lunedì, 16 ottobre, 2017
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Radiocorriere, ottobre 1962

Con la sua ragionevolezza e il suo scetticismo, col suo pessimismo e la sua vaga crudeltà, col suo accanimento inquisitorio e avvocatesco, sopratutto con la sua minuziosa finezza di psicologo, Euripide si assume la responsabilità di una rottura gravida di incalcolabili conseguenze. Comincia il crepuscolo degli Dei. Uno dei tanti. Sta per finire la grave stagione degli eroi per venir sostituita dalla mutevole primavera delle eroine. In lui, si può dire, la tragedia muta sesso. Da maschia si fa femminea; soffre, sospira, geme, implora, si mette a spaccare un capello in quattro e si incivetta di complicazioni e di intrighi romanzeschi: dalla lontananza dei secoli, il melodramma, per la prima volta, strizza l’occhio ai posteri. Dei tre grandi tragedi greci, egli continua ad essere il più discusso e il più affascinante, il più inquietante, il più disponibile, il più attuale. È uno dei nostri. Misogino dichiarato nella privata autobiografia, quasi quanto il suo amico Socrate, il suo lungo e numeroso discorso poetico è ispirato, da capo a fondo, a un femminismo solerte. Pochi anni lo separano dal terribile Eschilo, il magnanimo Sofocle gli è contemporaneo, eppure sembra che secoli lo separino e lo distinguano dai suoi due immortali colleghi. Al filtro d’una visione critica, problematica, se vogliamo letteraria, l’antica, reverente sacralità si stempera e si estenua in una patetica e moderna sensibilità. L’uomo si sottrae dalle mani della divinità. Da strumento inerte e rassegnato, alla mercé del cielo, si fa costruttore responsabile, attivo e sofferente del proprio destino terrestre, vinto o vittorioso poco importa. Scopre la libertà e sia pure la libertà di accettare e, magari, di subire, ma, giudicando sul metro della coscienza e della legge umana. Interiormente libero, si assume tutte le responsabilità ed il peso morale delle proprie azioni deliberate e consapevoli. Prima o dopo, il Fato, il Mito, dovevano pur adattarsi a lasciarsi rivedere i conti dalla ragione, dalla storia, magari, dalla cronaca. Dopo di lui verrà il tempo del dramma, il tempo della commedia con tutte le sue impreviste possibilità: la vera, assoluta tragedia rimarrà, ormai, per sempre, irrecuperabile. Attraverso impercettibili ma fitte crepe di scetticismo e di dubbio che hanno corroso la levigata superficie d’un marmoreo vaso ancora intatto nelle sue chiuse forme arcaiche, è già sfuggita l’antica e solenne austerità mistica spiritualistica. In sua vece, vi circola dentro una vibratile sensibilità, stimolata ed allarmata da ambigue, morbide, cangianti incertezze. Quando gli Dei vengono fatti scendere dalle irraggiungibili altitudini dell’Olimpo e gli eroi vengono tirati giù dai loro marmorei piedistalli, il protagonista diventa inevitabilmente un semplice uomo, disponibile ad ogni umano richiamo. Giustizia ed ingiustizia, innocenza e colpa, verità ed errore sono, per la prima volta, discussi sulla scena nel senso che noi non abbiamo ancora cessato di attribuire loro dopo quasi due millenni e mezzo.

L’ironico Euripide appartiene all’incomoda schiera degli intellettuali laici e miscredenti. Era, del resto, il meno che potesse succedere nell’Atene di Pericle, assediata dai sofisti. Anassagora e Protagora trovano in Euripide il loro equivalente poetico. Quando una solidale fiducia nella filosofia mette in discussione ogni valore e fuga la cieca e superstiziosa schiavitù al capriccio degli Dei, rendendo l’uomo misura dell’universo, necessariamente l’occhio deve venir distolto dal cielo per distendere lo sguardo ansioso e pur riconoscente sulla terra. E tutto alla terra è ormai rivolto l’animo delle deboli, dolenti creature della Ifigenia in Aulide, tormentate dall’angoscia di svincolarsi da un imperativo religioso in cui non credono più e di cui non comprendono il senso. Il poeta prospetta e discute con spirito critico e nuovo il barbarico rito ancestrale del sacrificio umano espiatorio e propiziatorio. È la sua ultima opera, probabilmente non del tutto finita e rappresentata postuma. L’Ifigenia in Tauride che, con essa, completa la vicenda dell’eroica figlia di Agamennone, benché ne rappresenti il seguito, fu scritta precedentemente.

La flotta degli Achei è in Aulide, pronta a partire per la guerra contro Troia. Ma tempeste in cielo e in mare impediscono di issare le vele. La ragione? La svela l’indovino Calcante. Atena lascerà via libera ai navigli solo dopo che il capo supremo dell’esercito, Agamennone, le avrà sacrificato la figlia giovinetta: Ifigenia. Ed ecco la riluttanza, la ribellione, l’orrore di Agamennone, incerto, combattuto fra il dovere del condottiero e il sentimento del padre. compiere il misfatto, oppure sciogliere la spedizione? Il conflitto si manifesta teso, insanabile in un diverbio col fratello Menelao che lo richiama ai suoi obblighi. Con bella intuizione psicologica e ardito colpo di scena, in un successivo colloquio fra i due, le posizioni verranno capovolte. Agamennone apparirà rassegnato all’atroce compito, mentre Menelao lo esorterà a sottrarvisi, guadagnando tempo e cercando una scappatoia. Giunge l’inconsapevole e credula giovinetta, persuasa dalla menzogna del padre di essere stata chiamata per andar sposa ad Achille. Essa è accompagnata da Clitennestra, qui solo buona moglie e affezionata madre. La soave dolcezza d’una serena scena familiare rende più acuto il dramma che sta per compiersi e di cui tutti sono consapevoli tranne la protagonista. L’intervento di Achille, indignato che sia stato usato il suo nome per un inganno, varia e movimenta la situazione con un pizzico di romanzesco. Tranne l’esercito che, sobillato da Ulisse, minaccia una sollevazione, ed Agamennone che si rassegna al suo atroce destino, ora tutti sono per la salvezza della fanciulla, Clitennestra in testa, ed a questo materno, umanissimo risentimento contro il marito, verrà, in seguito, riportato il suo odio successivo che dovrà sfociare nell’adulterio con Egisto e nell’assassinio, quando Agamennone tornerà vittorioso dalla guerra, dieci anni dopo. Ascoltando non vista – è il passaggio più discusso della tragedia – il colloquio tra la madre ed Achille, Ifigenia viene a conoscere ciò che le si nasconde. E allora è lei – tipico tema euripideo – a volersi donare liberamente e magnanimamente al bene della Grecia e ad avviarsi verso il sacrificio. Si saprà, per voce di un messo che, all’ultimo momento, Atena, commossa dall’eroismo della giovinetta, ha cambiato parere e l’ha fatta scomparire dall’ara sacrificale, sostituendovi una cerva. Ma perché questa capricciosa crudeltà degli Dei?

Carlo Terron

Ultima modifica il Domenica, 14 Dicembre 2014 18:42
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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