martedì, 25 aprile, 2017
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Rossana GATTESCHI - Antigone lo cascio

Corriere Lombardo, 08 aprile 1964

La commedia applaudita ieri sera al teatro Nuovo con un'Anna Proclemer che, smessi i panni e la beltà regale di colei che porta la tremenda responsabilità di aver partorito quel sublime mostro d'Amleto, ha cercato di rivestirsi l'anima della men truce ma non meno tragica passione d'una dolce ed immortale eroina greca – come dire: un antico peplo cucito da Sofocle e trasformato da Schubert in un tailleur– è un tipico e curioso caso di "complesso del nome" che potrebbe far la gioia di uno psicanalista mondano. Comincia chi l'ha scritta. Dispone, all'anagrafe, del bel nome superbo di Rossana Gatteschi che starebbe come a casa propria in una sonora pagina di Gabriele d'Annunzio e va a scegliersi, sul manifesto, quello quotidiano e dimesso di Giulio Gatti che, se la memoria non mi inganna, deve, oltretutto, appartenere all'amministratore del povero Ruggero Ruggeri. Perché? Probabilmente perché l'hanno convinta che un nome maschile sia in grado di compiere il miracolo di far prendere in maggiore considerazione un copione italiano – hai voglia! –, il quale, tutto considerato, non ne sentirebbe nemmeno bisogno, avendo le carte in regola per aver vinto il premio Idi dell'anno passato e giungendo a Milano dopo essere stato applaudito ovunque venne rappresentato.

Fin che si tratta di un furto all'amministratore di Ruggeri, pazienza, ma il complesso del nome non si limita a un fatto privato della scrittrice; esso si estende anche alla eroina del copione, intitolato Antigone Lo Cascio; e ciò comporta un secondo furto a danno di un illustre defunto millenario che non può difendersi. Bene, facciamo l'ipotesi che, invece d'Antigone, la protagonista di ieri sera si chiamasse Antonietta. Mi sa che, probabilmente, la commedia perderebbe ogni ragione di essere. Intendo dire che, alla resa dei conti, il condizionamento alla sublime creatura greca, col conseguente scrupolo di uno svolgimento predisposto o per concordanza o per contrasto, cioè prigioniero della continua verifica delle ragioni ideali o delle azioni pratiche dell'immortale eroina del no, appare più una esteriore sovrastruttura letteraria, un gioco alla Anouilh per intenderci, che non una vera, intima esigenza del dramma contemporaneo, dove si replica, piuttosto romanzescamente, con una certa puntigliosa quanto faticosa sofisticazione quello antico dal quale dovrebbe succhiare ispirazione o luce.

Si deve, ad essere giusti, riconoscere che l'inconveniente era pressoché inevitabile, starei per dire connaturale a quella moda, ormai piuttosto scontata, di rielaborare, attualizzandoli, i grandi miti e gli eroici personaggi classici, al fine di trarne ideali e morali insegnamenti per il presente, a cui nemmeno il gran maestro di codesti pastiches d'alta scuola, Jean Giroudoux, riuscì sempre a sottrarsi. Si ha, insomma, l'impressione che, nella commedia, tutto sia volontaristicamente coerente e necessario, e, nello stesso tempo, involontariamente casuale e gratuito. D'altronde, il difetto che insidia alla origine il dramma è il prezzo pagato a una intuizione singolare e ad una ambizione lodevole: cercare una soluzione opposta dettata ed obbligata dai medesimi motivi.

In sostanza, qual è la differenza fra la greca figlia di Edipo e la sicula figlia del fu Lo Cascio? La prima, come è, noto, sceglie deliberatamente la morte, per obbedire alla superiore legge divina di dar pietosa sepoltura alle spoglie del fratello Polinice, caduto combattendo sotto le mura di Tebe, e al quale, come nemico della patria, la legge degli uomini nega le esequie. La seconda si rifiuta alla medesima pietà per non sottostare alla criminale imposizione di chi – ma certo: la mafia! –, dopo aver trafugato il cadavere di suo fratello, pone, per restituirlo, la taglia di una ventina di milioni e, più grave, la rinunzia a proseguire un'opera di bonifica terriera che avrebbe dato benessere, dignità e indipendenza alle masse contadine di un depresso latifondo, riscattandole da secolare servitù.

Pare, alla reviviscente Antigone, che maggiore e più alta carità di sorella sia proseguire l'opera vagheggiata ed intrapresa dal defunto, e il resto, il funerale con tutto quel che segue, sia secondario ed esteriore, per quanto legittima, sentita e sofferta, formalità ritualistica. Così decidendo – e non è che non le costi – si mette contro, naturalmente, tutto il paese e gli stessi che le vogliono bene. Ed è molto probabile, anzi certo, che si prenota per una scarica di lupara a breve scadenza. In questo tronco, lineare e chiaro, si attorcigliano parassitariamente complicazioni ed accidenti familiari, passionali, erotici e adulterini più del necessario.

Il rovesciamento del mito primitivo è più apparente che reale e qui consiste l'interesse e la novità del discorso. L'una e l'altra Antigone, risultano, in sostanza, apparentate dalla medesima idealità superiore: la sublimazione dell'amor fraterno, tema stranamente raro nella storia del teatro. Ma è anche proprio per questo, a mio modo di vedere, che più che giovare disturbano non poche giunte romanzesche per quanto abili, a cominciare da una superata servitù sentimentale e sensuale della protagonista per un prepotente barone, neanche a farlo apposta spietato "pezzo da novanta" della mafia locale che la perseguita e muove le fila del delittuoso ricatto.

Personaggio, come altri del suo stampo, compresa la numerosa folla corale regionalistica in agitazione per divergenti ragioni, non esclusa una spolveratura di populismo: tutti psicologicamente e ambientalmente di maniera mentre è suggestivamente genuino ed esaltato fino all'ambiguità, il sentimento della protagonista verso il fratello.

Individuato il punto critico del discorso, consistente in un'insanabile stridore, sul piano del linguaggio, fra una petulante realtà domestica, quasi cronistica, carpita ad orecchio, e il frustrato anelito verso la dilatazione mitica di un non raggiunto lirismo, Anna Proclemer, attrice come nessun'altra sensibile e attenta all'esigenza e all'equilibrio dello stile, è riuscita a rimediarvi, accendendo, sia pure a freddo, la propria anima del calor bianco d'una tragica tensione, già oltre e al disopra del soffrire e dell'agire. Contro di lei, nella sua breve parte, tutta antipatica e carognesca superbia s'è posto Giorgio Albertazzi, barone in bianco: che, come regista, ha cercato ed ottenuto un'atmosfera cupamente allusiva e vagamente in gramaglie di compressa violenza, dominata dalla paura. Le stesse parole andrebbero spese per la massiccia e funerea scenografia di Piero Zuffi, spintasi fin troppo oltre nella stessa direzione. Fra i numerosi altri bravi fin dove lo consentiva la convenzionalità alle loro parti, son da citare: la superstiziosa drammaticità di Marisa Fabbri, l'energica caratterizzazione dell' Hintermann e la semplice verità del Galavotti. La recita era offerta gratuitamente al pubblico in occasione della giornata internazionale dello spettacolo. Un affollamento e un successo da carabinieri. Può essere il modo di risolvere la crisi del teatro considerato che il teatro, dal più al meno, ormai è diventato un mantenuto di Stato.

Carlo Terron

Ultima modifica il Lunedì, 08 Dicembre 2014 23:19
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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