venerdì, 28 aprile, 2017
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Le menzogne di Arlecchino e le verità di Latella - Conversazione col regista de Il servitore di due padroni di Nicola Arrigoni

Antonio Latella. Foto Andrea Pizzalis Antonio Latella. Foto Andrea Pizzalis

Al debutto il pubblico di abbonati del Goldoni ha lasciato la sala e ciò è bastato per fare de Il servitore dei due padroni da Carlo Goldoni per la regia di Antonio Latella un caso. Direttori dei teatri allarmati, preoccupati per la reazione del loro pubblico e uno spettacolo difficile, ma coraggioso stanno caratterizzando questa stagione teatrale. Certo Antonio Latella nel momento in cui ha deciso di affrontare il testo di Goldoni consacrato dall'allestimento di Giorgio Strehler sapeva che avrebbe giocato col fuoco e forse per questo lo ha fatto, per giocare col fuoco, accendere l'incendio, aprire la strada alla possibilità di fare del teatro contemporaneo non un vezzo, non un lusso, ma una costante. Non a caso la drammaturgia dello spettacolo è firmata da Ken Ponzio, come dire: l'avviso ai naviganti è che ci si trova al cospetto de Servitore di due padroni di Latella e Ponzio, liberamente tratto da Goldoni. «Le parole sono importanti, hanno un peso», ripetono più volte gli attori in scena. Peccato che forse a causa delle polemiche che stanno accompagnando il Servitore – spettacolo fra l'altro cresciuto, che sta maturando viepiù grazie a un gruppo di attori che lo sta facendo proprio con rara passione e prezioso senso di responsabilità etico ed estetico – con ogni probabilità lo spettacolo – prodotto fra l'altro da Ert e sostenuto con intelligenza e sensibilità dal suo direttore Pietro Valenti – non verrà ripreso la prossima stagione. Nella speranza si possa ovviare a ciò nel nome del teatro d'arte e di un allestimento che sa essere un atto di grande amore per il teatro, non si può che consigliare di non perdersi Il servitore di due padroni. Di fronte ad un pubblico disorientato – spesso –, a un rifiuto aprioristico – meno spesso – e ad una coerenza di ricerca che Latella dimostra di possedere, più che dire dello spettacolo in sé vale la pena – ad uso e consumo di chi Il servitore di due padroni l'ha visto o lo vedrà – chiedere al regista, attualmente impegnato in Siberia nella messinscena di Peer Gynt di Ibsen il perché abbia sentito l'esigenza di farsi riscrivere il testo goldoniano...
«Riscrivere per dare un segno autoriale è stata sempre una mia esigenza, in tutti i lavori che ho fatto, è una necessità che spesso viene dalla voglia di confrontarmi con l'autore scelto. La riscrittura del Servitore è nata per cercare attraverso gesti e linguaggi contemporanei, di innescare quel meccanismo di incontro-scontro che avveniva nella commedia dell'arte, prima che Goldoni ne facesse scrittura scenica; anche quella a suo tempo era una riscrittura, potente ed innovativa. Ovviamente se riscrivi ti esponi a grandi rischi, ma credo che esporsi e prendere posizione su un testo e un autore sia un dovere».

Cosa l'ha convinta della drammaturgia di Ken Porzio?
«La sua essenza, è come se avesse riportato la parola all'osso, togliendo tutti i ghirigori, gli orpelli che abbelliscono e nascondono il detto e il non detto. Quello che alcuni possono scambiare come superficiale io trovo che sia profondissimo, quasi una critica spietata alla nostra società e perché no anche al nostro teatro. Ken Ponzio non ha paura, non si nasconde, ha preso dei rischi perché se provi a rimettere in scena un testo così lontano da noi, a mio avviso lo devi fare fino in fondo. Ho letto ultimamente che la potenza dei registi sta nel riuscire a mettere i testi in scena senza riscriverli, nel trovare una tensione che unisca tradizione e contemporaneità. Credo che questo valga soprattutto per i testi del '900, ovviamente nelle scelte che ho fatto con autori del novecento ho sempre preferito testi che scardinavano già la scrittura borghese di un certo teatro; credo che Ken Ponzio si rifaccia a questi autori che hanno totalmente rivisto la scrittura per il teatro nella seconda metà del secolo scorso».

Cosa l'ha spinta ad affrontare Il servitore di due padroni che è in un certo qual modo il simbolo del teatro italiano?
«La menzogna di quel testo, la menzogna del non detto, la menzogna della verità dietro le maschere, la menzogna della cartapesta che crea finte stanze che non saranno mai, la menzogna di un Arlecchino che nell'originale si chiama Truffaldino, la menzogna del dolore camuffato in risata, la menzogna dell'amore come mercificazione dei sentimenti e la menzogna di quello che all'estero vogliono continuare a vedere di noi cioè pizza, Arlecchino, Pulcinella e mandolino».
Non appena ha annunciato questa sua nuova produzione l'impressione è stata quella di una sfida aperta all'Arlecchino strehleriano.
«Questa è stata la più grande sciocchezza che alcuni operatori hanno voluto leggere. La trilogia della villeggiatura l'ho fatta all'estero proprio perché anche quella avrebbe causato confronti con maestri del Novecento, ma noi non siamo Novecento, siamo il ponte tra i due secoli e abbiamo il dovere di prendere la tradizione per rilanciarci e cercare nuove possibilità, anche nell'errore che è necessario se si vuole veramente cercare e non affermare il proprio bisogno di fare regia. Questa è la lezione di un maestro come Strehler: continuare a studiare la regia, non fare regia e basta».

Come si spiega le reazioni alle prime repliche al suo Arlecchino contemporaneo?
«Condivisibili, giuste. Il pubblico va ascoltato nel bene e nel male. Se il pubblico sente che viene preso in giro è giusto che protesti ma alcune volte il pubblico dorme e alla fine applaude; cos'è meglio? Io preferisco la protesta, anche questo è un dovere, ricreare una discussione è necessario. Sinceramente credo che il pubblico vada accompagnato a leggere nuovi linguaggi, purtroppo molti operatori preferiscono che la ricerca venga fatta solo nell'off o nei festival, questo causerà la morte di coloro che ancora sentono questa spinta, questa voglia di andare oltre il già detto; ovviamente questa non è la regola».

Chi è Arlecchino per Antonio Latella?
«Arlecchino sono tutti coloro che si mettono al servizio di un solo padrone: il teatro, per fare questo devono saper servire sia il padre padrone che è la tradizione, sia il nuovo padroncino che è il contemporaneo. Preferirei che non si servisse il figlio del padre padrone che è il moderno. Se ogni tanto alzando la testa in teatro ci ricordassimo che quella striscia di velluto sopra i due grandi lembi si chiama arlecchino, forse impareremo ad essere servi e finalmente a servire, senza toppe 'pippe'».

Oggi che senso ha un testo come quello del Servitore dei due padroni?
«Una delle parole più presenti nel testo di Goldoni è 'morto', da quella ci può essere una resurrezione, o forse una rinascita. Distruggere per ritornare alle parole di Goldoni o forse per arrivare al prossimo spettacolo».

In cosa l'ha ritenuto valido?
«Ogni colore dell'abito di Arlecchino è una storia, è un attore, è un'idea di teatro, è una possibilità, un punto di vista. Il demone ha cucito i colori e ne ha fatto un vestito. Quanto non detto c'è in Goldoni che si potrebbe dire cambiando la prospettiva, senza annacquare i colori, ma tenendoli sempre come primari».

Si ha l'impressione che questo Servitore di due padroni rappresenti una sorta di spettacolo etico, politico sulla semantica del teatro. È una giustificazione che trova chi apprezza il suo lavoro?
«Non lo so, mi piacerebbe che il prossimo regista che metterà in scena Arlecchino, tra altri cinquant'anni, sia finalmente libero di farne quello che vuole. Mi piace pensare che questo mio lavoro sia un ponte, necessario a quelli che verranno. Io non faccio teatro politico, ma faccio politica perché faccio teatro, anche qui il punto di vista cambia e non è un dettaglio».
E' inscindibile la cesura fra la contemporaneità e la tradizione?
«Io Sono la mia tradizione ed è per questo che sono contemporaneo. Io ci sono perché ci sono stati un padre e un nonno, che vanno amati e alcune volte traditi. È come nella tragedia greca: si uccide sapendo chi si sta uccidendo e perché. Non sempre l'uomo contemporaneo ha saputo uccidere i padri, prima di farlo li devi conoscere».

Che consigli darebbe agli spettatori che vengono a vedere il suo Servitore? Quali possono essere un buon motivo per vederlo e un aspetto a cui far attenzione per capire l'operazione?
«Accettare di essere uno dei tanti ospiti di quell'immenso albergo che è il teatro, accettare anche solo schegge di storia e lasciare che questa non storia si costruisca da se, dall'angolatura che si vuole, come guardare da uno spioncino: vedo un dettaglio e da lì parte la mia idea di ciò che ho visto. È più facile di quello che si pensa solo che bisogna lavorare un po', so anche che il teatro per molti resterà intrattenimento e anche questo credo che sia giusto»

Ultima modifica il Lunedì, 03 Febbraio 2014 09:35

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