lunedì, 11 dicembre, 2017
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Incontro con Tony Servillo di Francesca Camponero

Tony Servillo Tony Servillo

Reduce dalla serata degli Oscar a Los Angeles, Tony Servillo torna velocemente in Italia per riprendere la tournèe del suo spettacolo Le voci di dentro di Eduardo, di cui oltre ad essere interprete con il fratello Beppe è anche regista. La prima tappa è al teatro alla Corte di Genova (dal 11 al 16 marzo) dove riscontra un'accoglienza calorosissima.

Perché la scelta di portare in scena Eduardo e Le voci di dentro?
Eduardo è patrimonio culturale italiano che offre ad un attore una quantità di occasioni per confrontarsi. Eduardo, del resto, è considerato il più grande attore del'900. L'universo di un grande drammaturgo ci immerge nell'esperienza felice della drammaturgia. Eduardo si identifica nella vicenda umana. Le voci di dentro altro non sono che un'analisi di quest'umanità. Questo testo scritto sulle macerie della seconda guerra mondiale, mette al centro come suoi altri il conflitto dell'uomo.

Cosa l'affascina di Eduardo?
Appunto il suo identificarsi nella vicenda umana. Diceva di sé: "fuori dal palcoscenico mi sento uno sfollato". Beh, parole di questo tipo la dicono lunga sul suo essere il teatro, non solo farlo. Eduardo è il nostro Molière, in lui ci rispecchiamo quali italiani. Eduardo voleva piacere al suo pubblico, incontrarsi con lui. Far teatro vuol dire questo.

Ha conosciuto personalmente Eduardo?
No, l'ho visto da bambino a teatro coi miei genitori, e forse da lì è nata la mia passione per il teatro. Eduardo faceva teatro dalla mattina alla sera anche quando era molto in là con gli anni. Ricordo che al San Ferdinando di Napoli, il suo teatro, nel 1980, giusto quattro anni prima di morire, eseguiva due spettacoli al giorno, al pomeriggio faceva Pirandello e alla sera una sua commedia. Un vero portento instancabile.

Secondo lei Eduardo era i personaggi che scriveva?
Come saperlo, era un grande attore e come ogni grande attore era capace di mostrare il personaggio che rappresentava con grande distanza. Sfatiamo il mito degli attori tormentati dai loro personaggi, che magari non dormono la notte per meglio identificarsi con loro. Non è così.

Servillo, secondo lei a Napoli esiste ancora il "popolo"?
A Napoli si resiste alle sorti progressive, si vede meno gente e più popolo senz'altro. A Napoli ci sono ancora gli "uomini" e le "donne". Per fortuna c'è ancora quella genuinità dell'essere umano che forse in altre parti del mondo è andata sparendo. Napoli del resto è sempre stata espressione di eccellenza nelle arti ed i napoletani sentono sempre l'influsso di questa "grande bellezza". A Napoli c'è autenticità anche nella menzogna, il che può sembrare paradossale ma è così. Da noi non ci sono scuole di teatro, ed esiste una quantità di attori ed autori autodidatti. Raffaele Viviani, massimo poeta napoletano, era analfabeta, ma questo non è stato certo un limite per il suo lavoro e per quanto ha lasciato ai posteri.

Quando il teatro riesce?
Quando è un'assemblea di uomini vivi che condividono qualcosa che aiuta a campare. Oggi si fa tanto teatro depresso, fatto da registi depressi, che genera un pubblico depresso. Cerchiamo di fare del teatro vivo, vivace che trascina, ed ecco che avremmo fatto del buon teatro. L'arte ci viene incontro per vivere meglio. Paradossalmente a teatro col massimo della finzione si ottiene il massimo della realtà. Il pubblico partecipa quando è disposto a credere, lo sforzo di far credere sta all'attore.

E' cambiato il pubblico da anni addietro?
No, sono cambiati i tempi, oggi il teatro deve aver fede nel corpo, nella nudità di questo, intesa come togliere ogni orpello da quello che non serve. Il teatro è efficace quando ci mette davanti a noi nudi. Ci vuole unità di spazio e tempo, da un luogo e un tempo escono fuori dei personaggi che ci parlano di noi. E qui sta la verità che ci aspettiamo.

Ed ora, cambiando argomento, mi permetta di chiudere con una domanda d'obbligo: cosa l'ha colpita della serata degli Oscar?
Oltre alla bellezza di Leonardo di Caprio e all'abito elegantissimo di Cate Blanchett (afferma con ironia), quello che ho provato è stato capire di aver avuto una grande fortuna dalla vita, quella di ridurre la distanza tra il sogno e la realtà. Ma la mia passione ed il mio amore resta il teatro. Quando dopo lo spettacolo di Le voci di dentro al Petruzzelli di Bari, ho avuto la comunicazione della vincita dell'Oscar, ho preso il volo per Los Angeles, ma il giorno dopo il premio ho ripreso il volo per l'Italia per la replica a Padova. Questa è la vita vera di un attore.

Ultima modifica il Venerdì, 14 Marzo 2014 09:10
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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