lunedì, 10 dicembre, 2018
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INTERVISTA a IVAN RISTALLO - di Michele Olivieri

Ivan Ristallo. Foto Luisa Briganti Ivan Ristallo. Foto Luisa Briganti

Ivan Ristallo, attore, coreografo, danzatore, regista, docente di Teatro-Danza e Motivational Training si diploma presso l'Accademia di Danza Susanna Beltrami a Milano. In seguito entra a far parte della "Lindsay Kemp Dance Company", importante realtà di teatro-danza a livello internazionale. Viene scelto, tra decine di attori provinati, dal famoso regista e coreografo Lindsay Kemp come protagonista della sua particolarissima versione di "Histoire du soldat". Nel primo atto dello spettacolo "Kemp Dances", divide la scena con il Maestro Kemp. Nel secondo atto, in scena con Daniela Maccari, interpreta "Mi Vida", coreografia di grande impatto, creata dal coreografo Luc Bouy per le due étoile Luciana Savignano e Massimo Murru, appositamente rimontata per l'occasione. Lo spettacolo è stato in tour in alcuni dei più grandi teatri italiani tra cui il Teatro Brancaccio di Roma, il Rossetti di Trieste, il Teatro Due di Parma, il Teatro Duse di Genova e in tutta la Spagna, registrando il sold out ad ogni replica. Nel 2013 esce in tutte le sale italiane Uci Cinemas il film "Italy Amore mio" di Ettore Pasculli di cui Ivan Ristallo è coprotagonista nella parte del ballerino Cristian Botta. Nel film recita anche la sua prima insegnante di danza, la coreografa Susanna Beltrami. Il debutto sulle scene avviene giovanissimo nella compagnia di Micha van Hoecke, che lo conferma come interprete per dieci produzioni tra cui "Carmina Burana", "Macbeth", "MariaCallas" e "Faust". In seguito balla professionalmente le coreografie di Luc Bouy, Giuseppe Carbone, Anna Cuocolo. Fondamentale per la sua formazione artistica è l'incontro con la coach dell'Actor Studio di New York Ilza Prestinari. Segue i suoi corsi di recitazione per diversi anni. In seguito si diploma in arte drammatica presso l'Accademia Teatro Azione. Tutt'ora, in qualità di assistente, continua il lavoro di method acting. Il coreografo belga Luc Bouy rimonta per lui "L'aprés-midi d'un faune", coreografia creata in origine per il Teatro dell'Opera di Roma. Il pezzo, di undici minuti, fa parte dello spettacolo "Isole Tersicoree", il primo della compagnia fondata da Bouy. Segue un intenso periodo come attore di teatro che lo porta ad alternare ruoli contemporanei e trasgressivi come ne "Il lottatore" scritto e diretto da Fabrizio Ansaldo, a ruoli classici, tra cui Giasone in "Medea", Dioniso in "Baccanti" di Melissa Regolanti e "Ippolito" di Marco Blanchi che lo vede protagonista. Lavora in televisione nel film "Fratelli Detective" per la regia di Rossella Izzo nel ruolo del Poliziotto. In qualità di insegnante-coreografo, ha tenuto corsi di teatro-danza presso le scuole: Teatro Azione diretta da Isabella Del Bianco, Free Mistake Projet diretta da Francesca Viscardi, La Fonte di Castalia diretta da Marika Murri e l'Ambasciata Americana a Roma. Tutt'ora tiene laboratori permanenti e workshop di teatro danza e motivational training presso la scuola di recitazione romana Kairos Teatro ed è inoltre docente presso l'Accademia professionale di recitazione Kairos Accademy diretta da Giancarlo Fares.

Carissimo Ivan come hai conosciuto Lindsay Kemp?
Nel modo più semplice in cui molto spesso avvengono gli incontri professionali. Seppi che stava cercando performers per la sua compagnia e gli mandai il mio materiale.

Puoi raccontarmi qualcosa in particolare della vostra amicizia?
Non ho mai conosciuto nessuno capace di così tante attenzioni, piccoli gesti improvvisi che ti facevano sempre sentire importante. Lindsay era innamorato dell'amore nel senso più grande del termine. Era molto fisico anche nel comunicare i suoi sentimenti, e io credo di non essere mai stato corteggiato artisticamente in un modo così elegante. Durante gli spostamenti in auto ci sedevamo sempre vicini, sul sedile posteriore, e lui mi raccontava molti episodi della sua vita. E questo succedeva anche prima degli spettacoli, nel suo camerino, mentre mi truccava. Perché lo voleva fare sempre lui. E poi le risate, le sue battute continue... non è affatto scontato che un artista del suo calibro sia stato anche una delle persone più divertenti che abbia mai incontrato.

Fino all'ultimo hai collaborato con Lindsay in "Kemp Dances". Mi racconti la genesi e l'evoluzione di questo spettacolo per chi non l'avesse visto?
In realtà quando sono entrato in compagnia "Kemp Dances" stava in scena già da un paio di anni. Il titolo dello spettacolo gioca sul doppio significato della traduzione dall'inglese "La danza di Kemp" e "Kemp balla" ed è una selezione di alcuni famosi assoli del Maestro Kemp, tra cui "Memorie di una traviata" e "Angel" e di nuove coreografie. Kemp mi scelse per sostituire un interprete. In seguito al mio arrivo Lindsay tolse delle coreografie di cui non era convinto e chiese a Luc Bouy di rimontare per Daniela Maccari e me "Mi Vida", creata in precedenza per Luciana Savignano e Massimo Murru. Fu un regalo meraviglioso! E altrettanto meraviglioso fu ricevere in dono quella che poi è diventata l'ultima creazione di Kemp "La femme en rouge".

Lindsay era una leggenda vivente, un artista completo. Cosa ha significato lavorare e avere le attenzioni da un Maestro di tale grandezza?
L'incontro con Lindsay appartiene ad un disegno molto grande della mia vita. Mi spiego meglio: la prima volta che ho sentito parlare di lui avevo tredici anni. Sono stato un ragazzino vittima del bullismo e mi ricordo che una volta, dopo l'ennesima aggressione, mi nascosi dietro a un muretto delle scuole medie. Non avevo coraggio di raccontare tutto ai miei genitori e se fossi tornato a casa si sarebbero accorti che qualcosa non andava. Scelsi allora di restare un po' di tempo da solo e mi misi ad ascoltare un'audiocassetta che avevo nel mangianastri portatile. Era David Bowie ed era la prima volta che lo sentivo. Tramite questa mia passione, appena nata, mi capitò di leggere un'intervista in cui lo stesso Bowie raccontava del suo grande Maestro Lindsay Kemp e ne rimasi molto impressionato. Purtroppo però all'epoca non era ancora nato youtube e io ebbi l'opportunità di vedere Kemp in scena solo qualche anno dopo, a Torino, quando ero un giovane apprendista danzatore. Lo spettacolo era "I sogni di Hollywood" e rimasi completamente affascinato da questo artista che sembrava riuscisse a guardare direttamente negli occhi ogni persona del pubblico. In quel momento mi tornò in mente la frase che lessi anni prima di David Bowie: "Lindsay mi ha insegnato a caricare ogni movimento di intensità drammatica" e vedendolo in scena capii perfettamente il significato di quell'affermazione. Poi sono passati tanti ed io nel frattempo ho accumulato esperienze molto diverse nel mondo dello spettacolo e quando ho conosciuto Lindsay ero pronto ed "aperto" a prendere i suoi insegnamenti. Ricevere le sue attenzioni e i suoi incoraggiamenti mi è servito a diventare più sicuro, a fidarmi di me stesso e a fare tesoro della sua scuola nella mia ricerca di interprete creativo.

Come ti ha arricchito la sua presenza?
Quando si ha una fortuna così grande come quella che ho avuto io bisogna cercare di viverla fino in fondo. Il lavorare così a stretto contatto con Lindsay è stata una fonte di arricchimento e ispirazione continua, e non parlo soltanto delle sue dirette indicazioni ma anche di tutto quello che sono riuscito a "carpire" osservandolo attentamente in tutti questi anni mentre era in prova o mentre ballava in scena. Faccio un esempio: l'anno scorso ho portato in scena lo spettacolo "Qualcosa di Alice", mia particolare versione di "Alice nel paese delle meraviglie" in doppia veste di regista e interprete, nel ruolo della Regina di Cuori. Era un chiaro riferimento al teatro di Kemp ed è stato per me essenziale studiare il suo modo di interpretare questi personaggi "en travesti".

Per tua esperienza diretta come si può portare all'esterno l'interiorità e viceversa?
Sempre da "dentro" a "fuori", mai il contrario. E per fare questo l'interprete deve scavare dentro se stesso in modo molto profondo e deve trovare la forza di mettere in scena le connessioni del suo dolore con quello del personaggio. E allora è lì che nasce la verità in scena che coinvolge il pubblico e diventa terapeutica per l'artista.

Cosa ti ha attratto maggiormente nel percorso professionale di Lindsay Kemp?
La sua straordinaria versatilità.

Tra tutti i suoi spettacoli a quale sei più legato e perché?
I "Sogni di Hollywood", per i motivi citati prima. E poi ovviamente "Flowers" che ha aperto una nuovo modo di fare teatro e che è stato una grande illuminazione per tanti artisti, famosi e non.

In qualche modo ora con Daniela Maccari continuate a reinventare la tradizione del suo teatro avendo riallestito "Kemp Dances"?
Daniela e io, anche se con anni diversi di esperienza come allievi-interpreti di Lindsay, siamo i suoi ultimi danzatori. E per me sarebbe meraviglioso portare avanti insieme quello che abbiamo imparato da lui e, come dici tu Michele "reinventare" questo modo di fare teatro. Vediamo cosa succederà in futuro.

Com'era popolato il mondo quotidiano di Lindsay?
Lindsay era costantemente circondato di affetto e non solo in teatro. Era molto bello andare in giro con lui per Livorno (l'ultima città in cui scelse di vivere) e guardare come questa stima e amore gli venivano dimostrati da tutti. Andava a fare la spesa e i negozianti lo chiamavano "Maestro" ma non era mai con distacco. Ogni volta percepivo da parte di tutti un grande senso di gioia nel vederlo. Lindsay anche in questo era speciale. La sera prima magari aveva firmato autografi per un'ora e il giorno dopo si perdeva per le stradine della città a chiacchierare con le persone.

Come definiresti l'arte di Lindsay, un microcosmo che spaziava dal teatro, alla danza, alle arti visive e figurative?
Un modo di fare teatro "totale" in cui la musica è sempre protagonista.

Lindsay oltre ad essere un grande professionista era anche una bella persona, soprattutto generoso e sempre sorridente. La sua umiltà rimane da esempio, anche perché non è così scontata in un artista?
Oltre al suo grande talento, Lindsay è immenso perché lo è anche la sua anima. Diceva sempre che danzare è gioia e che noi danzatori abbiamo il difficile compito di "sollevare l'anima del pubblico". Mi abbracciava e mi diceva "grazie per quello che sei, per la tua generosità, ora vai in scena e porta tutto questo, sii sincero, non fingere, non recitare".

So che Lindsay amava fare scherzi. Raccontami qualche aneddoto legato a questi episodi?
Con Lindsay era una risata continua... lavoravamo tanto e lui era molto esigente ma era bravissimo ad alleggerire la tensione con battute continue ed appunto, scherzi. Anche in scena. In "Histoire du soldat" (in cui interpretavo il giovane soldato che vende l'anima al diavolo) ad un certo punto dovevo tirare fuori dallo zaino la foto della mia fidanzata e, di nascosto prima di ogni replica, lui metteva nella cornice una fotografia che potesse farmi ridere, e quando voleva essere buono si limitava a quella di una ridicola scimmia!

Il teatro di Lindsay apparteneva alla vita e di conseguenza andava parallelamente di pari passo con la sua quotidianità?
Lavorare con Lindsay era come vivere in un mondo parallelo fatto di musica e sogni: il mondo di Kemp. Noi chiusi in teatro e fuori la vita che continuava a correre. Credo che rivivere questo sarà molto difficile.

Come ricordi il primo provino con Lindsay?
Uno dei più lunghi e faticosi della mia vita. Credo che durò circa tre ore in cui mi chiese di fare di tutto. Improvvisazioni, sbarra di danza classica, coreografie di repertorio della compagnia, e sentire la mia voce. E poi dopo mi chiese di accompagnarlo a fare la spesa... dentro al supermercato spingevo il suo carrello mentre chiacchieravamo, mi fece un sacco di domande. Tempo dopo ho capito che il mio provino stava continuando perché la mia arte l'aveva capita, ora voleva conoscere la cosa più importante per lui: "la mia anima".

Cosa rammenti di più entusiasmante nella preparazione di "Histoire du soldat", il primo lavoro al fianco di Lindsay?
Ricordo la grande fiducia del Maestro nei miei confronti, e il grande calore con cui tutti mi hanno accolto.

Prima dell'incontro con Kemp avevi già avuto diverse esperienze tra corpi di ballo, teatro e cinema, ma immagino che lavorare al suo fianco ti abbia completamente aperto una inedita visione scenica?
C'è un motivo profondo se Lindsay e io ci siamo conosciuti. Sono italiano e in Italia voglio essere riconosciuto. Nonostante le grandi difficoltà che ci sono oggi nel fare questo lavoro mi sono sempre rifiutato di andarmene. E ho fatto bene perché qui ho conosciuto Lindsay Kemp. Purtroppo qui si ragiona ancora per "categorie", non si riesce ancora a concedere ad un interprete di potersi esprimere in diversi modi. Sembra strano che un danzatore possa anche essere un bravo attore e viceversa. Lindsay mi ha dato l'opportunità di farlo e sono riuscito a scoprire la mia piena identità artistica.

Ti sei diplomato da Susanna Beltrami, mia preziosa amica, grande artista e coreografa. Cosa ricordi di quegli anni trascorsi al suo fianco?
Furono anni molto belli ma anche molto faticosi. Susanna Beltrami è stata la prima persona a darmi un'occasione e per questo nutro per lei un sentimento di immensa gratitudine. Ho incontrato tante persone che mi hanno aiutato dopo ma se lei non mi avesse dato quella famosa borsa di studio non avrei potuto frequentare la sua scuola e formarmi. Susanna è una persona onesta, a volte dura, oltre ad insegnare la tecnica ti insegna da subito che questo è un lavoro difficilissimo in cui bisogna essere pronti a mettersi a nudo, a scavare in profondità dentro se stessi e ad essere molto esigenti. Susanna Beltrami è tante cose... i suoi allievi sanno che è anche una talent scout dal grande intuito capace di cogliere immediatamente le potenzialità dei suoi studenti.

L'incontro con Luc Bouy cosa ti ha regalato artisticamente?
Luc è un poeta della danza. Un elegante e colto uomo di teatro, uno dei pochi grandi coreografi che è stato veramente un grande danzatore, anche nell'animo. Mi ha insegnato l'importanza del rigore e dell'allenamento continuo. Ci sentiamo spesso e gli voglio davvero bene.

Nel 2013 hai recitato in "Italy Amore mio" di Ettore Pasculli. Che esperienza è stata quella cinematografica?
Il cinema fu un altro grande sogno realizzato. Feci tanti provini prima di ottenere la parte e mi addolora molto che il film non abbia ricevuto i consensi sperati. I tempi del cinema sono lunghi per le attese e poi sul set si gioca tutto in attimo, ci sono dinamiche completamente diverse dal teatro. Fu una grande scuola e sono molto felice perché presto comincerò le riprese di un nuovo lavoro, questa volta arricchito anche dalla grande esperienza come attore nella compagnia di Lindsay. Credo che il mio percorso si stia evolvendo in questa direzione anche se non ho nessuna intenzione di abbandonare la danza.

Ora parliamo di un altro grande artista, Micha van Hoecke, con il quale hai lavorato in parecchie sue produzioni?
Momenti divertenti ma anche duri, Micha possiede un carattere a tratti spigoloso, è un uomo particolarmente esigente ma ciò non toglie la stima immensa che nutro per il suo lavoro e per la sua cifra stilistica. Gli anni trascorsi al suo fianco sono ad oggi una importantissima formazione. Penso davvero che Micha sia un grande "uomo di teatro" nel senso più ampio del termine. Si è servito del suo passato di danzatore con splendidi coreografi ed è riuscito a creare un suo stile di teatro-danza inedito in Italia, molto personale. Avevo vent'anni e riconosco di essere stato particolarmente fortunato fin dall'inizio.

L'incontro con la coach dell'Actor Studio Ilza Prestinari in qual modo ti ha cambiato sia umanamente che professionalmente?
Ilza mi ha insegnato a raggiungere il primo step, quello più importante in assoluto per poter poi costruire un personaggio: il relax. Senza questo primo passaggio non si possono poi connettere corpo ed emozioni. Per poter far fluire le nostre emozioni e per ricreare le sensazioni è necessario prima ritrovare il proprio "centro". Insomma, mi ha insegnato la difficile arte del "sentire". Inutile dire che mi è molto preziosa anche nella vita.

Oltre a danzatore sei stato attore di teatro in ruoli contemporanei e ruoli classici. Come ti sei diviso tra la potenza della parola e il linguaggio muto del corpo?
Anche nella recitazione è una questione di corpo, prima ancora della parola. Come diceva appunto Ilza Prestinari, bisogna "accordare" il nostro strumento che è fatto di corpo e di emozioni. La parola è un di più, potrebbe anche non esserci perché il corpo non può mentire, è il nostro mezzo di comunicazione più grande.

Oggi nel ruolo di insegnante e docente cosa ti gratifica maggiormente?
Guidare gli allievi alla scoperta delle enormi potenzialità della loro espressione fisica e di movimento, e lasciarsi poi andare con esse, a farsi "guidare" dagli input che le loro emozioni regalano allo "strumento" fisico. È sempre una notevole gioia vedere di volta in volta come rispondono e della libertà che acquistano da tale scoperta. Cerco di aiutarli nel raggiungere un'apertura verso se stessi che poi diventa un'apertura verso il mondo, ad una danza sincera "d'amore". Sono molto orgoglioso del fatto che nelle mie classi ci siano anche professionisti in altri settori, a volte grandi, e non solo aspiranti performers teatrali.

Coreograficamente le tue creazioni come nascono?
La musica è una potente fonte di ispirazione e bisogna imparare ad ascoltarla in maniera profonda. Essa è capace di connetterci con le nostre emozioni più nascoste. Mi permette di far nascere una serie di immagini che partono dal mio bisogno di raccontarmi. Ed è meraviglioso poi vedere tali immagini trasformate in realtà, sul palcoscenico!

Come si svolgono le tue lezioni di teatro danza?
Da qualche anno insegno a Roma presso la scuola di recitazione Kairos Teatro, punto di riferimento per la formazione attoriale da più di vent'anni. Mi occupo del settore teatro-danza e tengo quattro corsi di diversi livelli a settimana. Gli allievi sono attori, danzatori e performers ma anche persone che vogliono semplicemente lavorare su se stesse. La prima parte della lezione riguarda il riscaldamento fisico ed è una lezione di danza moderna. Segue il lavoro sulle tensioni fisiche e poi il training sensoriale per quelle emotive. La seconda parte della lezione viene dedicata alla preparazione di uno spettacolo sempre diverso che porto in scena in teatro alla fine di ogni mio laboratorio.

Il Maestro Lindsay Kemp ci ha lasciati ma la sua anima è sempre al fianco di chi lo ha amato e gli ha voluto bene, come hai vissuto il distacco materiale?
Noi buddisti sappiamo che gli ultimi cinque anni della vita di una persona in questa dimensione valgono quanto una vita intera nella prossima. E io lo sento vicino Lindsay, e sento che è felice e pieno di gioia. Questo perché è uscito di scena in un momento molto bello della sua vita.

Per concludere, da bambino, come hai scoperto la passione per la danza e per il mondo del teatro?
Devo ringraziare il mio primo amore: la musica. Quando ero bambino i miei genitori gestivano un bar molto frequentato dai giovani e spesso, dopo aver fatto i compiti, passavo del tempo ad ascoltare la musica proveniente dal jube box. La mia passione per il mondo dello spettacolo credo sia nata allora, e dalla musica diventai ben presto curioso di tutto quello che riguardava il palcoscenico. Erano gli anni ottanta, gli anni dei grandi balletti televisivi, gli anni in cui c'erano le star... quando davvero erano delle star!

Michele Olivieri

Ultima modifica il Mercoledì, 21 Novembre 2018 07:51

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