martedì, 16 luglio, 2019
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INTERVISTA a ANNA MARIA PRINA - di Michele Olivieri

Anna Maria Prina. Foto Yulia Maximova Anna Maria Prina. Foto Yulia Maximova

Carissima Anna Maria, mi regali un ricordo nelle vesti di allieva legato alla Scuola di Ballo scaligera, al di là della magia del luogo, dei sacrifici, delle rinunce, dei sogni... qual è il momento di maggior tenerezza e poesia che ti lega ai tuoi inizi tersicorei?
Ricordo con molta tenerezza la piccola Prina di nove anni, che nel 1952 disse alla sua mamma, indicando una locandina del Teatro alla Scala, "Mamma voglio andare lì" - senza neppure sapere cosa fosse quel "lì". Quella bimba era semplicemente affascinata dalla affiche scaligera con i suoi arabeschi e la croce rossa che sovrastava. La locandina era il Bando di Concorso per la Scuola di ballo della Scala.

Mentre in qualità di Direttrice, nomina che hai mantenuto ininterrottamente per ben 32 anni al servizio dell'arte coreutica?
È impossibile estrapolare un solo ricordo. Gli anni della mia Direzione sono stati tutto un susseguirsi di emozioni e di incontri con grandi e piccini che hanno riempito il mio cuore.

Quanto è cambiata, in termini evolutivi e fisici, la disciplina classica da ieri ad oggi?
Il grande cambiamento è quello fisico. Per motivi storici e sociali i ragazzi beneficiano di uno sviluppo fisico sempre più armonico e strutturalmente più idoneo alla danza (oggi sono rari i baricentri bassi con cui si identificavano le ballerine mediterranee). Per questo la tecnica classica si è sviluppata ed evoluta atleticamente – quindi più salti, più giri, gambe più alte –, ma spesso non qualitativamente e artisticamente.

Ognuno di noi possiede dei miti o dei riferimenti, quali sono stati i tuoi?
I miei miti di sempre, presi come esempio e riferimento sono: Marius Petipa, Maia Plisezkaia, Margot Fonteyn, Natalia Makarova, George Balanchine, Rudolf Nuryev, Eric Bruhn, Antonio Gades, Mats Ek, Mikhail Baryshnikov, Angelin Preljocaj.

L'arte coreutica è anche dolore e fatica fisica oltre alla responsabilità di non deludere mai il pubblico. A te la danza ha dato tantissimo ma la danza nei tuoi confronti quanto ti è debitrice?
Spero che il mondo della danza mi sia grato per aver trasmesso a giovani e meno giovani la mia inesauribile passione, il mio entusiasmo e tutto ciò che ho appreso dai grandi Maestri che ho avuto l'opportunità di frequentare in Italia e nel Mondo. Per me sarebbe di grande soddisfazione sapere che ognuno dei miei allievi, ovunque nel mondo, possa ricordarsi dei miei insegnamenti.

Che nesso ritieni ci sia tra "danza" e "religione"? Quale sottile filo le lega?
Penso che danza e religione possano avere in comune la scoperta di una vocazione, il senso del sacrificio, la forte dedizione. Ma anche il piacere di donare, nel caso della danza di regalare grandi emozioni al pubblico e il proprio sapere agli allievi.

La passione per la danza è sempre la stessa o nel tempo muta?
La passione per la danza è già cambiata! Oggi sono pochi i giovani appassionati alla danza classico-accademica, poiché richiede uno studio, anche teorico, prolungato negli anni e dedizione assoluta. Al contrario è aumentata esponenzialmente – grazie anche a programmi televisivi – la passione per altri tipi di danze che sono più libere e non richiedono uno studio severo e prolungato.

Dall'alto della tua autorevolezza cosa manca nel panorama attuale a livello di insegnamento? A che punto siamo con lo studio della danza e del balletto in Italia?
Ci sarebbe molto da dire sull'insegnamento in Italia. In generale, mi limito a constatare che vicino ad alcune scuole di ballo che ottengono ottimi risultati, ve ne sono moltissime scadenti con insegnanti di inadeguata preparazione e senza l'umiltà di riconoscere la necessità di perfezionarsi e approfondire la metodologia. Questa situazione è dovuta al fatto che legalmente in Italia chiunque può insegnare in una scuola di danza privata! Questo è un problema che dura tristemente da moltissimi decenni. E parimenti non viene regolata l'idoneità dei locali in cui si insegna la danza classica. Diversa è la situazione per i Licei coreutici, che l'Accademia di danza di Roma ha aperto in Italia da qualche anno presso scuole statali e non: gli insegnanti forniti dall'Accademia provengono tutti da un percorso di Laurea in Danza con abilitazione all'insegnamento. Anche la nostra scuola scaligera ha appena ottenuto l'autorizzazione ad erogare lo stesso corso di laurea. Nel panorama delle scuole private non dobbiamo infine dimenticare quelle che sono riconosciute dal CONI come associazioni sportive e che quindi sono titolate a rilasciare attestati di idoneità all'insegnamento della danza. Peccato che gli attestati vengano rilasciati anche solo dopo un seminario di pochi giorni! È triste constatare come nel Paese della cultura e culla della danza non siano radicate l'attenzione alla qualità e la ricerca del perfezionamento di un'arte che richiederebbe anni di pratica su palcoscenico, accanto ad una buona formazione.

Come si può preservare e salvaguardare lo "stile" dei balletti di repertorio?
È responsabilità dei Direttori e dei Maitres de ballet dei Corpi di ballo delle Fondazioni e delle Compagnie mantenere lo stile dei vari balletti di repertorio senza cedere a contaminazioni con movimenti moderno-contemporanei per "svecchiare" il balletto. Quindi è importante che i teatri scelgano Maestri competenti in grado di tramandare lo stile dei balletti di repertorio.

Mi racconti la Milano di Giorgio Strehler, di Paolo Grassi e del Piccolo Teatro indissolubilmente legati anche alla Scala... che anni erano, che fermento culturale si respirava, cosa rimpiangi maggiormente di quel periodo meneghino?
Potrei scrivere un libro su quella bella Milano! Mi limito a far sentire il profumo della cultura che allora era addirittura palpabile, grazie a tanti personaggi colti e intelligenti che collaboravano alacremente e con creatività alla messa in scena di spettacoli rimasti mitici. Solo per citarne alcuni: "La vita di Galileo", interpretato dal geniale Buazzelli, con scene di Ezio Frigerio; le opere brechtiane "Santa Giovanna dei Macelli" e "L'opera da tre soldi"; l'intramontabile "Arlecchino servitore di due padroni" interpretato da Ferruccio Soleri sotto la regia di Giorgio Strehler. Da ricordare anche il regista Virginio Puecher, la splendida Valentina Cortese, Franco Graziosi. Per me, giovane donna di teatro, era meraviglioso essere ispirata e apprendere da grandi artisti, capitanati da Strehler e Grassi. Cosa rimpiango? Sicuramente i due fondatori del Piccolo Teatro, così complementari, il fermento artistico e culturale che hanno saputo creare riunendo intorno a loro, al Piccolo, oltre ai più geniali artefici della scena, anche intellettuali, appassionati, esponenti dell'industria e dell'economia. Cito una bellissima affermazione del grande uomo di teatro e impresario Paolo Grassi: "Il Teatro va fatto con una tensione morale e intellettuale".

Hai formato intere generazioni di danzatori, la gratitudine o per lo meno la riconoscenza oggi quanto contano e per tua diretta esperienza sono ancora dei sentimenti vivi, ben radicati?
Posso dire che la gratitudine è un sentimento fondamentale nella vita, ma alquanto raro nel mondo della danza. Per fortuna nella mia vita ho ricevuto molta riconoscenza e gratitudine, con mia grande gioia, poiché ho sempre lavorato con instancabile passione, al massimo delle mie possibilità e per il bene degli altri - siano essi collaboratori o allievi. Ho constatato che il sentimento della riconoscenza proviene dall'ambiente famigliare, che è in grado di influenzare il comportamento dei ragazzi attraverso insegnamenti e buon esempio. Generalizzando, aggiungo che spesso l'ingratitudine alberga maggiormente nei ragazzi che hanno raggiunto buoni livelli di notorietà e quindi diventano tristemente autoreferenziali. Per fortuna sono pochissimi! Quindi direi che gratitudine e riconoscenza sono sentimenti nobili ancora vivi, sebbene non radicati.

A tuo avviso come si riconosce un buon Maestro di danza? Quali sono le qualità (oltre all'esperienza e allo studio) che non possono prescindere da tale figura?
Vorrei sottolineare che un buon insegnante di danza deve necessariamente aver seguito un percorso didattico valido, avere esperienza di palcoscenico e un'ampia preparazione per l'insegnamento. Questa è la base forte su cui poggia la personalità del docente, che deve essere una persona equilibrata (proibita l'educazione altalenante), in grado di cogliere la personalità di ogni allievo, sapersi esprimere in differenti modi per farsi capire da tutti gli studenti, saper essere severo e intransigente nello studio e allo stesso tempo comprendere le difficoltà e i tempi d'apprendimento del singolo. Molte altre doti potrei elencare, ma mi limito ad aggiungere che il Maestro di danza deve essere musicale ed empatico.

Hai tradotto dal russo il testo di N.P. Bazarova, per chi non lo conoscesse come ti piacerebbe riassumerlo?
Il libro "La danza classica" di Nadejda Bazarova, ultima allieva di Agrippina Vaganova, è un manuale di fondamentale importanza che verte sui corsi lV e V, che sono proprio i più difficili secondo il Programma dell'Accademia Vaganova di San Pietroburgo. Lo definirei una pietra miliare nell'insegnamento della Danza classico-accademica, un testo che ogni Maestro di danza dovrebbe tenere a portata di mano.

Tu sei sempre stata una Direttrice innovativa: quali principali novità hai apportato nell'insegnamento della danza alla Scala?
Sotto la mia Direzione, ho inserito lo studio della storia del balletto e della musica, e ho ideato (insieme ad un team di esperti) una preparazione atletica ad hoc per i futuri ballerini: sessioni di educazione fisica che includevano anche Feldenkrais, sbarra a terra e Pilates. Ho inoltre ripreso le danze di carattere e inserito lezioni di danza spagnola, passo a due e repertorio. Evidentemente in quel periodo post Bulnes la Scuola aveva bisogno di una forte spinta didattica per mettersi alla pari con le altre scuole internazionali. In seguito ho istituito corsi di propedeutica, corsi per Insegnanti di danza e per pianisti accompagnatori alla danza. Grazie all'aiuto di persone illuminate come Rosa Calzecchi Onesti (esperta dell'allora Provveditorato), il Preside Umberto Diotti e Sergio Escobar, ho realizzato "la sezione sperimentale ad indirizzo coreutico presso la Scuola di ballo del Teatro alla Scala", appoggiata al liceo scientifico Vittorini "con programmazione propria strutturata su materie coerenti con gli impegni professionali futuri degli allievi". Durò pochissimo, perché alcune forze politiche si opposero!

Ti sei sempre posta l'obiettivo di promuovere e diffondere l'arte della danza, e ciò è avvenuto ampiamente grazie alla tua lungimirante Direzione in Scuola di Ballo. Di cosa ti senti maggiormente felice guardando al tuo passato professionale?
Molti sono i traguardi che sono riuscita a raggiungere negli anni della mia direzione. Dal 1975 ho introdotto lo studio della danza contemporanea, inserendola negli spettacoli con musiche composte appositamente da autori come Ivan Fedele e Pat Metheny: quei brani fecero "scandalo" in Teatro perché a quei tempi non capivano il genere, neppure il direttore artistico. Grande soddisfazione mi hanno dato anche gli spettacoli didattici per le scuole che sono riuscita a mettere in scena con gli allievi scaligeri alla Piccola Scala e in altri teatri, circa trenta all'anno (prima che la Sovrintendenza li cancellasse anni dopo). Quanto alla nomea scaligera all'estero, fra i tanti episodi del passato, ricordo con grande piacere la tournée in Giappone da me organizzata con i colleghi giapponesi e poi l'emozione di portare a Mosca, sul palcoscenico del Teatro Bolshoi, un trio moderno che iniziava e finiva senza musica – cosa che per il pubblico di allora era veramente inusuale. Fummo accolti benissimo! Concludo ricordando la mia soddisfazione quando, dopo alcuni anni di lavoro alla Direzione della Scuola con frequenti viaggi all'estero, non mi sono più sentita dire "...ma come? La Scala ha una Scuola di ballo?".

Un tuo personale messaggio ai tanti allievi, così orientati verso i talent televisivi, affinché comprendano l'importanza dello studio oltre che pratico anche teorico legato alla storia della danza e del balletto, ad una educazione verso il bello e a ciò che dona un arricchimento culturale, per risultare dei ballerini tanto più completi e consapevoli?
Nella domanda Michele hai già esposto alcuni punti interessanti, ma vorrei soprattutto precisare che il messaggio andrebbe rivolto non solo ai giovani allievi ma anche agli insegnanti. È importante ricordare che l'arte della danza – capace di appassionare intere generazioni – richiede uno studio serio, che parte dalla classica, per poi virare verso il contemporaneo, il jazz, la modern dance o altre discipline. La danza richiede impegno e dedizione, oltre a una grande attenzione verso modelli positivi del presente e del passato. La danza regala momenti di grande gioia a chi sa aspettare il momento giusto.

A quali produzioni, sia in veste di coreografa che in quelle di danzatrice, sei rimasta più legata artisticamente?
In veste di ballerina, direi subito tre nomi: "Serenade", "Cenerentola" e "Eloge à la folie". Per il primo balletto sono stata scelta da Balanchine in persona quando ero ancora allieva e l'emozione fu infinita. Per "Cenerentola" fui scelta dal coreografo Alfred Rodrigues appena rientrata dalla Russia e per il terzo balletto fu Roland Petit, con cui avevo già ballato fin da giovanissima, ad affidarmi il primo passo a due della mia vita. Ma anche un altro balletto mi è rimasto nel cuore: "La bella addormentata" di Nureyev. Rudy, nel 1966, creò il ruolo della fata dei lillà per me e alle ultime prove di scena Margot Fonteyn mi fece il regalo di trasmettermi le sue correzioni. In veste di coreografa, ricordo con particolare emozione le opere liriche "Le nozze di Figaro" e "Falstaff": fu un lavoro coreografico intenso che svolsi sotto la guida di Giorgio Strehler e alcune volte di Riccardo Muti, spesso in antitesi con il grande regista. Per me fu una grande opportunità di apprendimento.

A distanza di anni a chi va la tua massima gratitudine per i Maestri avuti nel periodo di formazione tersicorea e perché?
Sicuramente alla mia Direttrice Esmèe Bulnes e alla Maestra Elide Bonagiunta. La prima mi insegnò il rigore e la disciplina e nel contempo l'estro creativo, mentre la seconda la grazia e l'eleganza. Per gli anni di perfezionamento, devo la massima gratitudine ai Maestri russi che mi hanno illuminata sul significato della danza e sulle modalità di insegnamento. Per primo Asaf Messerer, che mi ha insegnato "la logica", e anche Marina Semionova energica, senza fronzoli e precisa nelle linee; la mia Maestra personale Vera Vasilieva di grande classe e pulizia, Elizaveta Gerdt con la sua gestualità ottocentesca e fermezza contemporanea, Olga Iordan con i suoi esercizi di velocità incontenibile.

Recentemente hai ricevuto la qualifica di Direttore Artistico del Premio MAB, raccogliendo il testimone professionale del M° Roberto Fascilla, ideatore dell'evento e indimenticabile Direttore Artistico fin dalla sua prima edizione. Quali sono i sentimenti per questa nuova nomina, e soprattutto qual è il tuo ricordo per Roberto, un uomo ed un artista che ha sempre messo passione, anima e generosità per la Danza e per i giovani senza mai risparmiarsi?
Ho ricevuto questa nomina per volere di Roberto stesso. Lo conosco fin da piccola, lui primo ballerino e io giovane allieva. Per molti anni ho provato soggezione per il danzatore tanto più importante di me, ma con il passare del tempo, come sempre succede, le distanze sono diminuite e siamo diventati colleghi. Negli ultimi dieci anni in particolare ci siamo avvicinati e abbiamo collaborato scoprendo molte cose in comune. Posso dire che il Fascilla artista era una persona competente, onesta, rispettosa e comprensiva; era anche un gran lavoratore che non si è mai risparmiato. Ha dato molto alla danza sia come ballerino sia come coreografo, direttore e didatta.

A tuo parere nel panorama odierno teatrale, si compra di più l'opera, o si compra piuttosto l'artista?
Mi sembra che nel panorama italiano si compri lo spettacolo riferito a musical, prosa e opera lirica, mentre nel balletto credo che la forza trainante sia l'artista.

Cosa un giovane ballerino non dovrebbe "mai" fare?
Essere presuntuoso e arrogante.

Per concludere, possiamo affermare Anna Maria che forse oggi la "tradizione è la vera innovazione"?
In un certo senso direi di sì Michele. Molti cercano di innovare scordando o non conoscendo il nostro passato, dal quale bisognerebbe sempre partire col ragionamento creativo e colto per poter realizzare un'opera veramente innovativa.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Martedì, 09 Aprile 2019 15:25

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