domenica, 28 maggio, 2017
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Radiocorriere n° 36, 10 settembre 1966                                   

Con le sue tre giornate – quattro, in origine, essendo andato perduto il “dramma satiresco” che, secondo l’uso, la contemplava –: Agamennone, Le Coefore e Le Eumenidi, ognuna in un certo senso autonoma, l’Orestiade è l’unica opera ciclica giuntaci intera dall’antichità. Dalla superba lontananza dei suoi ventiquattro secoli, essa ci riporta il grido forse poeticamente più impennato, certo più severo e terribile, espresso dal teatro di tutta l’umanità. Siamo alle origini della tragedia, in un certo senso alle origini del teatro stesso, e siamo già su cime, toccate sì, eccezionalmente da Sofocle e da Shakespeare, ma non più raggiunte con altrettanto empito superumano e altrettanto mistico titanismo, frutto di una spietata e implacata religiosità. Quello di dar fondo con dei capolavori, raggiungendo subito il perfetto dei risultati, all’inizio di tutto ciò che incominciavano, fu l’inesplicabile e, se vogliamo, innaturale, segreto dei greci. Eschilo (525?-456? a. C.) non fece certo eccezione; fu, anzi, colui che la fece meno di ogni altro. Aveva appena finito di inventare, letteralmente, la tragedia e si poneva già in prima fila, proprio con codesta trilogia, davanti a tutti coloro che sarebbero venuti in seguito. Ci dice Aristotele, che, nella sua sovrana petulanza, seppe e raccontò tutto di tutti: “mentre prima la parte principale della tragedia era affidata al Coro, con Eschilo – la cui grande trovata storica, è bene ricordare, fu l’invenzione e l’introduzione di un secondo personaggio, oltre al celebrante – venne affidata al dialogo degli attori”. Poche parole e spiegano tutto. Il dialogo! Non ci si pensa. In altri termini, nasceva il dramma. E poi, via, una novantina di copioni, non era certo uomo da lasciare la penna in ozio, al contrario, uno, piuttosto, che si scriveva addosso. Ce ne rimangono solo sette. Per fortuna. Dico per fortuna, poiché, per quanto grande testa potesse possedere, con tanta roba mandata in scena, sarebbe mostruoso che non avesse messo al mondo altro che dei capolavori. Aveva lì a disposizione, lo pungolava, gli sospingeva la mano l’intero Olimpo, stipato di Iddii permalosi e vendicativi, incarogniti da rancori lunghi e incrudeliti da capricci brevi, i loro prodigi e le loro risse, poteva scegliere fra un’esaltante fioritura di miti, le mirabolanti leggende eroiche e le portentose imprese storiche, folgoranti vittorie e umilianti sconfitte, di un popolo giovane, ebbro di vitalità e di intelligenza, votato all’immortalità, e di una piccola nazione esaltata di libertà e frenetica di gloria. Non era certo il materiale a mancargli. “Io vivo – lasciò scritto con la luciferina superbia dei modesti – delle briciole di Omero”. Maneggiate dal maggior “inventor di parole” della letteratura d’ogni tempo, dal creatore delle più elaborate, ardite e gigantesche metafore che mai siano state udite, quelle briciole diventavano immani banchetti. Come sotto il tocco di Mida tutto si trasformava in oro, così al contatto delle sue dita tutto si mutava in marmo. Condannato alla monumentalità, fino all’eccesso.

Qualsiasi cosa: la più luminosa quanto la più fosca, la più sublime quanto la più abbietta. Eh sì, perché, immergendo le braccia in quell’inesauribile patrimonio di favole, una volta su due le mani ne riemergevano sanguinose di orripilante cronaca nera. Non ci fosse stato, ad investirla, ad incendiarla e a redimerla, l’afflato trasfiguratore di un religioso mistero, ci si sarebbe trovati al livello della più spietata barbarie e della più turpe criminalità. Le grandi famiglie! Le dinastie mitologiche che fecero leggendariamente famosa la Grecia! I Labdacidi, ad esempio; con quell’Edipo parricida, incestuoso, padre e fratello dei suoi quattro figli, e le ragazze ancora ancora, ma i due maschi, misericordia, un disastro; cavatosi gli occhi dopo esser rimasto vedovo per il suicidio della madre-moglie, fuggito da casa e vagabondo per l’Attica, empio ed intoccabile peggio d’un lebbroso, materia pronta per la pietà del divino Sofocle.

O, sennò, gli Atridi, peggio ancora, se il peggio fosse possibile: stirpe maledetta, specializzati, alle arcaiche origini, in banchetti a base di carne umana, dove, fra la minestra e la frutta, poteva capitare che i fratelli offrissero ai fratelli un tenero spezzatino dei loro figlioletti in salmì; e, in seguito, fatti civili, sacrificatori della propria prole sulle are degli Dei per propiziarsi una buona riuscita nella carriera militare: generali privi di misericordia, fraudolenti espugnatori di città, massacratori di innocenti, pubblicamente e sfacciatamente traditi da consorti adultere che festeggiano il loro ritorno di reduci vittoriosi assassinandoli con una coltellata fra le costole prima ancora che abbiano finito di fare il primo bagno in famiglia. Antefatti indispensabili a rendere i loro figli matricidi e dannati.

Ecco, tale e non altro è l’argomento dell’Orestiade. Ma, poi, codesti granitici campioni del crimine, occupati a massacrarsi a vicenda, si chiamano Agamennone, re dei re, Clitennestra, demone della passione, Oreste ed Elettra, disumani campioni e umanissime vittime della giustizia; e allora tutto va a posto, tutto diventa eroico, tutto trova la sua collocazione ideale, la sua prospettiva morale, il suo significato trascendente. Prima giornata, Agamennone: il re dei re torna dall’aver distrutto Troia e viene ucciso da sua moglie Clitennestra, druda di suo fratello Egisto; e, con lui, perde la vita Cassandra, principessa e profetessa troiana, figlia dell’infelice Priamo e della devastata Ecuba, avvilita a concubina come bottino di guerra. Seconda giornata, Le Coefore: il principe ereditario Oreste non perde tempo; il giorno stesso che diventa maggiorenne torna alla reggia e, messo su dalla sorella Elettra, assassina gli adulteri. Terza giornata, Le Eumenidi: il matricida rischia di esser fatto a brani dalle Furie scatenate in seguito alla maledizione della madre uccisa. Interviene Apollo persuaso della giusta causa e, con la sentenza d’assoluzione di un tribunale, naturalmente ateniese, che trasforma la vendetta in giustizia, placa e gli rende benigne le semidee persecutrici, feroci simboli dei rimorsi.

È un mondo che contiene presentimenti da Amleto e incubi da Macbeth; squassato da un vento di tragedia smisurato il quale conferisce alle figure dimensioni e proporzioni superumane, riverberate da improvvisi e inattesi balenii di quotidiano realismo – l’indimenticabile nutrice Cilissa, esempio – atti a rendere, se possibile, ancor più titanica, al contrasto, la loro possa michelangiolesca. Ed è un mondo sovrastato, stavo per dire compresso ed oppresso, da un Ordine Superiore irato, chiuso e inesorabile, dove la colpa genera la colpa e il sangue chiama sangue, una generazione dopo l’altra, fino alla totale espiazione. Non valgono né il sentimento, né le provocazioni, né le ragioni, né le circostanze. Il colpevole eschileo è sempre senza attenuanti – fatta eccezione soltanto il Prometeo incatenato, ma con quello lì, il discorso diventa inquietante –, messo al muro, stritolato dalla concezione, si direbbe, stranamente biblica di un dio terribile e spietato, e, tuttavia, per quanto severo, sempre un dio di giustizia.

Non illegittimamente, a proposito della religiosità arcaica e senza sospetti di Eschilo, agitata come una spada di fuoco in mano a un fanatico profeta dell’Antico Testamento, tanto diversa da quella così umana e caritatevole, aerata da innumerevoli spiragli di misericordia partecipe di Sofocle; e così aliena e distante dal laico razionalismo morale dell’ “irreligioso” Euripide, tutto e sempre dalla parte umana delle terrestri vittime anche quando hanno torto… non illegittimamente s’è potuto parlare di monoteismo. Con più cautela, mi limiterei a dire tendenza, meglio: vocazione monoteistica: l’intuizione solitaria di un Dio unico, assiso sul marmo delle tavole della sua eterna e ferma e dura legge. Per arrivare al Dio che perdona e che consola di Cristo, era necessario passare attraverso il Dio che abbatte e che punisce di Abramo. Di questo arduo e lungo cammino Eschilo fu, forse, una delle grandi tappe e non la meno importante.

Carlo Terron

Ultima modifica il Domenica, 14 Dicembre 2014 10:42
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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