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Conversazione con Leoluca Orlando, Sindaco di Palermo e Francesco Giambrone, Sovrintendente del Teatro Massimo. - di Violante Valenti

Leoluca Orlando, Sindaco di Palermo e Francesco Giambrone, Sovrintendente del Teatro Massimo Leoluca Orlando, Sindaco di Palermo e Francesco Giambrone, Sovrintendente del Teatro Massimo Foto Alessandro Valenti

Il TEATRO MASSIMO E PALERMO: LA NUOVA STAGIONE DI UN TEATRO "APERTO", TRA "RADICI" E "ALI"...

Mercoledi, 17 settembre 2014

Dalla crisi alla rinascita, nella progettualità sempre fervida e vivificante di due uomini che hanno dato a Palermo e al suo Teatro Lirico contributi significativi di crescita culturale aperta a dimensioni europee. Coniugare tradizioni culturali e "radici" con l'esigenza di una nuova prospettiva di apertura, in uno slancio non autoreferenziale, per uscire dal tunnel dell'immobilismo dettato dalla crisi economica e culturale. Francesco Giambrone e Leoluca Orlando raccontano a Sipario il loro progetto appassionato e concreto sul rapporto tra Palermo e il suo Teatro Lirico, un rapporto da ricostruire con slancio, apertura e fiducia in una nuova stagione di rinascita culturale che coniuga la qualità programmatica alla necessità di riconnettere l'appartenenza reciproca del teatro alla comunità e al territorio.

D. Tre sollecitazioni al Sovrintendente Giambrone: la necessità di incremento del pubblico, la presenza viva dell'Ente nel territorio, il Teatro Massimo e l'Europa. 

R. Sono cose centrali e interconnesse e non c'e una grande separazione, soprattutto fra le prime due. Il tema dell'incremento del pubblico e del rapporto con il territorio sono strettamente legati. Sono convinto che questo teatro, nel tempo, abbia perduto una cosa importante: il rapporto con la città, il rapporto con il contesto e con il territorio nel quale opera. Questa è, secondo me, la ragione per la quale il teatro ha perduto pubblico, perché si è sganciato dal territorio. Il territorio non lo ha riconosciuto più come un luogo di incontro della comunità, così come pensiamo che un teatro debba essere. Sì, è un luogo dove si va per divertirsi, dove si passa qualche ora ridendo, piangendo, comunque con una sollecitazione di emozioni e di passioni, però è un luogo in cui la comunità si riconosce. Lo dicevano quelli che hanno fatto questo mestiere molto meglio e molto prima di me. Lo diceva Giorgio Strehler, lo diceva Paolo Grassi. Questo è il teatro. Allora, se un teatro perde pubblico e il Teatro Massimo, purtroppo, lo ha perduto (negli ultimi dieci anni ha quasi dimezzato gli abbonati ed è un dato preoccupante, perché gli abbonati sono il pubblico fidelizzato, sono lo zoccolo duro che in un teatro d'opera è difficile perdere), vuol dire che è venuto meno il rapporto con la comunità di riferimento e quindi con il territorio. Allora, il primo investimento, secondo me, è quello di operare, intanto, in modo che il teatro venga di nuovo riconosciuto come il luogo di aggregazione di questa comunità. Poi è chiaro che il teatro è molto di più. E' chiaro che comprende una grande fondazione lirica, un grande teatro d'opera nell'ambito della grande tradizione italiana, ed è evidentemente un luogo internazionale, in senso lato, e con una grande proiezione e apertura verso l'Europa. Però da qui si parte: da una riconoscibilità da parte della comunità. 

D. Il Teatro Massimo e la città. Come ricostruire concretamente questo rapporto?

R. Ci sono piccoli e grandi gesti, secondo me, che servono a raggiungere questo obiettivo. Io ne penso, intanto, uno piccolo (perché le cose piccole sono quelle che poi danno vita ai grandi cambiamenti- poi dirò anche quelli che ritengo siano i grandi-): penso che il teatro, per essere riconosciuto e riconoscibile dalla comunità, debba essere "aperto", e il Teatro Massimo ha una posizione formidabile, strategica, rispetto al tessuto urbano della città, perché è un luogo dove, comunque, la città passa costantemente (non è un caso che il teatro è stato, quando era chiuso, la più grande ferita nella storia recente della vita della città e poi, con l'apertura, segno di riscatto). Qui, più che altrove, il teatro deve essere "aperto" e io ho fatto un gesto piccolo, ma fortemente simbolico, che continuo a ripetere, perché credo sia una delle "chiavi": ho aperto la cancellata. Il Teatro è monumentale, è spettacolare nel tessuto urbano, ha una scalinata bellissima, che è parte essenziale di come si pone nei confronti della città, e questa scalinata era ostruita da un cancello. Io ho aperto il cancello. Questa cosa può sembrare che riguardi solo il monumento. E' evidente che se io passo e vedo una cancellata chiusa, penso che il monumento sia chiuso e quindi il teatro sia chiuso, se passo e vedo la cancellata aperta comincio a fruirne, comincio a fruire della scalinata. Ripenso sempre alla mia grande gioia quando nel 2002 riportai Claudio Abbado a Palermo per il concerto del primo maggio. Era venuto a riaprire il teatro nel 1997 e ritornò nel 2002. Non fui io a invitarlo, fu lui ad autoinvitarsi, a scegliere Palermo e il Teatro Massimo. Lo andai a prendere a Mondello, dove amava soggiornare, e andammo verso il teatro. Mi disse: "fammi passare davanti al teatro". Voleva vedere e godere di questa meraviglia. E nel 2002 la cancellata era aperta e la scalinata era piena di ragazzi che sostavano a parlare , a giocare, a guardare. E io ricordo la meraviglia e la gioia di Claudio Abbado che vide questa scena. Mi disse: "Francesco, ma che bellezza...tutti questi giovani sulla scalinata!"Questa cosa non l'ho più dimenticata, perché, comunque, quei ragazzi che sostavano sulla scalinata e che magari non entravano in teatro, ne riconoscevano il luogo fisico come luogo di aggregazione per loro.
Quando sono ritornato in teatro ho detto: apritela...perché è chiusa la cancellata? Hanno fatto di tutto per dissuadermi. Sporcheranno? Puliremo. Qualcuno salirà a cavallo di un leone a rischio di cadere e farsi male? Prenderemo una maschera per impedire che qualcuno salga sul leone. Abbiamo aperto la cancellata. La piazza è pedonale. La scalinata è piena. Sai che cosa è successo con le visite guidate? Erano ottanta al giorno. Abbiamo toccato punte di quattrocentocinquanta il giorno di ferragosto. Ci sono più turisti? No. C'è un nuovo teatro? No. Che cosa è cambiato? Quel cancello è aperto. Allora, questo è un piccolo gesto che però dà un segno preciso: il teatro vuole essere un luogo "aperto". Dopodichè è evidente che il teatro, però, è un luogo che ha dei contenuti e allora l'altra iniziativa più consistente che annuncio in anteprima è che il teatro dal 5 dicembre al 6 gennaio sarà aperto tutti i giorni con attività non tutte da sala grande, utilizzando tutti gli spazi, in modo che ci sia costantemente un flusso di gente e di pubblico che viva la vita del teatro e che la viva costantemente nella produzione teatrale, esattamente come un teatro deve fare. Nella mattinata di oggi, giorno di una prima ("La Fille du régiment", n.d.r. ), c'è stata la rappresentazione di "Tancredi e Clorinda" di Mimmo Cuticchio, con la nostra orchestra, che si replicherà nel pomeriggio, poi stasera la prima e ieri mattina è arrivata la compagnia che ha cominciato a provare la prossima opera. Il teatro è una grande fabbrica che non si ferma mai e ha pubblico che arriva per mille ragioni... se ci si va adesso, oltre a tutto il resto, ci sono le visite guidate. Accanto a queste cose, che servono alla ricostruzione della riconoscibilità dell'istituzione oltre che del luogo, l'altro fatto è che chi ha l'onere di guidare una istituzione culturale deve pensare a un progetto pluriennale. Io ho un mandato di cinque anni e ho il dovere di raccontare al pubblico un progetto proiettato nei prossimi cinque anni e condividerlo. E quando un progetto lo hai condiviso puoi fare le cose più difficili e il pubblico arriva, perché sa che si sta facendo insieme un pezzo di strada. Io penso che il teatro ha senso se tu entri in un modo ed esci in un altro. Se il teatro non ti dà nulla non serve, costa troppo, è meglio chiudere. Se si elimina questa funzione pedagogica del teatro, nel senso alto, che è culturale e sociale, non c'è alcuna ragione perché lo stato o il sindaco diano tanti soldi. Meglio chiudere. Se c'è una utilità per la collettività, allora fai un pezzo di strada, perché una stagione è come un cammino che io ti propongo, lo accetti, e questo cammino lo fai con me. Condivideremo o ci scontreremo, ma io ti racconto una storia e tu la racconti con me... Alla fine il mio pubblico dovrà essere un po' diverso da come è entrato. E il teatro dovrà essere diverso. Perché ci deve essere uno scambio. Quando il Teatro fa questa operazione la comunità lo riconosce. Ho fatto stagioni, in passato, in cui c'erano un "Rigoletto" e una "Lulù" formidabili. Si potrebbe pensare che il successo maggiore lo abbia avuto "Rigoletto" e invece lo ha avuto "Lulù", che inaugurava l'"anno verdiano". Noi, rispetto a questo, sembravamo controcorrente, ma non lo eravamo: stavamo seguendo il nostro cammino. La nostra comunità stava seguendo un cammino che prevedeva che la cosa più importante, per quell'anno, non era l'"anno verdiano"(perché ogni anno dovrebbe essere l'"anno verdiano" e, in quel contesto, l'opera mai eseguita di Verdi ho deciso di non farla). Ho scelto la "Lulù", che non era mai andata in scena in Sicilia, e l'ho fatta perché ero partito all'inizio di quel " viaggio" dicendo: questo è un teatro formidabile che ha una bellissima storia, però ha dei buchi di conoscenze e noi colmeremo insieme questi vuoti. Individuiamone uno: il Novecento storico centro-europeo. Era questo il senso del "viaggio" e la gente ha capito che non avevamo bisogno di Verdi. Ma se intorno alle scelte non si fa un ragionamento la gente non verrà.

D. Quali le questioni su cui andrebbe sollecitata l'attenzione del ministro Franceschini, a cominciare, per esempio, dalle esigenze di riforma di statuti e regolamenti, fino alle problematiche legate alla necessità di garantire finanziariamente continuità programmatica ai teatri?

R. Alcune cose sono state fatte. Lo Statuto lo abbiamo già cambiato, sulla base della Riforma. Però posso dire due cose. La prima. Voglio credere a Franceschini quando dice che il Ministero della Cultura è il Ministero economicamente più importante. Sono convinto che lo dice sinceramente e che vuole realizzare il programma di Renzi di riportare il bilancio della cultura al 2%. Ci accontentiamo, per ora, anche dell'1%. Però facciamolo. Si porti il bilancio all'1%. Però, quello 0,2% è mortificante per un Paese come l'Italia. Sono convinto che il Ministro ci crede davvero e anche il premier, che ho conosciuto come presidente del Maggio Musicale Fiorentino e come sindaco di Firenze, e so che è una persona che dice le cose quando ci crede. Loro sanno che questo Paese non recupera, non si rialza, se non investe in cultura, in ricerca, in formazione. E' bello che il premier sia venuto in Sicilia a inaugurare l'anno scolastico, perché ha dato un segnale al mondo della scuola. E ha dato un segnale a un territorio martoriato, contro la criminalità e l'illegalità.
La seconda. Adesso che sono rientrato in questo mondo del teatro, dopo quattro anni di assenza, ho trovato strana una cosa: come vengono premiati i teatri virtuosi. Che i teatri virtuosi vengano premiati va benissimo. Che i teatri non virtuosi vengano penalizzati o meglio aiutati, in questo momento, a diventare virtuosi ci sta. Ma uno dei premi previsti per i teatri virtuosi è la comunicazione con un anticipo triennale del finanziamento. Questo non è un premio, questa è la normalità. Posso dire che questo è più utile dirlo a chi non è virtuoso? Se si vuole veramente aiutare qualcuno a diventare virtuoso bisogna dargli certezze. Bisogna farlo uscire dall'incertezza. Perché io, come tutti, devo programmare il 2019 (perché ho un mandato fino al 2019) e se voglio direttori e cantanti importanti li devo bloccare adesso. Quindi blocco, comincio a impegnare spese, senza sapere quanto avrò. Potrò diventare virtuoso se avrò certezze finanziarie. E' paradossale che si premino i virtuosi dando loro certezze. Piuttosto vanno incentivati i non virtuosi con le certezze. Se, conoscendo il budget, non avrò gestito bene allora mi si potrà dire di non essere stato virtuoso.
L'esempio clamoroso è il 2008: l'anno che ha inginocchiato tutti i teatri . Il ministro Rutelli aveva incrementato il FUS. Questo incremento era scritto nella Legge Finanziaria. Cade il governo e il nuovo governo Berlusconi taglia il FUS nel mese di luglio, a programmazione già fatta. Si può dire che i teatri che andarono in deficit nel 2008 non erano virtuosi? Non lo può dire nessuno. Questi teatri avranno pure avuto mille difetti, mille vizi, mille privilegi..., ma se a luglio mi si cambiano le regole sulle quali ho fondato correttamente il mio operato, avendo messo in bilancio una cifra presa dalla Legge Finanziaria, e mi cambi la cifra, io non posso chiudere a pareggio tranne che in un solo caso: cancellando tutto. La prima richiesta è, dunque, certezza. E' sbagliato, in prima istanza, chiedere più soldi. La richiesta è: dateci certezza.

D. Al sindaco Orlando, in procinto di raggiungere Amsterdam per la fondazione del Global Parliament of Mayors, chiediamo di indicarci i segnali di svolta che caratterizzeranno questa nuova fase del Teatro Massimo nel rapporto con la vita della città

R. Sono il sindaco e l'anima del teatro la esprime il Sovrintendente. Ho in qualche modo il compito e il dovere di collegare il teatro alla città, di coglierne i punti di contatto, gli stimoli pedagogici che possono giungere dal Teatro Massimo alla città.
Intanto, la prima cosa che mi sembra vada sottolineata è questa: il Massimo è la bandiera di Palermo. Non mi risulta che al mondo esista una città che abbia come simbolo un teatro lirico. Non credo che si possa dire che il Metropolitan sia il simbolo di New York. Non credo che l'Opéra di Parigi sia il simbolo di Parigi o la Staatsoper di Vienna il simbolo di Vienna. La stessa Philharmonie non è il simbolo di Berlino. Una istituzione musicale e lirica simbolo della città è una particolarità palermitana. Quello che accade al Massimo contagia la città e quello che accade alla città contagia il Massimo. C'è una sorta di contaminazione genetica tra il Massimo e la città. Tutto questo porta a dire oggi che cosa significa la presenza del nuovo Sovrintendente e questa nuova stagione (non quella annuale) che si apre. Significa quello che significa l'attuale momento della vita culturale della città. Siamo in una seconda fase, e anche il Massimo vive una seconda fase. Ne ha avuta una prima che si deve al lavoro egregio del prefetto Fabio Carapezza che ha sostanzialmente introdotto elementi di ordine a una gestione disordinata, che aveva consiglieri di amministrazione abusivi, che aveva una condizione finanziaria tuttora pesante, nonostante l'azione di risanamento fatta dal commissario-prefetto, che aveva una situazione tale che a me, appena eletto sindaco, sull'onda del grande successo, è sembrato fosse un dovere chiedere, insistere, pretendere, costringere il ministro al commissariamento. Io ho chiesto che il Teatro fosse commissariato. Oggi c'è la seconda fase, che è la fase del dopo commissariamento, che assomiglia, in qualche modo, al momento che vive l'Amministrazione Comunale, che per due anni ha vissuto nel rischio del fallimento, del dissesto, del default e che oggi è tra le grandi città a Sud d'Europa, Roma compresa, che ha il bilancio più in ordine. Non ha un euro di anticipazione di cassa, non ha problemi di equilibrio finanziario. Ha tutte le cinque aziende, due delle quali erano già fallite, che sono ormai in equilibrio finanziario. Quindi, sostanzialmente, siamo all'uscita dal tunnel. Credo che dal punto di vista economico e finanziario anche la fondazione sia all'uscita dal tunnel, anche se non si è ancora del tutto fuori. Però oggi credo che ci sia l'esigenza per la città e per la Fondazione Massimo, in questa straordinaria sintonia, di vivere la dimensione del progetto, secondo lo spirito che caratterizza la progettualità della città, coniugando "radici" e "ali", cioè la nostra identità con la dimensione mondiale. Il vero problema di questa città, di questa regione, di questo Paese, è di trasformare l'orgoglio di identità in una ragione di soffocamento. E allora io credo che noi abbiamo il diritto-dovere di essere orgogliosi di quello che siamo, ma se esageriamo rischiamo di morire soffocati da noi stessi. E quali possono essere considerati tra i fenomeni più negativi di questa città se non la perversione dell'identità, l'autoreferenzialità e il ritenersi l'ombelico del mondo. Ma pensandoci tali forse abbiamo scoperto di essere rimasti fuori dal mondo. Non è un caso che questa nostra conversazione si fa alla vigilia della mia partenza per Amsterdam dove si darà vita, insieme al sindaco di Amsterdam, al Parlamento Mondiale dei Sindaci(Global Parliament of Mayors). Siamo 80 sindaci di grandi città di tutto il mondo, riuniti, secondo le indicazioni di un libro di Benjamin Barber, " If mayors ruled the world" ("Se i sindaci governassero il mondo", che è un best-seller in America), in cui sostiene che, con la finanzializzazione della vita e dell'economia, oggi gli stati hanno perso parte del loro senso. E individua, bontà sua, 12 sindaci che, secondo lui, sono un esempio di come governare. Ci mette New York, piuttosto che Bogotà, ci mette Mosca, piuttosto che Palermo, e cita le storie di questi sindaci. Seguendo queste intuizioni, insieme a Barber, il prossimo venerdi 19 settembre daremo vita al GPM, Global Parliament of Mayors.

D. Tornando al tema del coniugare "radici" e "ali"...

R. Da questo punto di vista credo non esista una istituzione culturale a Palermo che, come tale, abbia un potenziale così alto di capacità di coniugare "radici" e "ali" come il Massimo, ragione per la quale la seconda fase del Teatro Massimo coincide con quello che si può sintetizzare in una parola sola: internazionalizzazione, che altro non è che mettere "ali" alle proprie "radici".

D. A conclusione di questa nostra conversazione ritorniamo sull'apertura della cancellata...

R. Ho un sogno... che temo non verrà mai realizzato:togliere la cancellata.... Posso chiedere quanti teatri lirici hanno la cancellata?... Abbiamo la cancellata al Massimo, che è bellissima, abbiamo la cancellata al Politeama, il recinto alla Cattedrale, ....Cammini nella campagna siciliana e vedi due pilastri a delimitare una proprietà... non è per difendersi, perché non vedi filo spinato attorno... non vedi altro...Allora mi sono chiesto: ma questa cancellata è bella o è anche la fotografia dell'anima di Palermo? E questo mi trattiene e allora non vorrei, in nome delle "ali", distruggere le "radici". Il Sovrintendente ha colto il senso: ha aperto la cancellata e chi passa, forse, può anche distrarsi e non vederla...

Violante Valenti

Ultima modifica il Lunedì, 29 Settembre 2014 09:47

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