mercoledì, 16 agosto, 2017
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Conversazione con Valerio Binasco di Nicola Arrigoni

Valerio Binasco Valerio Binasco

 

Ricominciare dai classici per una nuova etica del teatro
La Popular Shakespeare Kompany fra poesia e politica

C'è un teatro che sa essere poetico ed etico, c'è un teatro che non s'arrende, ci sono artisti che amano complicarsi la vita e soprattutto mettere a disposizione la loro intelligenza per resistere alla barbarie del presente. Valerio Binasco, regista e attore, appartiene a questo teatro dell'etica e della poetica, è uno che sa spendersi, che sa dare e ha il coraggio di pensare il futuro. Il futuro/adesso per Valerio Binasco è la Popular Shakespeare Kompany, il presente è La Tempesta di William Shakespeare, l'ultima opera del Bardo per dare respiro ad una compagnia nuova e antica al tempo stesso.
«La Tempesta è una sorta di rito propiziatorio scaturito dal clima di tristezza con cui viene vissuto il mondo della cultura – dice Valerio Binasco -. La scelta è fra l'arrendersi e il fare un atto folle e combattere al di là della crisi».
E come?
«Forse non è più tempo di barricate ideologiche, la mia scelta è quella di frequentare in un modo creativo, felicemente disperato le grandi opere teatrali dell'umanità».
Da qui La Tempesta?
«Sì ma anche e soprattutto la Popular Shakespeare Kompany».
Le due cose sono legate ovviamente...
«Beh La Tempesta è la prima produzione della Popular Shakespeare Kompany, un gruppo di attori fra i 21 e 53 anni che ha deciso di rispondere al clima depressivo dei nostri anni, di non accettare la crisi come scusante o pretesto per ammazzare il mondo del teatro e della cultura in genere».
Una nuova compagnia per rispondere alla crisi?
«Un gruppo di attori che decide un atto folle».
Quale?
«Di affrontare i grandi autori e testi con il minimo dei mezzi e il massimo della recitazione. L'obiettivo è restituire allo spazio scenico il suo potere evocativo, la capacità di essere spazio di immaginazione e non semplice restituzione di un'immagine. Il mio sogno è fare uno spettacolo con una lampadina da 2,20 watt. Ovviamente esagero ma lo spirito è quello».
Una sorta di pauperismo del teatro?
«Pochi mezzi, mezzi essenziali ma una consapevolezza».
Quale?
«Che per ricominciare il teatro deve ripartire dall'attore, dalla recitazione. Bisogna essere consapevoli della tradizione per costruire il futuro, su essa non appiattirsi, ma tenerla come sfondo. Da qui il nostro obiettivo: riuscire a produrre un grande testo della classicità all'anno».
E come?
«Rendendo tutto essenziale ma non l'impegno e la voglia di recitare degli attori. Dalla recitazione, dall'attore può rinascere il teatro. Consapevoli della tradizione che ci ha preceduto si può andare avanti, non per riproporla in maniera sterile, ma per recuperare quel gusto per il teatro che è la felicità degli attori e del pubblico».
Non è un ossimoro il fatto che la vita della Popular Shakespeare Kompany inizi con l'ultima opera di Shakespeare?
«Forse lo è, ma nella Tempesta c'è il racconto della fine della civiltà, della fine delle cose. Prospero allarga le braccia e lascia cadere quello che ha creato, la sua magia, la libera, la proietta verso un futuro che esula da lui... Forse c'è anche il fatto che sto iniziando una nuova fase della vita verso l'anzianità che non alla giovinezza.... C'è certamente la consapevolezza che il nostro mondo è giunto alla fine, mai come oggi l'Occidente sembra assomigliare ad un'isola deserta in balia del mare. Non siamo però nella landa solare di Strehler, nella mia Tempesta si compiono intrecci, ci sono morti e assassinii caratterizzati da una violenza un po' livida».
Cosa si deve aspettare lo spettatore da questa Tempesta?
«Nulla, un gruppo di attori che recita. In scena gli unici attrezzi sono due bastoni. Per il resto ci siamo noi con la nostra voglia di recitare e di essere presenti per dare corpo alla poesia di Shakespeare. La Tempesta è possibile grazia all'aiuto iniziale del Festival di Verona e del Teatro Stabile di Prato di Paolo Magelli. Poi a sostenere la compagnia e gli attori sono a volte piccoli sponsor. No è vero che non ci sia voglia di investire in cultura. Noi stiamo trovando sostenitori che hanno passione per il teatro vera e intensa».
L'obiettivo della Popular Shakespeare Kompany?
«Ovviamente avere un repertorio. Intanto il prossimo anno lavoreremo al Mercante di Venezia con Silvio Orlando che ci ha dato la sua disponibilità...».
Sempre Shakespeare?
«Lo abbiamo eletto a nostro mentore. Ci si rivolge a Shakespeare con disperata fame di teatro, nei suoi testi c'è iscritto il canone occidentale».

 

Ultima modifica il Giovedì, 21 Marzo 2013 10:35
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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