sabato, 25 novembre, 2017
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Elmer RICE - Sogno ad occhi aperti

Corriere Lombardo, 9 gennaio 1951

E’ dunque giunta ieri sera anche l’eroina standard incaricata di fornire alla ragazza americana tipo medioborghese, di buona famiglia, senza tare biologiche, morali e giudiziarie negli ascendenti, il modello omnibus contenente l’elenco completo dei sogni, delle aspirazioni, delle delusioni, delle ambizioni, degli accomodamenti, degli scambi sentimentali e delle pratiche sui registri dello stato civile, ai quali le è consentito abbandonarsi dal momento che si rende economicamente indipendente fino a quando si decide a distendersi parallelamente presso un robusto coetaneo dell’altro sesso su un letto matrimoniale.

Cosa sono capaci di fare per il bene dei propri simili, questi alacri amici nostri! Nella loro idea-Upim dell’universo non paghi di aver messo in iscatola a un prezzo accessibile a tutte le borse ogni bisogno materiale dell’uomo, sono passati con altrettanta disinvolta e ottimistica lena alla produzione in serie dello… scatolame ideale per l’igienica minestra a prezzo fisso delle anime bennate.

Vi presento Georgina Allerton, figlia di benestanti ma onesti genitori. Anamnesi: età ventiquattro anni, salute ottima; caratteristiche biofisiche: non digerisce la pastasciutta e possiede un neo in qualche parte non precisata della superficie corporea, generalmente coperta. Temperamento romantico ma con molto buon senso come una sigaretta denicotinizzata quanto, e non di più, è consentito a una brava figliola nata e domiciliata nello Stato di New York. Ha fatto gli studi secondari, forse possiede anche una laurea, ma il particolare m’è sfuggito. Ad ogni modo, se la possiede non può trattarsi che di una laurea in lettere. In compenso, conosce e parla discretamente lo spagnolo. Professione: libraia, in società con un’altra zitella del suo tipo. Ciò risponde probabilmente a un bisogno di compensazione della sua niente affatto corrisposta vocazione a fare la romanziera narrando piavolate grondanti di ideali infranti, di amori contrastati e di evasioni esotiche. Pazienza, niente di irreparabile; capita anche a non essere cittadini americani. Segni particolari: conosce approssimativamnete e ingenuamente la psicanalisi ed ha il pavor virginitatis. Storia clinica: essa è innamorata o, almeno, crede di essere innamorata, del proprio cognato consorte di una sua sorella fortunatamente priva di complicazioni e che lo disprezza come sognatore, impratico, sentimentale, improduttivo, negato al successo economico e disoccupato: tutte le qualità, o i difetti, appunto, che lo rendono l’uomo ideale per la Georgina.

Intorno a lei però volteggiano altri due uomini, un commerciante spicciativo, spendereccio e gaudente del quale non mi ricordo il nome; e Clark, giovanotto robusto, franco, pratico e brutaluccio, coi piedi ben piantati su questa terra, che sa ciò che vuole e considera tutto quanto non viene impiegato a tale scopo come una vergognosa malattia della quale bisogna far presto a guarire, tanto è vero che, quando si accorge che la critica letteraria rende meno della cronaca sportiva la pianta di analizzare i libri di Hemingway e si dedica a recensire Joe Louis. Vi prego di far mente locale a questo Clark; voi sospettate già il perché. Dunque, riassumendo: il cognato l’ideale; il commerciante i sensi e cose simili; e Clark la realtà. Non occorre aver fatto un viaggio in America per prevedere come andrà a finire.

Ma prima di finire dove deve finire, Georgetta ha bisogno di sognare. La commedia è stata scritta per questo. Mi pare di avere psicanaliticamente compreso che Georgetta si abbandona a una scorpacciata di oniriche fantasie allo stato di veglia per scaricarsi dei suoi conflitti interni e far defluire in qualche modo la libido, così mal sublimata nei regni di strampalate e irrealizzabili aspirazioni verso più normali concreti e fisiologici impieghi. Si tratta, come vedete, di un igienico trattamento terapeutico e dunque lasciamola fare. Ognuno si scarica come può.

Quanto più piatta, meschina e umiliante è la realtà, tanto più sintuose e orgogliose sono le sue fantasticherie. Ogni due o tre minuti si spegne la luce e Georgina sogna. Sogna il successo letterario quando il suo romanzo viene respinto dall’editore; sogna la ricchezza ottenuta per eredità, previa morte della madre, quando gli affari vanno male in libreria; sogna di sgravarsi di due gemelli appena sua sorella annuncia che presto sarà madre; sogna spagnoleschi fandanghi fra le braccia di caballeros affascinanti mentre sta desertamente ballando uno slow; sogna di essere una grande e acclamatissima attrice shakespeariana del genere di Edda Albertini, mentre è costretta a far da spettatrice a teatro, e così via.

E quando avrà sognato tutto, il giovane Clark, che s’era fatto odiare in senso psicanalitico, vale a dire, in sostanza, amare e temere per averle brutalmente spifferato la propria opinione sul suo romanzo, la persuade che “ non conta vincere nei sogni, ma è necessario vincere sul piano della realtà accettandola e godendola per quella che è”. La montagna ha finalmente partorito il solito topolino; i due si sposano, si infilano sotto le coperte e la luce può spegnersi per l’ultima volta rassicurandoci che l’America ha recuperato due ottimi e disciplinati cittadini; e se, da una parte, deve rassegnarsi a un critico letterario e ad una scrittrice di meno, dall’altra può sempre contare su un bombardiere e su una ausiliaria di più da inviare in Europa nella prossima guerra; ciò che, dal punto di vista di Truman, è un cambio vantaggioso.

Raccontata normalmente e ragionevolmente senza cambiare di continuo le carte in mano, questa semplice biografia avrebbe, al più, potuto dar luogo a un mediocre romanzetto borghese roseopensieroso, del genere letteratura sentimentale, adatto a quella benemerita categoria di lettrici ingiustamente calunniate che sono le dattilografe. La commedia dell’abile signor Elmae Rice che porta il titolo Sogno ad occhi apertiDream Girl nell’originale – ieri felicemente presentata in grande serata mondana al Manzoni, dalla nuova compagnia di Vivi Gioi e Luigi Cimara, si incivetta invece di molte pretenziose gale e riesce a darla ad intendere in virtù di quella presunta novità tecnica con la quale il teatro americano di questi anni crede di attribuirsi una originalità tutta dall’esterno, senza essere suggerita da alcuna vera necessità poetica, come accade sempre in Thornton Wilder e qualche rara volta anche in Tennessee Williams. E tuttavia, evasi gli impegni del teatro e trascurato l’appoggio unico valevole della parola, il suo ritmo narratvo cinematografico o televisivo, come meglio volete, riesce a sorprendere e a galvanizzare pittorescamente lo spettacolo anche se, alla lunga, si rivela ingenuo, semplicistico e monotono. In ultima analisi, tutto l’attivo della pretenziosa e inutilmente complicata macchinetta si riduce a una modesta ma cordiale ed elegante petulanza dialogica che segue con affettuosa puntualità i contorni del limitato e già frequentato periplo della commedia.

Con una geniale e quanto mai opportuna virata verso il tono di una insinuante ironia e di una arguta caricatura l’americano Morton da Costa, che ha magistralmente governato e impresso uno stile rigorosamente unitario all’esecuzione, ha fatto apparire la commedia assai più intelligente, sottile e significante che in realtà non sia ed ha contribuito in maniera preminente al fervido successo. Egli ha fatto recitare alla perfezione la numerosa compagnia, sotto il controllo di una regia di un gusto, una precisione, una misura e un divertimento come raramente mi è stato dato di ammirare. Ma la serata offriva altre due sorprese: la magnifica interpretazione  di Vivi Gioi che ha dato alla protagonista una seriosa sufficienza e un’ingenua infatuazione adorabilmente comica e gentilmente commovente; e la conoscenza del giovane attore Gabriele Ferzetti che, presentandosi per la prima volta al pubblico milanese, non è apparso già una semplice promessa, ma un attore completo, originale e di ricca espressività. Un nuovo volto e una nuova personalità, e Dio solo sa quanto il nostro teatro ne abbia bisogno. Luigi Cimara ha deposto il biglietto da visita della sua alta classe in una breve parte; Margherita Bagni e il Mastrantoni hanno composto una coppia di genitori efficace ed elegante; Paolo Ferrari s’è imposto con semplice e persuasivo calore; e con raffinata eleganza hanno recitato la Bonfigli, la Ninchi e tutti gli altri. Ma niente, dalle festose scene agli ingegnosi giochi di palcoscenico, fino ai minimi particolari, è stato inferiore alla insolita qualità onde lo spettacolo si adorna.

Carlo Terron

Ultima modifica il Martedì, 09 Dicembre 2014 17:42
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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