sabato, 25 marzo, 2017
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Corriere Lombardo, 5 gennaio 1949

E anche la commemorazione del povero Ermete Zacconi è fatta. E’ stata fatta dalle parole di un valoroso e prepotente attore che gli è stato allievo e dalla rappresentazione di un venerando copione che fu uno dei grandi cavalli di battaglia della sua luminosa carriera. L’ovazione che ha interrotto a metà le parole commosse o semplici di Renzo Ricci vuol dire che questo era il modo migliore di ricordarlo. E’ stata, se così si può dire, una commemorazione privata. E forse è meglio così. La commemorazione ufficiale non c’è stata e non ci sarà. Quella l’ha mandata a monte la famiglia. L’Italia teatrale governativa, misteriosa e sovvenzionatrice aveva avuto l’idea di dare l’incarico di un discorso celebrativo e ufficiale, al gran sacerdote della critica drammatica romana.

Da Viareggio, appena conosciuta la notizia, la famiglia fece sapere che era riconoscente del pensiero ma che lasciassero stare. Insomma, in parole gentili, un veto. Uno di più, oggi che sono di moda. Ci si opponeva non tanto alla commemorazione quanto al commemoratore. Colui, dissero, aveva passato tutta la sua vita a dir male di Zacconi e non era il caso che si disturbasse a dirne bene ora che è morto, per assolvere ancora una volta un incarico conferitogli dai vecchi amici di un ministero nuovo. O lui o nessuno, devono aver pensato i nostri supremi reggitori. E così la commemorazione la fece Ricci per conto suo. E la fece bene. Con amore, con riconoscenza, con rispetto, con discrezione, con obbiettiva serenità critica, e con applausi a scena aperta prima che si alzasse il sipario su Pane altrui già nelle vesti e nella truccatura del tremulo Vassili.

La commedia di Ivan Turgheniev ha un secolo di vita – anzi precisamente un secolo più un anno – e lo dimostra. Lo dimostra ma lo porta ancora bene come quei centenari dei quali settimanalmente parlano i giornali che vivono in poltrona con un mucchio di riguardi ma vivono ancora. Passò e passa per un’opera veristica o più esattamente preveristica e di conseguenza rivoluzionaria. Oggi a noi fa l’effetto di una storia pateticamente romantica con una tecnica in qualche punto vagamente impressionistica e certe notazioni sottilmente allusive – quel “parlar d’altro” per intenderci – che diverranno, in seguito, uno dei caratteri distintivi e dei valori originali del teatro russo.

Ciò che nella commedia sopravvive è ancora il suo sottofondo di polemica sociale, più intuita e sofferta che coscientemente voluta e puntualizzata. Ciò che in essa conserva ancora un notevole effetto di commozione e una certa umana verità, più raccontata che drammaticamente esposta, è la figura dell’umiliato e offeso Vassili, il vecchio e mite parassita appartenente alla piccola nobiltà della provincia russa, mantenuto nella casa in una posizione a mezza via tra l’ospite e il domestico e il buffone e che paga il pane altrui a prezzo di ossequio, di umiliazione e di ridicolo fino al giorno in cui, fatto ubriacare per divertimento dai suoi ospiti, si ribella e grida in faccia a tutti che egli è il padre della giovane padrona di casa e se ne va col peso di un rimorso, ma anche con la felicità di aver potuto, una volta almeno, in tutta la vita, stringere fra le braccia la “sua” colomba per dirla alla russa. Una figura che risulta soprattutto una grande parte, ma alla quale manca poco per essere un grande personaggio e dove risalta originale e con accenti assai toccanti non so quale specie di voluttuosità e poesia del masochismo.

Dopo le interpretazioni che hanno fatto epoca dei due Ermete: Novelli e Zacconi, Renzo Ricci ha intelligentemente compreso e umilmente voluto non spezzare una tradizione che sarebbe stata impresa disperata, ma, in certo qual modo, rendere omaggio a dei maestri riportandoci, con quel tanto di personale che era suo diritto e suo dovere, le grandi linee della figurazione famosa di Zacconi. Ciò che, dal punto di vista commemorativo, se non altro aggiunge merito alla sua impresa. Egli ha avuto note di delicatezza, di umiltà, e di pudore – le più belle note di questo valoroso attore, quelle alle quali dovrebbe maggiormente restar fedele – da grande artista. Lo hanno coadiuvato nella serata trascorsa in un’insolita corrispondenza di amorosi sensi fra platea e palcoscenico, la dolce Eva Magni, Giulio Oppi, ameno e sopracolorito, il Sanipoli dalla spicciativa naturalezza, il Piamonti e, più o meno, ma più meno che più, tutti gli altri.

Carlo Terron

Ultima modifica il Mercoledì, 10 Dicembre 2014 10:19
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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