Per parlar solo di scrittrici e nell’ambito di una tematica analoga, il caso di Colette insegni. Non che esistano motivi, fatti e personaggi che il teatro rifiuta. Esso può dire tutto. Soltanto ciò che è stato pensato in un modo non può valere per un altro. Sono dimensioni non sovrapponibili. Non conosco che una eccezione alla regola generale: La signora delle camelie, ed è probabilmente dovuta al fatto che, in quel caso, si trattava di un romanzo pensato già come commedia. In qualche caso il teatro può anche far di peggio. Si corre il rischio che esso funzioni né più né meno di una radiografia e metta a nudo le magagne di uno scheletro nascoste sotto l’abile modellazione di un bel corpo in carne. Non c’è mai da guadagnarci a far sapere che la lepre alla cacciatora era soltanto del coniglio in salmì.

Il copione, presentato ieri sera all’Odeon da Andreina Pagnani, è un collage senza sorprese dei momenti più tipici del romanzo, una successione, tramite una elementare tecnica cinematografica, di episodietti e scontretti, potazioni e variazioni previste, sul medesimo stato d’animo, privo di vera progressione drammatica. Si attende continuamente e invano che la scrittura dalle puntualizzazioni sottili, minuziose, insinuanti, delicate che si sono apprezzate nel racconto, diventi vero dialogo, diverso dalla fratturazione in botte e risposte di un discorso diaristico che vi si rifiuta nella sostanza anche se, all’apparenza, l’accortezza del regista e l’abilità degli attori lo fanno sembrare sciolto e naturale.

E così quella che sulla pagina era la biografia di  una famiglia, diventa, alla ribalta, la biografia della famiglia che più o meno abbiamo conosciuto in tutte le salse. Già dopo i primi cinque minuti sappiamo quel che ci aspetta, casi e toni: udiremo la battuta inevitabile in cui i figli chiedono ai genitori perché li hanno messi al mondo, assisteremo alla scena che svela lo squallore di un matrimonio trascinato come una catena. Vedremo incomprensione fra le generazioni, sentiremo il lamento di chi si accorge di non aver mai vissuto e ormai è troppo tardi per riguadagnare il tempo perduto, ci accorgeremo che la casa, la convivenza staccano ed isolano e condannano alla solitudine anziché unire e consolare, sapremo che non è il caso di prendere sul serio né gli ambiziosi propositi di evadere, né le ribellioni alla morale comune e tanto meno le fiammate sentimentali e i turbamenti della carne matura ma non doma, che rivendicano i loro ultimi diritti, tanto già alla fine li ritroveremo tutti, vinti, giovani e vecchi, padri e figli; amici-nemici, con una delusione, un’amarezza, una malinconia e una viltà di più, fallimentarmente improduttivi, incapaci di vivere fuori dal carcere della comune convivenza.

Ed anche il lungo, aspro, segreto, solitario lottare di Valeria, la madre, la colonna della casa, assediata da irrevocabili nostalgie, attratta dal presente e prigioniera del passato, dotata dell’intelligenza di capire più e meglio degli altri e priva dell’energia e della volontà di agire di conseguenza contro i pregiudizi; la sua bontà insidiosa, irta di insospettato malanimo, i sottofondi, vendicativi della sua rassegnazione, le tortuosità ricattatorie della sua onestà, i margini rancorosi del suo sacrificio, si banalizzano nella tematica scontata, nel velleitarismo di maniera di un cecovismo di dominio pubblico, solo vagamente rabbioso.

Ciò detto, sarebbe ingiusto dedurne puramente e semplicemente che tutto questo non possegga, poi, una sua garbata misura e una sua accattivante discrezione non destituita di una piccola verità umana dalle finezze e dalle insinuazioni atte ad inverare, fino a un certo punto, i luoghi comuni e sufficienti a nobilitare il non peregrino itinerario lungo le tappe obbligate del turismo sentimentale piccolo borghese elegantemente eluso da un tenue velo d’umorismo in grado di suggestionare ancora gradevolmente certo superstite bovarismo del settore femminile e no della platea, tanto più pesando, sul risutato definitivo, l’apporto di un’attrice che ci crede come Andreina Pagnani. In che modo delizioso questa nostra affascinante artista ha recitato, ieri sera, modulando sulla tastiera della tristezza del crepuscolo le note, ora dolenti ora argute, della sua incomparabile femminilità; e di che simpatia l’ha rimeritata il pubblico! 

Al suo fianco, ordinati da una regia di Mario Ferrero, tenuta sul filo della sensibilità controllata dall’intelligenza, nell’acconcio quadro scenografico di Pier Luigi Pizzi, tutti hanno recitato bravi, sicuri, discreti e precisi: Giuliana Lojodice che ha dote una ammirevole schiettezza al personaggio meno anacronistico e conformista, quello della figlia che “si salva” andandosene con l’uomo amato; Filippo Scelzo, Carlo Hintermann, Elio Zamuto, la cara Mercedes Brignone, la bella Aloisi, il Chiocchio, la Biella e gli altri tutti. Applausi, anche a scena aperta. Un bel successo di trent’anni fa.

Carlo Terron

Ultima modifica il Martedì, 16 Dicembre 2014 10:23
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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