martedì, 27 giugno, 2017
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Peter USTINOV - L'Amore dei quattro colonnelli

Corriere Lombardo, 23 novembre 1956

Non potendo presentare Vitaliano Brancati cone autore de La governante; a causa degli ormai abituali interdetti del Sant'Uffizio, pardon, della patria censura, generosamente preoccupata di far rimanere chiuse nel cassetto alcune opere postume di un nobile scrittore per dar la soddisfazione di poterle scoprire ai posteri, la Compagnia Proclemer-Albertazzi-Sanipoli-Carotenuto si è dovuta accontentare, ieri sera, di offrire, all'Odeon, Brancati in veste di traduttore de L'amore dei quattro colonnelli di Peter Ustinov.

Stabilito che la traduzione è agile, spiritosa, migliore forse dell'originale, viene anche fatto di dire che è sprecata. Mi sa che di questo Ustinov e dei suoi colonnelli si sia, in questi anni, parlato più del necessario. Trattasi probabilmente di un copione allegorico con sottintesi attualistici, per dirlo alla buona, politico-ideal-sociali. Ma, se così è, l'allestimento è facile facile come le domandine di certi quiz televisivi; nel migliore dei casi, tira all'operettistico; e i sottintesi sono dei banali luoghi comuni.

E' finita l'ultima guerra e siamo nell'ufficio dell'amministrazione militare alleata in una zona montagnosa di fantasia, controllata o, per meglio dire, disputata dalle quattro grandi potenze di turno: America, Russia, Francia ed Inghilterra, presenti nelle figure di quattro rispettivi colonnelli tanto convenzionalmente individuati nell'aspetto, nel temperamento, nel contegno, nei discorsi e nelle dispute, da dover concludere che l'autore lo abbia fatto apposta. Ma, creda a me, ha esagerato.

A pochi chilometri si estolle un castello, mira delle loro vane bramosie. E' un maniero singolarmente dispettoso e restio a lasciarsi espugnare. Il simbolo cercatelo voi, io non ho tempo di pensarci. Potrebbe anche voler dire l'Europa ma speriamo di no.

Per quanto facciano, gli squadroni di soldati che tentano di guadagnare i cancelli della rocca, non c'è verso che ci riescano. O sono trattenuti da difficoltà del terreno, o si perdono lungo i sentieri, o si addormentano durante il cammino, o altro. Gli arbusti e le sterpaglie che vengono divelti di giorno per liberarne la strada, riscrescono più aspri, spinosi e aggrovigliati durante la notte. I quattro colonnelli non sanno che pesci pigliare.

Per non fare anche noi la loro fine, immaginiamo che si tratti del castello incantato delle favole della nostra puerizia e vedrete che il modo di penetrarci lo troveremo appena ci sia venuto il dubbio che sotto le sue volte in un severo letto a baldacchino si celi la irraggiungibile principessa dei nostri sogni, la bella addormentata che attende da secoli di venir ridestata dal cuore puro e dall'amore travolgente del cavaliere senza macchia e senza paura che si dimostra degno di farla sua. Con un certo ritardo, ci arrivano anche i nostri guerrieri, non prima però d'aver preso contatto ed essere stati condotti per mano da alcuni altri non meno allegorici personaggi, come un tale che, sotto modesti e borghesi panni campagnuoli non tralascia nulla per insinuarci il sospetto di essere – indovinate chi? – Satana. Ma sì! Ah, e mi dimenticavo la Fata buona, ma antagonista, vale a dire perché non restino dubbi, il Bene e il Male; tra parentesi, due poveri diavoli che si danno molto da fare senza cavare un ragno da un buco.

Forti di questo spiegamento assistenziale, uno alla volta, i quattro gallonati ufficiali si lanciano alla scena della seduzione della bella ed enigmatica dormente, senza rinunciare al gioco del cometumivuoi, vale a dire, ricreandosela a loro immagine e somiglianza e presentandosi a lei nei modi, nei desideri, negli istinti e soprattutto nelle patrie abitudini suggeriti dalla loro autentica natura e dal loro freudiano subcosciente. Anche sotto la giubba di un colonnello, vivaddio, gorgheggia un usignolo. Vediamo così l'inibito e imperturbabile inglese recitare una scena d'amore e nei modi arroventati e trucibaldi di un dramma elisabettiano; il galante, scettico e superintelligente francese deliberare una sofisticata e libertina situazione settecentesca con spirito di illuminista; l'inibito americano compensare i suoi complessi di inferiorità e colmare le sue carenze sessuali rubando ai film o alle commedie americane il solito personaggio e la solita situazione del giovane prete che si è messo in testa di redimere una prostituta a spron battuto offrendole di diventar sua moglie; e infine, poteva essere diversamente? Il materialistico, truce, violento e dittatorio russo fare del dilettantismo cecoviano scimmiottando Zio Vania. In tutto e per tutto, ciò che ci potevamo aspettare, come vedete.

Nessuno di questi esperimenti sorte buon fine anche a causa delle intemperanze e dei bisticci del Bene e del Male che, per una ragione o per l'altra, interrompono le cose sul più bello (è un modo di dire). Alla fine, constata l'inespugnabilità della Bella, arrivano le rispettive mogli dei colonnelli, anch'esse debitamente differenziate e distinte secondo le patrie caratteristiche segnaletiche convenzionali. E si discorre a lungo del più e del meno. Resta un'ultima possibilità di riscatto avvenire con la proposta di chi dei quattro guerrieri ci sta a rimanere nel castello incantato mettendosi a dormire per risvegliarsi dopo un secolo e ritentare l'esperimento. Una specie di prova di appello. Due dei quattro, l'americano e il francese, accettano; gli altri due, l'inglese e il russo, no. Che tutto ciò possa nascondere un arcano significato e un simbolico ammonimento può benissimo darsi. Il difficile, almeno per me, è sapere quale precisamente sia. A meno che tutto non si esaurisca in un gratuito e variopinto spettacolo.

Se per qualche cosa la commedia si raccomanda all'attenzione è per una certa aforismatica intelligenza ed ironia dialogica e per il gusto della contaminazione esercitato in un linguaggio parodistico nel rifacimento di quattro moduli di teatro diverso. Per tutto il resto, trattandosi di quattro campioni di nazionalità diverse volteggianti intorno a una sottana, personalmente rimango fedele, sicuro di non rimetterci, alla Vedova scaltra del mio vecchio amico Goldoni, senza con ciò voler offendere nessuno, per carità.

E' stato, come si suol dire, un successo contrastato. Bisogna però anche francamente ammettere che ieri sera i valorosi attori di questa brava compagnia, alla mercè di una regia alla macchia, non sono riusciti a far onore alla loro firma. Un'esecuzione diseguale, pesantemente farsesca, scarsa di stile, priva di ironia e con delle strane incongruenze come quella per cui due dei protagonisti il Carotenuto, l'americano, e il Giovampietro, il francese, hanno recitato in puro italiano; mentre gli altri due si sono sentiti in dovere di caratterizzarsi con caricato accento straniero: il Galavotti come inglese, e il Sanipoli, spassosissimo russo, ma non ha trovato di meglio che parodiare Tatiana Pavlova. E perché quelle dilettantesche note stridule e bamboleggianti in un attore dall'intelligenza e dal rigore dell'Albertazzi? E che ragione ha indotto la Proclemer, donnescamente così affascinante in ognuno dei suoi travestimenti, a tanta eccessività caricaturale? I ricordi migliori della non memorabile serata sono stati Angelo Sivieri, Vera Pescarolo e soprattutto il flebile ma gentile cristallo della nitida voce di Bianca Toccafondi.

Carlo Terron

Ultima modifica il Lunedì, 08 Dicembre 2014 18:02
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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