giovedì, 22 giugno, 2017
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Corriere Lombardo, 26 febbraio 1964

Visto che le Minerve nazionali, poste a guardia della salute morale delle future generazioni che restaureranno la patria, hanno draconianamente quanto igienicamente sentenziato che l’elementare, ingenuo, e sano Plauto, tutto schietta naturalità e fisiologica franchezza, debba essere rigorosamente proibito ai minori di diciotto anni, povere mammole, che poi al cinema vedono quel che vedono e al varietà ascoltano quello che ascoltano, e considerato, di conseguenza, che gli spettatori che esso potrà catturare, nel caso che siano stati a scuola, appartengono all’era in cui lo studio del latino era obbligatorio, ebbene stamattina ciò facilita il mio compito. Sull’argomento, non c’è dubbio, voi sapete già tutto quel poco che c’è da sapere.

Il Miles Gloriosus (205 avanti Cristo) non è il problematico Amleto. Quando s’è detto pane al pane è finita la nostra radicata pigrizia gronda di riconoscenza, esimendoci, dal parlarvi della commedia greca e latina del plastico, vigoroso e sensuale realismo dello schiavo Plauto, della sua salacità plebea, della sua aggressività farsesca, della miniera delle sue violente invenzioni comiche e dei suoi lazzi spropositati, rispondenti per così dire all’estetica della gomitata nella pancia – non troppo lontana parente di quella delle torte in faccia – che hanno alimentato duemila anni di teatro; dei suoi sfacciati plagi e contaminazioni della commedia ellenica, dell’importanza del mimo nei suoi copioni; di tutti i possibili e immaginabili rifacimenti, rielaborazioni e variazioni in prosa, in versi, in musica, sotto ogni cielo e in ogni favella che, a cominciare dai nostri cinquecentisti, per poi versarsi nel rapinoso e lutulento fiume della Commedia dell’Arte, sua sede naturale e quindi riapparire in Molière e su fino a Giraudoux, incontrarono le favole semplicistiche e i grossolani mascherotti di questo primitivo superbamente volgare. Alcuni lo migliorarono, molti lo perfezionarono, parecchi lo guastarono, nessuno riuscì a intellettualizzarlo e chi ci si provò, come Giraudoux nell’Anfitrione 38, non gli andò troppo bene, segno inequivocabile, se Dio vuole, di irriducibile elementarità manifestata in un’incoercibile gioia dei sensi.

Semmai, a proposito della commedia di ieri sera, sarebbe il caso di accennare alla fortuna – a nostro modesto parere immeritata – che toccò al protagonista che le dà il titolo, ufficialmente riconosciuto come il diretto progenitore della maschera del Capitano, il militare sbruffone, gradasso e vigliacco, sostanzialmente estraneo alla dura ed aspra società romana arcaica, quanto connaturale a quella rinascimentale e barocca, dove, se così si può dire, che la giustifichi, e cioè, l’amore, la fedeltà e il dovere patrio, boriosi ed eversivi avventurieri del genere cominciarono a prosperare come la gramigna. Non dimentichiamo che nessuna maschera è stata mai pura invenzione gratuita. Per quanto favolosamente stilizzata, si tratta sempre della deformazione grottesca di una realtà del costume socialmente testimoniata da figure ben individuate e facilmente reperibili.

Con che contribuisce a tutto ciò il Pirgopolinice plautino? Unicamente con la folgorante definizione di un titolo: Miles gloriosus. Il resto non esiste. Dopo la prima scena, ci si può dimenticare che sia un soldato, perché, tutto quel che lo segue lo annulla per non dire lo contraddice. Non c’è un momento dell’azione né un punto del suo eloquio che rendono necessari o anche solo opportuni e il sostantivo e l’aggettivo: né la professione né la boria che vi dovrebbe essere connessa.

Prigioniero della sua stolta vanità amatoria, bloccato nella sua monumentale stupidità, tutto di riflesso sugli altri, è addirittura una figura insicura, debole e timida, in perpetuo atteggiamento di interrogativa perplessità, non priva, un tantino, di patetica seppur ebete umanità; alla mercé dei giganteschi imbrogli dei servi, degli innamorati, e delle prostitute, loro sì, i veri motori della vicenda, gli autentici protagonisti, scagliati in una canagliesca, turpe, sfacciata, provocante, crudele e consapevole improntitudine; dotati di vitalità fantastica, sulla base di un prepotente realismo; tutti spudorata fisicità, definiti dall’incontenibile gioia del moto e del ritmo, e che, in una “notte brava”, riducono il meschino omuncolo becco, derubato e bastonato, senza misericordia e senza esclusione di colpi.

Il problema della traduzione di Plauto è quello di uno scrittore dai contenuti volgarmente popolareschi che, senza contraddirli, anzi esaltandoli nell’immediatezza di un eloquio scenico che intrattiene continue complicità, allusioni e ammiccamenti con la platea – oh non si dice che nel protagonista sia satiricamente adombrata la presuntuosità di Scipione l’Africano! – è, nello stesso tempo e nel modo più naturale  e spontaneo, un sorprendente innovatore linguistico, un suscitatore prodigo, un ardito inventore di mezzi espressivi, un rivoluzionario inventore di costrutti sintattici che rimarranno iridescente e incisivo patrimonio della lingua latina. E qui sono intervenuti la sapienza e il gusto di Pier Paolo Pasolini, lessicologo scrupoloso quanto scrittore spregiudicato. Egli, dopo aver confessato la propria perplessità se Plauto fosse uno “sbrigativo plebeo” oppure un “sobrio aristocratico”, ha creduto, giustamente, di superare la contraddizione risolvendo l’apparente dicotomia coll’adottare – a cominciare dal titolo che suona: Il Vantone – il gergo romanesco liberamente inteso, articolandolo in versi: doppi settenari a rima baciata, e proprio dalla rima baciata ha fatto scaturire gli effetti comici più scattanti. Non sarà la soluzione ideale ma non manca di originalità e, in bocca agli attori, risulta indubbiamente efficace. Chi poi sospettasse, con la fama che lo circonda, che egli abbia accentuato la salacità dell’originale, si rassicuri, forse forse l’ha attenuata. Certo le commedie di Plauto non sono i fioretti di San Francesco e Pisolini non è un padre quaresimalista: questo, se non altro, dovrebbe garantirvi dal pericolo della noia, perché tradotto eruditamente e recitato accademicamente, Plauto è un classico da far addormentare in piedi e, dopo duemila anni, ne ha anche diritto.

A far da secondo svegliarono, poi, ci ha pensato Franco Enriquez che, con la vitalità e il gusto del colore – in ciò egregiamente assecondato dal Luzzati come costumista e scenografo – che contraddistinguono le sue regie comiche; soprattutto con la teatralissima disinvoltura hc eoimostra nello svecchiare i classici – si pensi alla sua travolgente Bisbetica domata – ha funambolescamente scatenato i suoi attori, liberandoli da ogni inibizione per lanciarli in un ritmo serrato e travolgente, ancorato a un plastico e variopinto realismo. E qui è stata sorprendente Valeria Moriconi, stupenda attrice comica, tutta potente e sana carnalità. Non meno alacre, felice e ricca di modulazioni, la malizia di Glauco Mauri, come la grassa e indifesa atonia, elettrizzata da improvvisi sussulti, di Michele Riccardini che era il protagonista. Ottimi, nell’obbedienza a uno stile e a un tono che mai hanno ceduto. La Panti, il De Cristofaro, il Di Stefano, la silenziosa e irresistibile Carmona e il Campese. Ma da segnalare a parte per la lepidezza d’una furbastra ingenuità, l’originalissima prestazione del giovane Enrico D’Amato. Un mucchio di risate e di applausi.

Carlo Terron

Ultima modifica il Lunedì, 15 Dicembre 2014 10:12
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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