mercoledì, 20 marzo, 2019
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INTERVISTA a MAURO ASTOLFI - di Michele Olivieri

Mauro Astolfi. Foto Cristiano Castaldi Mauro Astolfi. Foto Cristiano Castaldi

Mauro Astolfi attualmente uno tra i più prolifici e acclamati coreografi sulla scena internazionale fonda nel 1994 "Spellbound Dance Company", oggi "Spellbound Contemporary Ballet". I lavori da lui creati per "Spellbound", costituiscono un vasto repertorio sempre più richiesto dal mercato internazionale, esportati fino ad ora con successo in Francia, Svezia, Cipro, Serbia, Romania, Lussemburgo, Svizzera, Asia (Hong Kong, Tokyo, Taichung, Guantong), Indonesia, Spagna, Russia, Austria, Bielorussia, Stati Uniti, Croazia, Germania, Inghilterra, Israele, Canada e America del Sud. Alcune creazioni nel mondo: "Kitonb Extreme Theatre Company", "Theatreschool" di Amsterdam, "Balletto di Roma", "Szegedi Kortárs Ballet" di Budapest, "I Promessi Sposi - Opera moderna", "Liepziger Ballet" di Lipsia, "River North Chicago", "Ballet X" di Philadelphia, "Humanology" (Oriente Occidente), "Gartner Platz Stadttheater Klagenfurt" di Monaco, "Arts Umbrella Dance Company" di Vancouver, "Pro Arte Danza" di Toronto, "Israel Ballet" di Tel Aviv, "Theater Magdeburgh", Incol Ballet - Companīa Colombiana de Ballet" di Cali, "Backhaus dance- Orange County" (USA). Oltre all'attività di coreografo Mauro Astolfi è costantemente impegnato come guest teacher nei maggiori centri di danza di Tokyo, Parigi, Londra, New York, Zurigo, Stoccolma, Amsterdam, Los Angeles, Tel Aviv oltre che in numerose strutture italiane. Dall'ottobre 2009 è inoltre Direttore Artistico del Dipartimento Contemporaneo del Centro D.A.F. – Dance Arts Faculty – Progetto Internazionale di Danza e Arti Performative a Roma e dal 2016 è docente di tecnica contemporanea presso la Scuola del Teatro dell'Opera di Roma.

Carissimo Mauro, leggiamo di tue creazioni in Israele, in Germania, in Colombia, negli Stati Uniti, prossimamente al Teatro di Trier in Germania. E la compagnia da te diretta "Spellbound Contemporary Ballet" che esplora praticamente tutti gli angoli del mondo in una tournée che sembra non finire mai. Come gestisci tutto questo, come riesci a mantenere alta la creatività?
Ciao Michele, questa è una domanda che mi sono posto più volte, una paura che ho avuto, soprattutto la cosa peggiore che possa capitare a chi fa la nostra professione è proprio quella di cominciare a lavorare per "esperienza" e non sentire più la reale necessità e l'importanza di dire qualcosa. Ma per fortuna l'accedere in una sala prove, in un teatro resetta completamente qualsiasi pensiero, qualsiasi tensione o qualsiasi aspettativa. È un momento dove rientro in me stesso, dove ritorno bambino, o meglio dove perdo la percezione dei pensieri e dei loro automatismi, per ritrovare quel "vuoto" in cui ogni volta rinvengo poi tutto.

Quindi la coreografia per te è un fenomeno introspettivo, una sorta di viaggio dentro te stesso?
Sì, lavorare attraverso i movimenti è una delle esperienze più emozionanti, più autentiche, più profonde che mi siano capitate. Non ho mai veramente capito così tante cose di me stesso, se non attraverso il tipo di conoscenza che si sviluppa mediante un corpo connesso alla propria sfera emotiva e mentale mentre ti muovi. È difficile stabilire costantemente questo sincronismo e questo unisono, ma quando ciò accade il movimento si manifesta, la creazione non è più la tua, perdi la sensazione di essere così fortemente l'autore, ma si sperimenta un nuovo stato d'essere. È un po' come indossare un visore per la realtà virtuale, in cui allungando una mano, una gamba o toccando qualcuno ci fosse un'amplificazione delle percezioni, qualcosa che va sicuramente oltre il fatto di assemblare dei movimenti.

Il tuo linguaggio coreografico comunque è considerato ormai in ambito internazionale come una delle espressioni più interessanti dell'attuale danza contemporanea. Credi che tu abbia inventato una sorta di metodo coreografico?
Assolutamente no, non ho un metodo, potrei forse parlarti Michele dell'assenza di un metodo, ma certamente non si parla di qualcosa che possa essere in qualche modo codificato o quant'altro. Il mio lavoro ha una riconoscibilità stilistica, ma non me la sentirei di definirlo diversamente se non una mia personale espressione di un gusto, di una intima ricerca, anche se quest'ultimo sostantivo non è propriamente esatto.

A proposito del concetto di ricerca, cosa significa per te fare ricerca nella danza contemporanea?
Ho sempre un piccolo momento di terrore quando mi viene posta questa domanda, perché la letteratura spesa in ambito di "danza contemporanea" si è prestata forse ad una delle più potenti e noiose strumentalizzazioni mai concepite in ambito artistico. Questa terrificante esigenza di dover collocare, di chiudere in un ambito, di delimitare un confine al lavoro di una compagnia, del pensiero di un coreografo, trovo che sia ciò il vero processo di svilimento della creatività umana. Non si ricerca nulla nella danza, per quanto mi riguarda ho imparato a procedere per eliminazione, togliendo tutto quanto non era necessario, a partire dalle mie insicurezze, dalle mie paure, lottando quotidianamente per non sviluppare aspettative. Quando si riesce a mettere in pratica tali sentimenti, allora rimane l'essenza del pensiero, una semplice ed istintiva esigenza di raccontare il proprio mondo mediante una serie di visioni e di intuizioni giunte a noi dal "corpo". Non è veramente possibile non raccontare qualcosa, non ho mai creduto nella parola ricerca, soprattutto nell'accezione del termine più abusato in questi ultimi tempi... c'è chi ha già pensato ad inventare ogni cosa, bisogna solo eseguire un'attenta pulizia su se stessi, svuotarsi con cura così da far nascere in modo del tutto naturale la nostra danza, quella più vera e autentica.

Realizzare lavori per teatri e compagnie all'estero rispetto al lavoro che crei per "Spelbound Contemporary Ballet" in cosa si diversifica? Hai una preferenza in tale senso?
Lavorare con i miei danzatori, quelli con i quali lavoro abitualmente è chiaramente un processo più immediato, più naturale, il grado di collaborazione che si stabilisce arriva a toccare dei punti più profondi, ma allo stesso tempo creare su danzatori classici (come mi accade sovente in questi ultimi anni per compagnie accademiche) ha manifestato delle sorprese esaltanti. Vedere un professionista ultra trentenne che ritrova se stesso, che riscopre qualcosa che probabilmente non percepiva più da tempo - ad esempio un entusiasmo sopito dopo anni di carriera - è un'esperienza che mi ha commosso profondamente. In quell'istante ti rendi conto di quanto il movimento sia la traccia del tuo essere, e quindi anche come la mancanza del gesto al di fuori della codificazione del balletto classico (ad esempio), possa racchiudere una serie di colori, sfumature e sapori chiusi da troppo tempo in un immaginifico barattolo di vetro.

Da quello che dici Mauro, sembra che oltre la danza non ci sia molto spazio nella tua vita per altro, che sia un'esperienza che pervade il tuo quotidiano?
Ho sempre pensato che ci si prende vacanza da qualcosa che non ti interessa, da qualcosa che non ti piace, la danza è sicuramente un lavoro, ma per me è un interesse profondo, lo è sempre stato, e con gli anni non è mai diminuito, ho cambiato mille volte il mio gusto, ho cercato di capire che cosa avevo bisogno di esternare attraverso il corpo. Tutto ciò ha riempito ogni aspetto della mia vita, non penso alla danza come una professione ma ad un qualcosa di più nobile... il vedere certi sguardi dei ragazzi in sala prove o in scena mi colpisce con più attenzione che non vedere il loro corpo, permettendomi così di scoprire aspetti incredibili di assoluta purezza.

Come tutte le strade, i percorsi di successo, diventa praticamente inevitabile che questo non venga in qualche modo copiato, più o meno clonato. Cosa ne pensi a riguardo?
Che dirti Michele, come dici tu è un processo inevitabile, inarrestabile. Prendere invece ispirazione da qualcuno è un processo importante, fondamentale come respirare, è nuova vita, necessario! Assemblare cose esistenti, fare copia e incolla di lavori miei o di altri artisti e poi proporli come propri è un segno lampante per cambiare professione, cercando così di riscoprire un canale in cui essere autori di un qualcosa, soprattutto "autori di se stessi". Magari questi personaggi diventerebbero ricchi, famosi e invidiati... facendo tutt'altro che danza!

Cosa pensi che accadrà nel sistema della danza italiana? Se dipendesse da te cosa vorresti modificare in modo radicale?
Mi piacerebbe che si smettesse di pensare che si possa in qualche modo risvegliare una coscienza collettiva. Spesso questo proposito - di per sé assolutamente nobile e auspicabile - rappresenta un ulteriore alibi in attesa che la collettività si risvegli... Credo che il processo sia personale e individuale per capire come far funzionare meglio se stessi. Cominciare a dirsi la verità, piuttosto che pensare successivamente a creare organismi, assemblee, collettivi, gruppi di lavoro, dove spesso si pensa di lavorare insieme per un obiettivo comune, ma che invece si sta solo esclusivamente cercando di realizzare il proprio tornaconto. Ho letto di tutto, ho sentito di tutto, e piace molto dire l'"unione fa la forza", ma quale unione? Un'unione di propositi, un'unione di reale volontà di procedere nella stessa direzione? O semplicemente ci piace pensare che stiamo facendo la nostra lotta politica, la nostra rivoluzione culturale, quando spesso non si sa neanche per cosa si sta lottando e cosa si sta affermando, se non ripetere gli stessi concetti già espressi da altri milioni di volte! Sovente si confondono i significati, e si pensa di stare tutti insieme sulla stessa barca, remando nella medesima direzione, per scoprire poi che non è affatto così. Bisognerebbe partire molto dal basso, fare tanti passi indietro per poter poi comprendere che la danza – con i suoi significati, funzionamenti, potenziali e risorse – non è altro che un riflesso di quello che siamo in realtà.

Nella tua carriera hai creato molte coreografie, sei particolarmente legato a qualcuno di loro, c'è qualcosa che non vorresti mai che uscisse dal tuo repertorio?
Guarda parli con uno per il quale il repertorio se non esistesse sarebbe più felice, nel senso che trovo interessante che ogni artista ed autore, ogni anno, possa realizzare uno o due lavori e promuovere solo quelli. A mio avviso è bene far girare il più possibile solo le creazioni recenti, quelle che sono maggiormente in linea con la reale percezione del presente. Spesso rielaboro, ritocco, cerco di perfezionare i lavori più dotati, anche quelli che hanno prodotto per "Spellbound" un grande successo in tutto il mondo, perché trovo che ogni opera coreutica, anche quella riuscita meglio necessiti di essere "dinamizzata" nuovamente. Spesso mi scontro invece con una esigenza di non toccare un lavoro di successo, ben riuscito, forse è giusto così, non lo so, in questo caso parlo ovviamente solo di cosa mi piacerebbe, ma mi rendo conto che nella vita pratica questa mia idea è assolutamente inapplicabile. Rimanere affettivamente legati ai propri successi del passato credo sia un fenomeno alquanto triste, è una sorta di attaccamento inversamente proporzionale allo scorrere di una reale capacità creativa. Posso nutrire sentimenti di profonda gratitudine per un lavoro che mi ha donato tanto, ma conservarlo in un museo virtuale dei propri ricordi e farlo diventare al pari di una "statua" decisamente non fa per me.

Come per tutti gli artisti che hanno definito e delineato tratti importanti nella cultura artistica contemporanea, la carriera è anche segnata da lavori non apprezzati se non criticati. Credo questo sia successo anche a te, anche se in Italia hai creato una vera e propria rivoluzione con il tuo lavoro?
Assolutamente sì, ci sono stati dei miei lavori stroncati completamente dalla critica, altri che magari personalmente ritenevo meno interessanti invece osannati. Cosa posso farci? Cosa possiamo farci? La rivoluzione che tu dici Michele io la portai anni fa, era una mia rivoluzione personale, serviva a me, non sapevo cosa sarebbe successo, e se mi avesse condotto da qualche parte... Ma una rivoluzione una volta iniziata non si lascia mai, questo aspetto lo ritrovo in tutte le cose che eseguo, a prescindere dal fatto che si possa notare all'esterno o meno. Se si ama quello che si fa si rivoluziona qualcosa ogni giorno. Si compie una rivoluzione quotidiana!

Michele Olivieri

Ultima modifica il Martedì, 05 Marzo 2019 13:30

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