giovedì, 21 settembre, 2017
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Life is so contemporary. Intervista al direttore della Fondazione Romaeuropa Fabrizio Grifasi di Roberta Bignardi

Fabrizio Grifasi Fabrizio Grifasi

- Quest'anno il Palladium compie dieci anni di riapertura al pubblico, da quando cioè il teatro è stato riconsegnato alla città, grazie alla collaborazione tra l'Università Roma Tre e la Fondazione Romaeuropa: una sfida al decentramento, un dialogo con il territorio ma soprattutto un luogo dove fare cultura, dove coniugare arte, scienza, teatro e musica. Che cosa rappresenta per la Fondazione questo luogo?
Per noi il Palladium è stata un avventura straordinaria. Dieci anni fa, al di là della bellezza e l'entusiasmo di aver convinto l'Università Roma Tre ad acquistare un teatro salvandolo dal suo destino di sala bingo, in un quartiere considerato allora semi periferia, ci siamo posti una domanda: cosa significava in termini di progetto aprire un nuovo spazio teatrale in una città che aveva già una sua offerta teatrale. Soprattutto qual'era il senso per la Fondazione Romaeuropa? Non volevamo fare l'ennesima stagione con tutti i vincoli e le caratteristiche comuni: desideravamo aprire una riflessione su uno spazio nuovo, un luogo che fosse aperto alla città, agli artisti ma anche alle associazioni culturali del territorio, che avesse uno sguardo sul mondo e che fosse fortemente legata ad una riflessione sulla cultura in maniera generale. Volevamo che l'aspetto universitario fosse presente nella costruzione del progetto. Di conseguenza abbiamo declinato, in questi dieci anni, un lavoro che tiene assieme le radici salde nel teatro e nella danza, e la libertà di accogliere percorsi e momenti di riflessione molto più ampi. Ecco, perciò, il rapporto con il Dams, il Festival di animazione Cartoons, l'Orchestra di Roma Tre, i convegni sulla danza, il rapporto che abbiamo costruito con la Fondazione Bellonci- Premio Strega e quindi una serie di autori che incontrano le scuole, il legame con il Municipio e con il territorio più limitrofo, la Scuola Popolare di musica di Testaccio, ma anche Peter Brook. Una stagione, quindi, del tutto atipica che non segue le logiche della costruzione tradizionale, con la libertà di poter intendere il teatro come uno spazio aperto nel quale progetti artistici e, in generale, progetti che hanno a che fare con i pensieri, le idee, gli spettacoli e le pratiche culturali si potessero incontrare. Dopo dieci anni pensiamo che questo percorso del Palladium sia stata una scommessa vinta. Esso è diventato un centro culturale cittadino riconosciuto: l'apertura alle compagnie più giovani, a quelle del territorio, al Festival Teatri di Vetro, a zone teatrali libere, alle compagnie storiche della ricerca italiana. Quindi anche per la programmazione più strettamente legata al teatro e alla danza abbiamo fatto delle scelte accompagnate ad una politica di prezzi accessibili e molte iniziative gratuite ( come gli incontri con gli scrittori e le lezioni sulla danza contemporanea).

- Il vostro programma al Palladium dal titolo "Life is so contemporary"(da gennaio a giugno), si concentra sulla contemporaneità vista- come lei stesso scrive - un intreccio tra la dimensione più intima dell'uomo e la storia dell'umanità: ovvero vedere il contemporaneo come quotidiano, come chiave per comprendere la vita di ciascuno di noi. Qual è la chiave del vostro successo e come riuscite a coniugare tradizione e innovazione?
Viviamo un tempo dove alcuni confini e questioni di ordine teorico sono più labili. Per noi è importantissimo questo tipo di approccio perché pensiamo che sia l'unica modalità per rispondere a questa domanda ovvero: come si lavora sul contemporaneo oggi? Si lavora tenendo conto dei vari contributi che ci permettono di costruire una visione necessariamente plurale, nutrendosi all'interno di una visione artistica formata da fili diversi. Tutti questi sono strumenti che ci permettono di capire il nostro tempo. Bisogna coniugare quelle lenti privilegiate, come lo spettacolo vero e proprio, con altre visioni, nuovi punti di vista che si intrecciano (come arte e scienza), molteplici linguaggi (penso agli incontri post spettacolo Appena fatto!, o le lecture-demonstration). Oggi non vi è più un monopolio di interpretazione del presente.

- Parliamo del Festival Romaeuropa, giunto quest'anno alla 28° edizione, e di come esso riesca ad essere una luce attiva in una Italia. Come si colloca il Festival nel panorama nazionale e come in rapporto alle esigenze e al fervore che vive nel resto d'Europa?
Il Festival deve avere saldamente le radici a Roma e in Italia, guardando perciò i nostri artisti, ma avere sempre un fortissimo sguardo internazionale. Quello che abbiamo costruito in questi 28 anni è stato provare a raccontare attraverso gli occhi di molti artisti che vengono da orizzonti distanti, pezzi del nostro tempo. Accanto alle "fedeltà", che consentono al pubblico di seguire abbastanza regolarmente la poetica di alcuni artisti nei quali crediamo, vi è la necessità di cercare nuovi artisti significativi da presentare e a cui dare una opportunità. Ultimamente abbiamo aggiunto al caleidoscopio del Festival Romaeuropa il rapporto tra arte e nuovi media, con il Digital life: una mostra che si svolge durante il periodo del Festival, ma anche un luogo di incontri, eventi live, dove ragionare su come si sta modificando il lavoro degli artisti in relazione alle nuove tecnologie. Pensiamo inoltre che i nuovi media siano una importante opportunità per informare il pubblico, far conoscere e condividere. Attualmente stiamo digitalizzando tutto il nostro archivio storico, ma abbiamo già pronte oltre un centinaio di frammenti visionabili sul web. In più ci sono le dirette web che abbiamo sviluppato con Telecom Italia che permettono di condividere su un portale generale, come telecomitalia.com, uno spettacolo del Festival, con chat ed informazioni, uscendo dai teatri e raggiungendo un pubblico molto più ampio.

- "All that we can do" è stato il vostro slogan: un invito – spiegava- dove il famoso "I can" veniva ampliato e indirizzato direttamente allo spettatore. Egli cioè è responsabile della cultura, della conoscenza perché è essa stessa la nostra storia. Quest'anno abbiamo visto per quanto riguarda la danza grandi artisti da Bill T.Jones a Akram Khan, Sasha Waltz, Costanza Macras, Virgilio Sieni, Ricci Forte. Quale saranno i progetti per il prossimo festival e quali gli obiettivi?
I due mesi- da fine settembre a fine novembre - saranno molto impegnativi. Continuerà la collaborazione con Teatri di Roma per una sempre attenta radicalizzazione nella città; avremo un grande focus dedicato all'Africa che sarà costruito insieme al progetto France Dance, insieme all'Istitut de France e all'Ambasciata di Francia; un attenzione sempre molto forte ad un rinnovamento generazionale con la presenza di alcuni nomi storici del nostro panorama contemporaneo.

Ultima modifica il Domenica, 15 Settembre 2013 05:42

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