sabato, 22 luglio, 2017
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Corriere Lombardo, 17 febbraio 1966

Una tradizione, falsa, ma che meiterebbe di esser vera, vuole che Sofocle, avvicinandosi al traguardo dei novant’anni senza decidersi a sgombrare il terreno nei parenti, fosse portato in tribunale dal proprio figlio Jofone – anche lui drammaturgo di categoria B, il che spiega molte cose – per essere giudicato incapace di intendere e di volere e, quindi, interdetto. Il glorioso vecchio non si lasciò turbare. Giunto davanti al giudice, tirò fuori, dalle bianche pieghe del peplo, un rotolo e lesse un brano della tragedia che aveva appena finito di scrivere. Fu trionfalmente assolto. Sfido io, si trattava dell’Edipo a Colono. Per quanto impermeabile alla poesia possa essere la giurisprudenza di fronte alle celesti rime di quel canto della notte dove l’anima, finalmente in pace, si congeda dall’effimero travaglio della vita per entrare nell’eterno mistero, non è chi non si sarebbe potuto arrendere.

Fra la composizione di Edipo re e la composizione di Edipo a Colono corrono trent’anni, e quando il secondo venne rappresentato il poeta era già morto da cinque, evidentemente non basta nemmeno la garanzia che il suo autore si chiami Sofocle per evitare a un copione l’umiliazione di fare anticamera, e poi ci lamentiamo noi!

Mai capitato che un poeta dicesse una parola totalmente nuova al termine estremo della sua attività. Preannunci, e di quale ala! della scoperta e della conquista di un’umana dignità che non si erge apertamente contro il cieco ed ingiusto capriccio degli Dei – è un compito, questo, che toccherà ad Euripide – ma si concilia con essa, in una superiore spiritualità, c’erano stati già nell’Elettra e ancor più nel Filottete. Qui la conquista è completa, il dissidio totalmente sanato. Dipenderà che, nella veggente cecità del maestoso e umile Edipo coloneo, dopo tanto orrore e tanto sangue e lunghissima espiazione finalmente placato, il poeta identificò la propria vecchiaia, ormai preparata al terrestre congedo e senza un pensiero che non fosse volto all’aldilà? Può darsi. Direi, anzi è certo. Codesta lettura autobiografica, per così dire un inchiostro simpatico controluce, conferisce un’austerità, una purezza, un ineffabile significato possibile anche più toccante ed elevato alla vittoriosa sconfitta e alla fiera rassegnazione del sublime protagonista; inserisce in un’opera sempre considerata stupendamente statica – la morte di Edipo suona, si sarebbe tentati di dire, il preannuncio della morte della tragedia – una dialettica drammatica finora inedita, nascosta e segreta dove i pensieri e i sentimenti intimi sostituiscono l’urto corrusco dei fatti, l’indomito contrasto delle volontà, la feroce battaglia delle ambizioni, l’implacabile bufera del fato che si abbatte a caso sulla fragile e indifesa creatura umana. Ormai, più nulla importa perché è il tutto che importa.

Il gran tema della morte travolge nel suo arcano mistero il discorso drammatico come un cielo limpido e consolante, sotto il quale, in gerarchica e armoniosa sottomissione, si dispongono i minori, ma non meno importanti, temi morali, politici, religiosi, familiari, anche, che in essa confluiscono, riverberati dalla luce crepuscolare di non so che distanza di infinito, di non so che funebre dolcezza. È questione di tono e di ritmo: quel tempo lento e legato con cui il dramma inizia. Il giungere dello stanco vegliardo, estenuato, sostenuto dalla eroica pietà dell’indomita Antigone, figlia e sorella – ma ormai soltanto figlia – alle soglie del bosco sacro alle benigne Eumenidi, vaticinato come ultimo porto per la quiete suprema, dove cesserà il colpevole di aver pace l’innocente: “luogo di lauri, ulivi e viti”, alle porte della civile Atene; quella sosta nel profumo dei narcisi e tra le melodie degli usignoli, l’indugiare del poeta a definire la Natura, cessa di essere paesaggio – scenografia – per farsi dimensione della coscienza.

La realtà spirituale riconosce e simboleggia sé stessa nella verde amenità di quei teneri colli, chiusi nella dolce curva di un orizzonte amico, dove, confessandosi, sarà possibile persuadere all’ospitalità gli abitanti che, ancora inorriditi dalla memoria dell’empio antefatto seguito all’atroce scoperta del parricidio e dell’incesto, vorrebbero cacciare l’ospite, foriero di grazie alla terra che ricoprirà le sue ossa. Se la loro concessione a fermarsi è un’assoluzione, la sua decisione di morirci è un dono che avrà sacra sanzione sovrana – da re a re – nell’intesa con l’umano Teseo re della generosa Atene che si fa suo protettore e custode.

E questa impronta di eterno, di estreme e severe verità oltre le quali il quotidiano travaglio e la brutale realtà si limitano ad avere, se ancora ce l’hanno, il senso del provvisorio e del trascurabile, persiste anche successivamente; quando il discorso si infuoca, al giungere del tristo cognato Arconte, e il suo ricatto di sottrargli le figlie; col drammatico appello del degenere figlio Polinicio frenetico di smania vendicativa contro l’odiato fratello Eteocle per via del trono, coi loro sforzi – non amore, non pietà, bensì unicamente interesse – di riportarlo a Tebe, donde l’hanno esiliato, poiché gli oracoli hanno predetto fortuna e prosperità a coloro che lo avranno con sé e alla loro patria. Nella sua ira, nel suo rifiuto folgorante di maledizioni, è questo il momento in cui il pio Edipo tende, da lontano, la mano all’iracondo Lear.

È l’ultimo distacco, l’ultimo nembo sulla veneranda canizie tanto provata, l’ultimo pericolo – anche l’ultima tentazione? – di immiserire ancora una volta sé stesso nell’umano, nel troppo umano, così faticosamente allontanato e respinto. Poi, compiute le sacre abluzioni – che momento cristiani – nemmeno le più soccorrenti figlie son necessarie; egli può inoltrare, solo, l’incerto passo fatto finalmente sicuro, nel luogo consacrato e miracolosamente dissolversi, al termine di una montagna di dolore accumulato sulla vittima per rendere consapevole sé e gli altri di essersi trovata colpevole senza cessare mai di essere stata innocente.

Una volta tanto, la conclusione della tragedia non è su questa terra. Faccia a faccia col mistero, tace l’eroe e tace il poeta. Più in là non è possibile spingersi. Ma, in nome di Dio, cos’avevano in corpo questi greci per aver intuito tutto, capito tutto, detto tutto? Di codesto tutto, all’applaudito spettacolo di iersera, qualcosa è mancato. Non possono trovarci consenzienti i drastici tagli e in ispecial modo l’ultimo con lo splendido racconto della fine miracolosa dell’eroe. 

Quanto agli splendidi cori, determinanti a stabilire la trascendente atmosfera entro cui è disteso il dramma, le belle musiche di Adriano Lualdi sono di una grande suggestione, ma non se ne percepisce una parola, ed è quella che conta.

Annibale Ninchi che è stato, anche, per così dire il regista dello spettacolo, ha affidato il protagonista al controllo e all’intensità della sua famosa dizione, così duttile nella sua uniformità e tanto carica di dignitosa sofferenza nella sua spoglia nobiltà. È stato molto acclamato, e, con lui, l’umanissima Marescalchi, Antigone pura e dolce ad un tempo, Materassi, sincero e appassionato Polinicio, applaudito a scena aperta; Carlo Ninchi, Teseo dalla semplice regalità, la Siciliani, tesa e commossa Ismene, Jotta protervo Creonte, Ferrari e Caiati, coerenti di schietta verità. Così così i costumi e un bel pavimento e basta la scena del Bertacca. Evidentemente, il Sant’Erasmo non è teatro da tragedia greca.

Carlo Terron

Ultima modifica il Domenica, 14 Dicembre 2014 10:49
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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