venerdì, 15 dicembre, 2017
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Corriere Lombardo, 25 giugno 1954

Eccoci dunque qui, anche quest’anno, a spremere la consueta colonnina in favore dell’ Estate della prosa, intesa, come è noto, ad assicurare almeno a una delle cento città d’Italia, una parvenza di continuità dell’attività teatrale coprendo, per così dire il periodo di saldatura fra luglio e settembre. (Mi accorgo in questo momento della totale inopportunità del precedente discorso con ben cinque palcoscenici milanesi attualmente dediti ai riti di Talia. Ma abbiate pazienza, non ho voglia di ricominciare tutto da capo. E del resto non saprei come entrare in argomento. Gridiamo tutti insieme: “Viva Milano, zattera di salvataggio del naufragante teatro italiano” e passiamo disinvoltamente oltre).

L’esordio è avvenuto ieri sera al teatro Manzoni con una commedia nuova di genere piuttosto… estivo, dal titolo accortamente solleticante: Oh, amante mia al quale, tanto per non sembrare avari, se non avete nulla in contrario io aggiungerei anche un eloquente punto esclamativo. Generosità per generosità, giacché ci siamo… E’ la terza commedia dell’inglese Terence Rattigan apparsa sui nostri palcoscenici nello spazio di due stagioni. E non è la migliore delle tre, anche se minaccia di aver di esse maggior successo per la gentilezza accattivante con cui tocca certe corde del sentimento, sotto specie umoristica, e la discrezione, non priva di eleganza, onde manda rivestita la mediocrità e la banalità del suo convenzionale tessuto. Insomma, avete compreso, è una sciocchezza; ma una sciocchezza garbata e piacevole. Essa ha avuto due mesi di repliche a Roma e non esiste ragione che non faccia almeno due settimane di esauriti a Milano.

Visto che non si può fare altrimenti, adesso ve la racconto. Bisogna tornare indietro di qualche anno; a Londra durante la guerra e subito dopo. Una rispettabile signora di cui mi sfugge il nome, che non confessa gli anni ma non ne dimostra più di quaranta e conserva un aspetto oltremodo attraente e un temperamento estremamente simpatico come la nostra cara amica Margherita Bagni che la interpreta tanto bene, è rimasta vedova di un modesto medico il quale non le ha lasciato certo da scialare. Non saprei dirvi né come né quando, essa, un giorno, ha conosciuto il ministro degli Armamenti del governo inglese. Voi conoscete il tipo. Aristocratico, con le tempie argentate, galantemente scettico, signorilmente controllato, fornito di quella dose non eccessiva ma sufficiente di humor indispensabile a farsi apprezzare in società, liberalmente conservatore: tipo un po’ ancien régime e con un numero imprecisato ma ragguardevole di tenute e castelli sparsi sulla mappa catastale della Gran Bretagna. Per non farla troppo lunga, pensate a Luigi Cimara più Cimara e più delizioso che mai, addirittura insuperabile interprete di questi personaggi che hanno l’anima in frac e il cuore in guanti bianchi. Un particolare: egli vive da anni consensualmente separato dalla moglie, per colpa della moglie. Lei vedova, lui solo… Appunto. Margherita Bagni è andata a vivere, more uxorio, con Luigi Cimara. La loro è un’unione ideale; discreta, riservata, ma con le radici affondate in un sentimento profondo. Se fosse libero egli l’avrebbe già sposata.

I guai cominciano quando – sotto le spoglie di Franco Pastorino specialista da dieci anni almeno in adolescenti inquieti che dànno dispiaceri e preoccupazioni ai genitori – rimpatria dal Canadà il figlio della vedova e del defunto marito delle vedova. Diciassett’anni e mezzo, idee rivoluzionarie e antimilitaristiche per la testa, una suscettibile fierezza, un radicato culto paterno e un geloso amore per mammà. E per giunta all’oscuro di tutto.

L’inconciliabilità, anzi l’antipatia, verso colui che dovrebbe diventare il suo secondo padre sono irreducibili. La vedova è costretta a scegliere fra l’amore e la maternità. E sceglie la maternità, che diamine!, riducendosi a vivere col figlio in povertà sua lieta. Capite anche voi che sarebbe una crudeltà imperdonabile lasciare le cose con due cuori, magari un po’ appassitelli ma, senza possibilità di dubbio, fatti l’uno per l’altro. E infatti, al terz’atto, pronube alcune esperienze sentimentali accompagnate da qualche rettifica sociale compiute dal giovanotto, e le dimissioni dal dicastero dei carri armati con l’aggiunta del divorzio dalla moglie, decise dal ministro, i due avversari si fanno per così dire incontro, e tutto finirà per il meglio. I registri dello stato civile di Londra potranno arricchirsi di una nuova famigliola.

La commedia, esemplarmente recitata dai tre soprascritti, e dalla Cerliani e la Bartolucci, è fornita di un dialogo agile al servizio di una pateticità noncurante acquattata in una comicità restia. Ma la sua maggior risorsa, vera e propria arma segreta, è di natura ottimistica, illusoria e consolante. Se mai taluno nutrisse qualche dubbio, esso conferma a pieni voti, contro le delusioni coniugali, le pene sentimentali, le preoccupazioni familiari e le difficoltà economiche dovute all’inflazione di guerra, che non è mai tardi per essere felici, e soprattutto che “la vita comincia a quarant’anni”; e anche oltre. Considerata l’età media del pubblico che affolla i teatri, successo sicuro. E l’ha avuto.

Carlo Terron

Ultima modifica il Mercoledì, 10 Dicembre 2014 09:56
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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