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Bertolt BRECHT - Arturo Ui, regia di Manfred Weckwerth e Peter Palitzsch

la Biennale di Venezia
Berliner Ensemble
regia di Manfred Weckwerth e Peter Palitzsch
con Schall, Florchinger, Naumann, Thate, Kilian, Weiss, Ritsch
La Notte, 23 settembre 1966

Finalmente ci siamo potuti abbeverare alla fonte. Quello che Bayreuth è per Wagner, il Berliner Ensemble è per Brecht. Ed eccolo qui con ben tre dei suoi spettacoli. Questa volta l'han lasciato venire. Speriamo che, dopo lunga attesa, colmata la lacuna, nei prossimi anni – l'hanno promesso ufficialmente, ma quante volte l'hanno promesso? – a Venezia ci si ricordi anhce di un certo Carlo Goldoni. Non dico per fare di lui, e ne avrebbero il dovere e il prestigio e il tornaconto, ciò che ha fatto Salisburgo di Mozart; però almeno ricordarsi che è esistito. Ma evidentemente per la Biennale di Venezia, Goldoni è un autore non gradito.

Sono arrivati in forza, affiancati da mostre, conferenze, dibattiti, convegni; introdotti da un gran daffare dei chierici nostrani, che non stavano più nella pelle, in moto dalla mattina alla sera come cavallette a fare la piazza al profeta dell'estaniamento nei cui riguardi sono palesemente afflitti da complesso paterno. E perché la parabola freudiana fosse completa, c'è stato e dura tutto un cicisbeamento intorno alla vedova: la piccola, grande, Helene Weigel, mater et magistra, nonché sacra basilissa del mistico santuario che, con l'aria di non comandar niente, comanda tutto. Hanno debuttato ieri sera con La resistibile ascesa di Arturo Ui, senza nemmeno uno straccio di prova gnerale. Si capisce che tutto quello che fanno deve essere riservato ai proletari del braccio. Quei poveri proletari della penna che sono i critici drammatici, probabilmente vengono considerati dei borghesi dediti a una occupazione oziosa e approssimativa. Per un'inurbanità del genere, la settimana scorsa è stato giustamente ignorato per protesta uno spettacolo dell'Olimpico di Vicenza.

Pare una fatalità che di Brecht, da noi, si sia destinati a vedere le cose minori e ad ignorare quelle maggiori. Brecht è veramente quello che si vuole che sia nei suoi grandi plagi: è in tre o quattro potenti parabole dove riesce a realizzarsi compiutamente come l'unico creatore moderno di enormi metafore politiche e sociali.

Ma nell'Arturo Ui? Per quanto i difensori d'ufficio si affannino a persuaderci che il copione va letto in controluce al Shakespeariano Riccardo III, figurarsi, non per niente lui stesso che lo scrisse, lo lasciò nel cassetto per quindici anni e, vivo, non lo mandò mai in scena. E si comprende. Terminato nel 1941, per quanto lucido giudice potesse essere del nazismo, per qunato sardonico sberbeggiatore, non poteva avere la completa visione del terremoto storico che esso fu, tutta la sua orrenda profondità. Tutto al più, anche all'osservatore maggiormente pessimista, poteva apparire un'edizione sinistra, grottesca e criminaloide di quell'operetta che fu il fascismo.

Le successe, in un certo senso, quel che successe a Chaplin con il Dittatore: la realtà era infinitamente più spaventosa.

Insomma, ragionando col senno di poi, si ha l'impressione che Brecht lo prenda alquanto sottogamba e il primo ad avercela dovette essere lui stesso. Diciamo la verità, come si fa a ridurre un fenomeno storico di quella teribile portata, alla parodia di una cronaca di gangster che terrorizzano una città americana per impossessarsi del trust dei cavoli? E, per giunta, con la pretesa, tirata per i capelli, di fare, in compagnia dell'hitlerismo, il processo al capitalismo e alla borghesia; col semplicismo farsesco e l'infantile ingenuità di un umorismo da birreria di tipica marca teutonica, volendo far coincidere, punto per punto, gli avvenimenti prebellici del terzo Reich, con gli intrighi, la corruzione, le prepotenze e i regolamenti di conti di una mafia dei mercati, arrivando, quasi non bastasse, alla puntigliosa petulanza di giocare sull'assonanza dei nomi, dove Ui corrisponde ad Hitler, Giri a Goering, Givola a Goebbels, Roma a Röhm, Dullfeet a Dolfus, Dogsborough a Hindelburg e via discorrendo. È fin troppo palese che si tratta di una impalcatura che non riesce a reggere il peso dell'edificio: un guardare la luna col cannocchiale alla rovescia. Così com'è, con un po' di grinta, l'Arturo Ui avrebbe potuto scriverlo anche Garinei e Giovannini, si fa per dire.

Il merito non indifferente dei due registi firmatari dello spettacolo: Manfred Weckwerth e Peter Palitzsch consiste proprio nell'aver avvertito la inadeguatezza della metafora e, nei limiti del poco possibile, avervi posto rimedio. Il tono di esteriore e dichiarata parodia, così piacevole ma anche così deludente, dell'esecuzione di qualche anno fa, data, da noi, dallo Stabile di Torino, qui risulta sostituito da un continuo sottofondo di sinistra minaccia.

Siamo in pieno espressionismo spettacolare. Non tanto nella spedita recitazione, sostanzialmente realistica e per niente aliena da effetti farseschi e fin troppo facili del "gogs"; quanto negli atteggiamenti e nell'allucinante sarcasmo delle truccature, degne delle più denigratorie caricature di Grosz. Nessuno degli interpreti m'è parso spiccare con personalità eccezionale; tutti però ammirevolmente fusi, adeguati, precisi ed efficaci, ad eguale, ottimo livello. Citerò i più in vista: lo Schall, delirante protagonista, il Florchinger, il Naumann, il Thate, il Kilian, il Weiss, la Ritsch; senza passare sotto silenzio il Von Appen e l'Osalla, autori rispettivamente di scena e costumi e delle musiche. Una certa aria di terrorismo ideologico, quella che, c'eravamo preparati; ma, se Dio vuole, nemmeno l'ombra dell'estaniamento, dell'epicità, del didascalismo da scuola serale, delle rarefazioni, delle estenuazioni, del calligrafismo, e del "ralentì" di certi celebranti di nostra conoscenza. Insomma, abbiamo scoperto, ieri sera, un Brecht che si lascia prendere in confidenza, che non fa paura, che può essere perfino divertente e non ci costringe a stare in teatro fino alle due di notte. Personalmente per noi, questo è importante.

Carlo Terron

Ultima modifica il Lunedì, 08 Dicembre 2014 23:31
La Redazione

Questo articolo è stato scritto da uno dei collaboratori di Sipario.it. Se hai suggerimenti o commenti scrivi a comunicazione@sipario.it.

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