sabato, 22 luglio, 2017
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Corriere Lombardo, 22 novembre 1962

Abbastanza noto come narratore – è di poche settimane fa la pubblicazione del Diario d'antepace per parte di Feltrinelli – lo svizzero Max Frisch è stato, fino a ieri sera, inedito in Italia come drammaturgo. E, tanto per colmare, in un colpo solo, la lacuna, è stata scelta la sua opera, come si dice, maggiormente impegnata. Si intitola Andorrae vuol essere la allegoria, la parabola della condizione dell'ebreo nell'ambito della presente società borghese; un processo ad atteggiamenti e a responsabilità sistematicamente ricorrenti e recidivanti: celebrato in controluce sulle spaventose e vergognose esperienze di un passato non poi molto remoto. È significativo ed è proficuo, pur se, alla resa dei conti, la chiamata di correo risulta più rivolta a questa che a quella parte, che esso sia stato scritto in tedesco; anche se ad opera di un tedesco cittadino della libera Svizzera.

Ciò non vuol dire, però, che gli altri siano esonerati dal meditarvi su. Anzi! L'ebreo, sembra voler insegnare il copione, viene prima fabbricato dalla gente pacifica, democratica ed egualitaria e poi consegnato, come agnello da sacrificare, ai conquistatori razzisti; essendo la prima legata ai secondi dal cordone ombelicale della paura che stabilisce una tacita e subcosciente complicità nel crimine. Che cosa, in fondo, non si perdona all'ebreo? Di essere diverso. E, proprio perché non glielo si perdona, lo si obbliga ad esserlo.

Andorra è un piccolo paese di uomini semplici e comuni, buona gente: nessuno e tutti i paesi civili. Potrebbe essere la Svizzera come l'America, la Francia come l'Italia. Il maestro del luogo, noto idealista coraggioso e anticonformista, ha adottato, al tempo della grande persecuzione dei "neri" che confinano con gli andorriani – trasparente allusione alla Germania nazista – un bimbo ebreo. Lo ha chiamato Andri e lo ha portato nella sua casa, considerandolo, in tutto e per tutto, figlio suo, alla stessa stregua di Barblin, sua figlia vera. E Andri si sente un andorrano come tutti gli altri, un ragazzo schietto, spontaneo, affettuoso ed espansivo. Gli vogliono bene, lo stimano, ma sanno che è ebreo e deve, per forza, essere differente, magari più intelligente, magari migliore, ma, in ogni caso, differente dagli altri. Quella parola, ebreo, finisce col diventare, da una parte e dall'altra, un'ossessione.

Dal fastidio all'angoscia, dal sospetto all'ostilità, dal risentimento alla ribellione, si saldano gli anelli di una catena che determinerà un destino. Andri accetta di essere diverso e fa di tutto per diventarlo. L'ebreo deve essere commerciante o un artigiano? Andri si fa commerciante. L'ebreo deve essere vigliacco? Andri si sente vigliacco. L'ebreo deve essere senza radici? Andri si sradica dai suoi affetti. L'ebreo deve essere solo? Andri si chiude in una solitudine ostile ed aggressiva. Tutto vi concorre, tutto vi congiura. Quando, innamorato di Barblin e Barblin chiede di sposarla – tanto sono solo formalmente fratello e sorella – e il padre vi si oppone recisamente, ecco la prova del cuore della sua condizione di escluso e di paria. Un andorrano, sia pure un padre adottivo benevolo e generoso come San Giuseppe, non darà mai in isposa sua figlia a un ebreo.

Benché deplorevolmente reticente e bugiardo, siamo giusti, il povero vecchio aveva ragioni da vendere per spaventarsi ed opporsi al matrimonio. E qui la storia si rivela alquanto romanzesca. Andri è veramente figlio suo, avuto, nientemeno, da una donna dei "neri" e non è quindi per niente ebreo. Ma ormai la trasformazione è fatta, le parti sono assegnate e si va fino in fondo. Quando la madre, vestita di nero come uno scarafaggio, viene a rimproverare l'antico amante e a chiedergli conto della menzogna, il solito Balilla di turno la uccide con una sassata. È il casus belli, l'occasione attesa dai "neri" per invadere Andorra. Comincia la caccia all'ebreo, e agli andorrani non par vero di ingraziarsi i conquistatori, consegnando nelle loro mani l'innocente Andri, ebreo prefabbricato, come colpevole dell'assassinio e messo subito naturalmente al muro.

Con quei suoi personaggi simbolici, esemplarmente proposti quali categoriche incarnazioni aprioristiche dell'egoismo, della grettezza, della prudenza, del conformismo, del fariseismo, della retorica umanitaria e della prosopopea nazionalistica, preoccupati, a cose fatte, di proclamare le loro mani pulite; col suo sottofondo romanzesco da grosso ma proprio grosso dramma popolare, elevato a parabola, intrisa di messianismo alla buona, il copione è un energico, generoso, commovente, eloquente, ridondante e, in qualche stralcio, anche geniale e potente tentativo di assorbire la lezione di Brecht, senza fare del brechtismo di stretta osservanza. E se non fosse per difetto di obbiettivizzazione, dovuto agli stridenti squilibri e alle frequenti fratture di tono introdottivi dalle ricorrenti petulanze di un lagrimoso psicologismo e dalle minuscole espressioni di un sentimentalistico realismo borghese, ci riuscirebbe egregiamente. Anche così, realizzata soltanto a metà, nella sua demagogica confezione da melodramma ideologico, mi pare, però, un'opera importante che non dovrebbe lasciar indifferenti, non fosse altro per le sue ottime intenzioni.

Non altrettanto ben servito, come in altre occasioni, dallo scenografo Luzzati, Franco Enriquez ha montato uno spettacolo teso, immediato, concentrato e, dove era necessario, anche suggestivamente truculento, dotato di una cospicua forza d'urto, nel quale Glauco Mauri – il padre – ha collocato un'appassionata, commossa e commovente interpretazione e Valeria Moriconi un'intensa e dolorante verità. Ancora un po' acerbo per la difficile responsabilità del protagonista, Arnaldo Ninchi ha supplito con una grande e sincera diligenza ed ha avuto momenti molto efficaci. Energicamente sicuro e stilisticamente preciso Enrico D'Amato; bravi anche tutti gli altri: la Del Bianco, il Maresca, il Riccardini, il Castellaneta, l'Enrici e i loro compagni. Assai indovinate le musiche, naturalmente di Gino Negri.

Verso la metà del primo atto, qualche insistente colpo di tosse; Enriquez ha fatto sospendere la recita e ha invitato i raffreddati a moderarsi. Dopo di che, tutto è proceduto normalmente sino all'ultimo sipario; molti applausi, anche all'autore issato a braccia, dagli attori, in palcoscenico.

Carlo Terron 

Ultima modifica il Lunedì, 08 Dicembre 2014 23:02
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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