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Tom STOPPARD - Rosencrantz e Guildenstern sono morti

Il Tempo, 20 febbraio 1968

 

In groppa al leone shakespeariano è sempre un pericoloso ma bel cavalcare, chi abbia speroni robusti. Con Rosencrantz e Guildenstern sono morti, questa volta è toccato al suo connazionale Tom Stoppard, giovane ma abile cavaliere. A quanti spettatori non inglesi gli ostici nomi Rosencrantz e Guildenstern dicono qualcosa? Sono i due giovani gentiluomini che fanno una fugace apparizione nell’Amleto, poche battute e via, cancellati, persi, figure alle quali il poeta non ha concesso una vita autonoma e, soprattutto, propria. Strumenti ignari non entità umane definite. Il compito, assegnato loro dal re senza dare spiegazioni, è quello di sorvegliare e sondare Amleto e poi riferire. Quindi, di fargli da scorta in Inghilterrra, latori di una lettera da re a re, della quale “non conoscono il contenuto”. Il contenuto, si sa, era di assassinare il principe dall’incomoda malinconia. Amleto “ha dei sospetti”, trafuga la missiva, sostituisce al suo il nome dei due accompagnatori e la ripone nelle loro tasche, col risultato che saranno essi a rimetterci la pelle e non lui.

Da codesta premessa, la geniale intuizione della sofisticatissima commedia è stata di far rivivere la tragedia di Shakespeare dal punto di vista di quelle due mezze comparse, promosse protagonisti senza, con ciò, cessare di rimaner all’oscuro di ciò che è accaduto, accade e accadrà intorno a loro, sperduti nel buio di un enigma impenetrabile, granelli di polvere coinvolti in un turbine governato dal caos. Personaggi interrogativi alla mercè del caso, nel centro di un impenetrabile mistero, fuori di loro e più grande di loro; dove, da un certo momento in poi, “i conti non tornano più”. Siamo, di conseguenza, nella dimensione dell’assurdo, nell’angoscia esistenziale di chi, se così si può dire, si sente precluso ogni logica e consapevole affermazione esistenziale e avverte, intorno a sé, unicamente vaghi e sinistri presagi di morte. E’ un singolo sgomento metafisico che si dilata a universale metafora dell’esistenza umana: di tutti, ieri come oggi, oggi come domani. Il diciannovenne, poniamo, che, un bel giorno, si vede arrivare una cartolina-precetto; anche lui è stato “convocato”, gli mettono addosso una “divisa”, lo infilano in una tradotta – anche lui la “sua” sconosciuta Inghilterra – e, appena arrivato a destinazione, una pallottola in fronte ed è finito tutto. Perché? Che senso ha? La vita, enigma, ostile.

Così. Voi capite, qui non si tratta più del solito rifacimento, della consueta demistificazione seria o umoristica, in senso umanistico o no: alla Giraudoux, tanto per intenderci; e, manca ancora, della non meno consueta modernizzazione, attualizzazione o quel che accidente volete di due personaggi del passato. Ossia, si tratta anche di questo, ma è secondario. La mira della commedia è in direzione contraria, vale a dire provocare, obbligare lo spettatore contemporaneo a specchiarsi in una condizione eterna e immutabile. Altri nomi son da invocare per l’operazione: Kafka, Pirandello, Beckett. Non però, in un superficiale intervento imitativo esterno, bensì assimilati in profondità.

Mediata al filtro, in controluce del capolavoro che la sovrasta e la condiziona, benché Paolo Oietti abbia fatto miracoli, la commedia è, però, sostanzialmente intraducibile. Nella versione va persa metà del suo sapore e del suo complesso significato e si spiega così il tonfo di Parigi. Per il pubblico inglese è un’altra musica – è il caso di dirlo. L’Amleto esso lo conosce a menadito, l’ha nel sangue come, che so?, noi I promessi sposi. E’ nelle condizioni  ideali per percepire, ad ogni momento, il rapporto dialettico tra i due testi; avvertendo accostamenti, ambiguità, insinuazioni, giochi di parole, doppisensi, ogni minimo riferimento a situazioni marginali e a particolari secondari. Non gli sfugge, soprattutto, l’inconfondibile “suono”, l’impasto armonico della sintassi immaginifica elisabettiana in genere e shakespeariana in particolare, contaminate di slang contemporaneo. Ma un pubblico straniero? E’ come una sinfonia di Beethoven eseguita da una banda, o press’a poco.

E, ciononostante, alla prova del palcoscenico la commedia compensa la nebulosità del proprio discorso di fondo mercè la teatralità di presa immediata che le proviene dal largo intervento dei comici – quelli dell’Amleto – ridotti una banda di osceni prosseneti, immoralisiti, superbi e protervi della loro istrionesca disponibilità spalancata su ogni esperienza sia pura la più degradante, dove la verità coincide con la menzogna, uno, nessuno e centomila.

La compagnia dei quattro, per la regia di Franco Enriquez – scene e costumi di Lele Luzzati, pantomime di Marise Flach – ne ha fatto uno spettacolo provocante, di turgida evidenza antirealistica; una sorta di tetro umorismo sul pedale della disperazione. Valeria Moriconi in calzamaglia maschile e Paolo Ferrari han risolto le difficoltà di due personaggi intercambiabili con intelligenza da vendere; mentre lo straordinario Mario Scaccia ha dato, al capo dei comici, una cialtronesca grandiosità barocca, degna del grande attore che è. Il Virgilio, la Innocenti, il Nuti e gli altri, ottimi tutti.

Carlo Terron

Ultima modifica il Mercoledì, 10 Dicembre 2014 10:12
La Redazione

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