lunedì, 16 ottobre, 2017
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Corriere Lombardo, 10 maggio 1955

Secondo le regole della psicanalisi spiegata al popolo, nella scelta amorosa all’uomo non resterebbero che due alternative contrarie nelle apparenze ma eguali nella sostanza, e cioè: o sceglierebbe il tipo che somigli al massimo alla propria madre,  oppure sceglierebbe il tipo più lontano possibile da lei. L’uno e l’altro caso non sarebbero che la conseguenza del complesso d’Edipo. Il primo come accettazione pura e semplice; il secondo come difesa del medesimo. E se resta scapolo direte voi. Peggio che peggio. Complesso di Edipo fino al collo. E rifiuto di farsi una famiglia per non incorrere, comunque vada, nell’incesto. Altrettanto dicasi nel caso della donna nei riguardi del proprio padre. A rigor di logica i soli a scamparla e a non correre pericoli sarebbero i figli di N.N. e le ragazze bastarde, soprattutto.

Noi non abbiamo alcuna ragione di credere che sir Marco di Saint Neost, visconte di Binfield, fosse stato un figlio di nessuno. Un simile sospetto sarebbe, oltretutto, una grave indelicatezza verso l’aristocrazia inglese e vittoriana per giunta; notoriamente aliena dagli scandali e, di conseguenza, scarsa di corna. Trattandosi di un lord pensiamo che il suo pedigree sia perfettamente in regola e risalga almeno a Riccardo Cuor di Leone, o giù di lì. In altre parole, egli doveva conoscere perfettamente chi fosse stato suo padre. Ma anche ammesso, e non concesso, che, su questo  particolare, potesse sussistere qualche dubbio, egli non avrebbe potuto nutrire incertezze sulla identità della propria madre. Come si spiega allora che lord Binfield smentisca il determinismo edipico e non si sogni nemmeno di cercare una donna che gli ricordi la propria genitrice? Una fortunata eccezione della quale dobbiamo essere grati – ma di essa soltanto --  a Terence Rattigan di cui il pubblico dell’Olimpia ha applaudito ieri sera la più recente commedia: Silvia.

Nella propria compagna, il nostro visconte cerca Silvia, vale a dire la giovinezza, anzi l’adolescenza, la fanciulla cioè di cui si innamorò, la prima volta,  a diciassette anni. Uno dei pochissimi proverbi rimasti ancora validi, in questi tempi di scetticismo spregiudicato, è quello che dice:”Chi cerca trova”. E sir Marco, di Silvie, ne trova parecchie, fin troppe. Per tutta la vita, dai 35 ai 74 anni, non fa che trovare Silvie. Anche quando ormai per certe faccende deve considerarsi fuori servizio ed è costretto a dichiarare forfait, avrebbe un paio di Silvie sottomano. Beato lui. Non tutti possono dirsi egualmente favoriti dalla sorte. Qui non si parla per invidia e so benissimo che i fatti personali sono sempre antipatici, ma non posso fare a meno di riflettere a certe ingiustizie quando penso, per esempio, che io cerco una Francesca da quindici anni e non sono ancora riuscito a rinvenirla.

Partecipe di un matrimonio che, se non lo fa gridare dalla felicità ad ogni levar del sole, lo conserva in un corroborante stato di tranquillità domestica, diplomatico di professione e scultore dilettante – non fa che modellare a memoria sempre lo stesso busto femminile, notoriamente quello di Silvia – un bel giorno il nostro eroe incontra per caso una fanciulla; la prima della serie del tipo Silvia. E comincia, da quel momento, la sua seconda vita. Uomo correttissimo, carico di self-control, nell’esistenza familiare e nei rapporti sociali, e professionali, come lord Binfield, egli è un gaudente alacre ed inesausto e un sovvenzionamento prodigo di ragazze facili nel segreto della sua garconnière sotto il nome di battaglia di un oscuro mister Wright. Vita a doppio binario.

Vi parrà strano, anzi – mi correggo – vi parrà naturalissimo trattandosi della professione di diplomatico, come, ad onta di tutto il tempo che perde dietro alle Silvie e di tutte le energie che sperpera negli sport erotici, a loro connessi, egli possa fare una così facile e luminosa carriera quale rappresentante di S.M. britannica. Attaché, console, ambasciatore; da La Paz a Bruxelles, da Bruxelles a Parigi; non ci meraviglieremmo dopo il ritiro di Churchill dalla vita politica, di vederlo, un giorno o l’altro, primo ministro. Passano gli anni, trascorrono le guerre, nascono prosperano e tramontano i partiti, le rivoluzioni cambiano faccia alle nazioni, si susseguono le generazioni; il biondo dei capelli diventa grigio, il grigio diventa bianco, il bianco si ritira con l’avanzare implacabile della calvizie; i reumatismi fanno da battistrada all’artrite; i denti si cariano, disertano le gengive e lasciano il posto alla dentiera; la placida dinamite ha ceduto di fronte al tritolo, il tritolo ha dovuto arrendersi alla bomba H; guerre fredde e guerre calde regolano la temperatura del nostro pianeta; soltanto il Visconte di Saint Neost, con la sua doppia esistenza, come l’onorevole Scelba col quadripratito, è persuaso di aver scoperto la formula ideale e che tutto debba rimanere immutabile nel migliore dei mondi possibili. Egli ha sempre la sua Silvia di turno al fianco persuaso che c’è già la successiva che aspetta.

Naturalmente la sua è una candida illusione. Consorte, figlio, amici, colleghi e perfino le sue amiche di servizio sanno e hanno sempre saputo tutto: la sua vera identità, le sue abitudini, le sue scappate; fin dal principio. E il ministro degli Esteri lo sa? Abbiamo ragioni di credere che lui e l’Intelligence Service siano gli unici a ignorare tutto. Altrimenti una volta o l’altra l’avrebbero destituito. Finalmente dopo essersi per tanti anni benevolmente prestati al gioco, quando, all’ultimo atto, egli ha 74 anni, interviene sua moglie a dirgli, dolce e comprensiva, che è venuto il momento di smetterla e l’ora della giovinezza è ormai finita.

L’umorismo degli inglesi ha la facoltà di rendere originale la banalità e la loro discrezione ha il buon gusto di non forzare i confini che la materia impone, anche – e soprattutto – quando, come in questo caso, essi sono piuttosto angusti. Rattigan si guarda bene dallo speculare sulle scarse possibilità offerte da quel po’ di patetica poesia insita nella sua blanda trovata. Vi rinuncia addirittura. Lo spunto delle care illusioni che ancorano il protagonista della commedia al bisogno di restaurare intorno a sé, vita natural durante, l’incanto giovanile del primo amore, gli serve esclusivamente per riflettere, in un dialogo spiritoso ed elegante, seppure scarso di estri e alquanto effuso in un gioco di variazioni non originale, dello stesso motivo e della stessa situazione, il quadro divertente ma generico e convenzionale di una società altrettanto convenzionale e generica, benevolmente osservata con ironia priva di unghie. Il solito, insomma.

La regia di Ernesto Calindri ha conferito allo spettacolo, che è lepido e divertente, una finezza galante e una caricaturale malizia. Da Franco Volpi umoristico protagonista, a Lia Zoppelli mutevole e cangiante nelle successive incarnazioni di Silvia, al capocomico ricco di estri e di ironie, alla limpida e aristrocratica Mercedes Brignone, all’esuberante Masiero, al compassato Pierantoni, all’accorto Valli, allo spassoso Pandolfini, alla Mari, alla Sorlisi, al Muresti, ognuno ha recitato con l’affiatamento, la misura e l’eleganza a cui ci hanno abituati dagli anni, e non sono pochi, che dura questa bella, simpatica e fortunata compagnia. Abbiamo voluto nominarli tutti perché questa è l’ultima commedia che essi reciteranno insieme. Dopo, la compagnia si scioglierà, avendo i suoi maggiori esponenti abdicato di fronte alle lusinghe – e agli stipendi! – della rivista. Ciò è molto malinconico ed anche, me lo permettano, forse poco accorto.

Carlo Terron

Ultima modifica il Mercoledì, 10 Dicembre 2014 09:59
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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