giovedì, 23 marzo, 2017
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Terence RATTIGAN - Il cadetto Winslow

La Notte, 16 ottobre 1971

Non c’è bene senza la possibilità del meglio. Oh, se Il cadetto Winslow, anziché quel bravo, furbo, onesto ed educato artigiano di Terence Rattigan, l’avesse scritto George B. Shaw! Pensate un po’: un semplice ma cocciuto e puntiglioso cittadino inglese, il quale, consapevole e orgoglioso della sua condizione di uomo libero di un libero paese, e forte del buon diritto garantitogli dalla “Magna Carta”, onde venga riparato un piccolo torto usato alla scuola militare al suo bambino – è stato espulso sotto l’accusa di un furtarello non commesso – riesce, per quanto faticosamente, a mettere in moto la pesante macchina della legge, coinvolgendo il Parlamento e trascinando, alla fine, il re in tribunale come imputato, perché giustizia sia resa. Pare che il caso, o qualcosa di analogo, sia veramente accaduto al principio del nostro secolo.

Vedete, si fa capire tra le righe, il vantaggio di essere cittadino del Regno Unito: qualsiasi cosa possa accadergli, l’individuo è sacro ed inviolabile, e, se ha ragione, prima o dopo, riesce  sempre a farsela riconoscere. Non so – penso difficilmente – se nella penna di Shaw, la conclusione sarebbe stata altrettanto ottimistica ed edificante e, sotto sotto, anche abbondantemente cosparsa di nazionalismo. Probabilmente, avremmo visto far le spese del copione una impietosa satira proprio di quella puritana giustizia britannica alla quale, fingendo il contrario, Rattigan eleva un altare. E’ fuori discussione, ad ogni modo, che il sarcasmo dialettico dell’irlandese avrebbe incontrato, nell’argomento della commedia, una delle migliori occasioni della sua movimentata carriera.

Al suo apparire, anno 1946, Il cadetto Winslow, a Londra prima, e subito dopo a New York, vendemmiò trionfalistici ditirambi da parte della critica pronta, e imprudente, nel proclamare l’allor giovane autore poco meno che un messia della ribalta; traduzioni e repliche non si contarono – gli “arrabbiati” erano ancora di là da venire. Oggi, come in parte, del resto, da noi, anche allora, le cose stanno piuttosto diversamente. Venticinque anni si fanno sentire in una commedia non più che abilmente costruita nelle strutture tradizionali; quella tradizione ora presa a pugni, a calci e a sputi in faccia da ogni parte, non esclusi i nove decimi della critica vagabonda che vive nella diuturna angoscia di non figurare mai abbastanza aggiornata, e, di conseguenza, obbligata incessantemente al salto della quaglia, magari dicendo male oggi di ciò di cui ha detto bene ieri, oppure salutando come inedite avanguardie le minestre riscaldate della retroguardia. In Italia, il copione giunse nel 1953, interpretato dallo stesso Ernesto Calindri che l’ha felicemente riproposto ieri sera al San Babila; ed è gia molto che, allora come ora, passate al filtro del disincanto del tempo e del sacrosanto scetticismo nei riguardi della legge e della giustizia casalinghe che funzionano come funzionano, e dalle quali è meglio, in ogni caso, stare alla larga, è già molto, dico, considerato l’odierno tempo di magra, ritrovare, benché inevitabilmente appassite, le qualità di fattura, di discrezione, di proporzione e di garbo alle quali furono presentate le armi diciott’anni fa.

Un copione, insomma, al  si potrebbe persino attribuire un  piccolo impegno civile. Più opera di bravura che di ispirazione, d’accordo, non gli si può, tuttavia, negare il merito di non alzare mai  la voce dando nel demagogico e scoprendo i propri fini edificanti  con eloquenti e didascaliche enunciazioni di principio o tribunizie sparate di proteste. Al contrario, essa nasconde le carte dietro l’umoristica affettuosità di un quadro familiare piccolo-borghese, frequentato da figurette colorite seppur convenzionalmente  individuate, tenendo d’occhio alla lontana, proprio Shaw; ciascuna caratterizzata da una sua eccentricità – in ciò molto inglese --  riserbando, esempio, al padre, uno spassoso accanimento quasi paranoide, comico senza rinunciare a una sua umana persuasività, alla quale l’arguzia di una scrittura appropriata, precisa e spiritosa, resa con scorrevole nitore nella nostra lingua da Gigi Cane, si addicono in modo particolare.

Senza sfoggio di bizzarrie e stravaganze, la rappresentazione, curata da Ernesto Calindri, regista esperto e chiaro, nonché interprete di fine ironia, ha la pulizia,  la compostezza e la buona, educazione, che, sia pure senza voli eccezionali, contraddistingue, quasi sempre, i migliori spettacoli del San Babila. Oltre alla soddisfazione del regista e dell’attore, in quest’occasione Calindri ha avuto, dopo il batticuore, la gioia di tenere a battesimo della ribalta il proprio figlio undicenne, Gabriele, ammirevole per sicurezza, disinvoltura e simpatia. A fargli da madre, in palcoscenico, c’era la cara e brava Lia Zoppelli, acquisto prezioso, dalla recitazione diamantina, tutta spontanea eleganza. Una prova superiore alle sue solite pur sempre così ragionatamente accurate, ha dato Ugo Bologna. Affiatati e precisi gli altri tutti: la Meda, la Centa, il Rocher, il Bondini, il Poiret, la Mari, il Franzi. Minuziosamente realistica la scena e gradevoli i costumi d’epoca a firma di Attilio Melo.

Carlo Terron

Ultima modifica il Mercoledì, 10 Dicembre 2014 10:02
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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