venerdì, 24 novembre, 2017
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Corriere Lombardo, 22 marzo 1961

L’ovazione che ha accolto ieri sera, all’aprirsi del sipario, Rina Morelli e Paolo Stoppa è stata qualcosa di diverso dell’abituale e doveroso saluto rivolto a due illustri attori che hanno servito e servono il teatro al livello di una dignità e di un rigore mai smentiti. C’era, in esso, come il senso di una riparazione, il rammarico per un’umiliazione inferta alla loro coscienza artistica non meno che alla civiltà di un pubblico consapevolmente qualificato e non più minorenne, capace di respingere o di accettare da sé uno spettacolo; l’intenzione di separare le responsabilità da ciò che era accaduto poche settimane addietro quando, giunti, una sera, a Milano, incensurati, ne partirono ontosamente, la mattina dopo, imputati. Sappiano, insomma, che se l’austero procuratore di questa strana repubblica, severa al Nord quanto tollerante al Sud, avrà avuto ragione e riuscirà a farli carcerare a San Vittore, ci sarà sempre qualcuno che porterà loro le sigarette. 

Basta. Approfittando di essere ancora a piede libero, son tornati sul luogo del delitto a portarvi uno spettacolo singolare, una specie di recital a due a carattere squisitamente letterario ma non per questo meno dotato di umana, intima e mordente teatralità. Nessuno avrebbe dato un soldo sul risultato quando all’attore Jerome Kilty venne la inopinata idea di imbastire un copione trascegliendo e raccordando le lettere più vive del carteggio – lo ha pubblicato recentemente Mondadori – intercorso, durante quarant’anni, fra George B. Shaw e la famosa attrice inglese Patrick Stella Campbell, e mettersi a recitarlo lui stesso, botta e risposta, in compagnia di un’attrice. Fu, viceversa, uno dei maggiori successi newyorchesi, ripetutosi successivamente a Londra e attualmente furoreggiante a Parigi.

Epistolario amoroso? Naturalmente, ma di due duellanti capaci di schermare la delicatezza di un sentimento e la profondità di un legame con tutte le finte e le controfinte, gli assalti e le ritirate di un inesauribile virtuosismo che non risparmia le stoccate all’avversario ed ha, sovente, il colpo basso facile. Creature umane che inventano istrionescamente il loro personaggio. Sono, codeste lettere, un complesso, volubile, imprevisto, divagante, sofisticato contrappunto, rissoso e gentile; continuamente sorprendente, di tenerezza ed insolenza, di pudore e sfacciataggine, di irritazione e pazienza, di serietà e capriccio, di delusioni e speranze, di aggressività e dolcezza, di sincerità e menzogna, di patetica ironia e di rustica sentimentalità; dove l’attrice con la sua sintassi di fantasia tiene testa vantaggiosamente allo scrittore. Due caratterini alla dinamite, entrambi. La più pertinente ed estrosa definizione dello stravagante sodalizio è dovuta a lei. I nostri, dice, sono “giochi imperiali di leoni senza sesso”.

Già, perché c’è anche da chiedersi se non si sia trattato di un lunghissimo peccato bianco, esauritosi sulla pagina, in amplessi verbali senza venire materialmente consumato mai, ad onta che affiori di continuo, nello sfondo, la gelosia della legittima signora Shaw. Conoscendo il temperamento del commediografo i suoi refoulements, la sua frigidità, la sua passionalità di cervello, sarei propenso a crederlo. Non è, si può dire, esistito uomo e scrittore più asessuale e antieroico di lui, persuaso che anche unicamente parlare seriamente dell’amore fosse la cosa non solo più frivola ma più indecente che uno potesse fare.

La loro tenzone epistolare  iniziò nel 1899. Figlia di padre inglese e di madre italiana, lei aveva, allora, 34 anni ed era al culmine della celebrità, una sorta di tigre reale del palcoscenico, terrore dei capocomici almeno nella stessa misura in cui era beniamina dei pubblici dei due continenti; così prepotentemente affascinante da essere ritenuta, da molti, più bella che brava. Lui toccava i 43 anni, faceva il critico drammatico ed aveva già provveduto ad insolentire la sua futura Aspasia scrivendo che era “così abile da poter infilare un ago con le dita dei piedi”; aveva al suo attivo alcune commedie che nessuno voleva rappresentare ed era molto, molto lontano dalla gloria che lo aspettava.

Traspare in controluce, dal carteggio, il riflesso di due destini e l’itinerario di due carriere; in crescere quella di lui, in declinare quella di lei. Ben presto i rapporti si invertono. Molto a colpa del proprio carattere, essa si inoltra precocemente verso le ombre e le amarezze del viale del tramonto. Un critico che la vide durante un patetico ed umiliato tentativo di conquistare il cinema ad Hollywood, scrisse che “era come una nave che affonda e spara furiosamente sui soccorritori”. Ma che dignità, che fierezza, che forza di crudele sarcasmo accompagna la malinconia del proprio crepuscolo! Il momento pieno fra i due si ha in occasione della “prima” di Pigmalione che la ebbe protagonista trionfante nel 1914. Collera, litigi furibondi, durante le prove. E, alla fine della memorabile serata, una crudelissima vendetta di donna. Egli propone di andarsene a cena insieme a festeggiare l’avvenimento. “Oh, caro, non posso. Ho già un impegno con l’onorevole Cornwallis-West. Mi son dimenticata di dirtelo: l’ho sposato mercoledì!”. Era il suo secondo marito, poi dileguatosi, anche quello, come il primo; e un figlio perso in guerra.

E ora via, verso la fine, vecchia, tremula, terrorizzata di dover attraversare le strade col suo eterno cagnolino fra le braccia, in mezzo al lacerante frastuono, lei signora da carrozza a tiro a due, di tutte “quelle macchine senza cuore”. Sono le ultime parole della sua ultima lettera, 28 giugno 1939. Dieci mesi ancora e chiude gli occhi per sempre. Dopo aver gettato nella cappelliera in cui la conservava, nascosta sotto il letto, la risposta di lui… “il gigante è decrepito e sua moglie storpiata dalla lombaggine”. “Devi ancora vestirti della tua divinità e sedere meco nei cieli”, le aveva scritto, un giorno, il suo “caro clown”. Ma egli non ha fretta. Passeranno altri dieci anni prima che si decida a raggiungerla.

Caro bugiardo si intitola la rappresentazione. Come già fece il Kilty, senz’altro arredamento che uno sfondo di ricchi tendaggi purpurei, è stato realizzato in tono a mezza via fra la lettura rievocativa e la recitazione vera e propria, escludendo le facili e banali suggestioni di tentativi di truccatura realistica, impediti, oltretutto, dalla precipite corsa nel tempo della rievocazione.

Alla varia modulazione dell’istinto della femminilità manifestata da Rina Morelli, con una capricciosa perfidia, una fatuità fantasiosa, una dedizione leale, una commossa nostalgia, in un’inesauribile alternativa d’orgoglio e fragilità, dalla grazia ineguagliabile, ha fatto riscontro il sapido umorismo dalla brusca bizzarria, dall’ispida gentilezza, dalla scaltrezza ingenua, dall’iraconda eccentricità, fuse in uno spinoso ed immusonito pudore armato di sconcertanti sortite sfacciate, impetuosamente espresso da Paolo Stoppa, applaudito a scena aperta dopo la descrizione della cremazione della madre, pagina arditissima e stupenda, d’un umorismo macabro allucinante. Un successone. Senza denunce e senza sequestri, si spera.

Carlo Terron

Ultima modifica il Venerdì, 12 Dicembre 2014 11:33
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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