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William SHAKESPEARE - Amleto, regia Franco Zeffirelli

Il Tempo, 14 marzo 1964

Siamo stati costretti a leggere che l'Amleto sarebbe nientemeno che "l'interregno fra due regimi, uno progressista e uno reazionario" e tutto quello che vi accade non sarebbe altro che l'aspro prezzo per realizzare il primo e arrivare all'insediamento, nel marcio Stato di Danimarca, del generoso Fortebraccio, visto come una sorta di Fidel Castro (?!) al quale, morendo, dopo essersi trascinato dietro tutta la compagine oscurantista degli oppressori, e loro complici, Amleto dà il proprio "voto". Ce lo hanno raccontato, insomma, come lo avrebbe conciato Brecht se fosse disgraziatamente riuscito, secondo il suo solito, a metterci le mani sopra. In questa nuova palingenesi, l'autocrate Claudio, il re-zio, usurpatore e assassino del fratello, sarebbe quindi una via di mezzo fra Ivan il Terribile e Adolfo Hitler, la regina e Ofelia delle borghesi schiave del lusso e dello snobismo mondano, Polonio il burocrate, retrivo, balordo e collaborazionista, Guildenstern e Rosencrantz dei giovani fascisti, dei "repubblichini" disposti a tutto, Laerte, meno male, un campione della destra anche lui, però di spiriti assai più liberali; mentre Amleto e il fido Orazio rappresenterebbero i democratici illuminati.

Dopo le piatte sordità della critica storicistica, forte, se non altro, di una propria metodologia fondata su dati di fatto, queste sono le paradossali eccentricità della critica ideologica e politica, alla mercé della tessera del partito che uno ha in tasca. Del resto, sono eccessi che non devono né scandalizzare né stupire al contatto di un'opera che grandeggia ed inquieta l'umanità proprio a causa della sua ambiguità, diciamo pure francamente dell'incertezza, della oscurità, dell'incoerenza e della confusione: l'inafferrabile poliedricità, la centrifuga problematicità e lo stregato ermetismo di un magico discorso, talmente enigmatico, disponibile e aperto da dar luogo inesauribilmente ai giudizi più disparati, senza lasciarsi fissare in nessuno e autorizzandoli un po'tutti.

Non si scopre l'America affermando che non esiste al mondo opera meno a senso unico dell'Amleto, e la trovata dell'interregno in fondo in fondo non è che l'estrema, tendenziosa conseguenza della tendenza, attualmente abbastanza diffusa, di spostare l'interesse del dramma dal protagonista – paralisi della volontà, conflitto insanabile fra pensiero e azione, secondo la chiave proposta da Goethe che rimane ancora la meno impersuasiva – verso la totalità dell'opera che avrebbe per tema centrale il quadro di uno Stato, una società corrotta, in dissoluzione; o dove vengono sperimentati tutti, e da tutti, i possibili modi di guarirne la "segreta postema" per ristabilire un ordine morale, con tutte le implicazioni pubbliche e private, non escluse quelle sociali e politiche che il restauro comporta. Alla resa dei conti, una chiave vale l'altra e non ci saranno mai due interpretazioni che coincidano, in grado di esaurire (e figurarsi poi penetrare), salvo per qualche lato, il mistero. Anche quando avremmo stabilito che la tragedia riflette, liricizzato, l'ambiguo e inquietante stato d'animo di un'esperienza di frustrazione, di perplessità, di dubbio e di smarrimento del poeta, non avremmo che ribadito la sua sfuggente indeterminatezza. Voler razionalizzare la poesia in generale e l'Amleto in particolare è un non-senso. Al proposito, l'osservazione più giusta rimane quella del vecchio Schlegel: "Opera enigmatica, somigliante a certe equazioni irrazionali, dove rimane sempre una frazione di grandezza inconoscibile che non ammette soluzione".

E' per questo che trovo esemplare il partito adottato da Zeffirelli regista e Albertazzi interprete, di seguire le orme del protagonista e cioè di non scegliere, alternativamente accogliendo e abbandonando tutte le varie e contraddittorie proposte offerte da una lettura scevra di partiti presi, anche se ciò comporti sussulti di stile e di tono che, in una dimensione genericamente romantica, passano dal realismo brutale allo psicologismo morbido, dalla cerimoniosità decadente a una originale raffinatezza melodrammatica.

Il primo, autore anche della geniale scenografia, una sorta di incubo medianico, di caos surrealisticamente simbolico, con qualche effetto alla Salvador Dalì – gli arditi e stupendi costumi senza tempo sono di Danilo Donati e le musiche esclamative di Vlad – ha orchestrato l'Amleto più vario e grandioso visto finora in Italia; il secondo, a volte istrionico fino al clownesco, a volte ascetico fino all'astrazione, ha gettato tutta la sua anima e il suo sangue, prospettando dietro il lato magnanimo ed angelico d'un eroe della nausea anche il suo psicanalitico risvolto perverso e demoniaco: una grande prova. La Proclemer, la Guarnieri e lo Scaccia: ognuno, diversamente, magnifico; gli altri... ma come si fa, dov'è più lo spazio?

Carlo Terron

Ultima modifica il Lunedì, 08 Dicembre 2014 17:54
La Redazione

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