giovedì, 18 ottobre, 2018
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INTERVISTA a LILIANA COSI - di Michele Olivieri

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Carissima Liliana, come e quando nasce l'idea del tuo ultimo libro dal titolo "Teoria del balletto" pubblicato recentemente da Edizioni San Lorenzo?
Sono ormai diversi anni che tengo corsi di Teoria del Balletto sia a nostri allievi sia ad insegnanti esterni che me lo chiedono ed ogni volta riguardando il materiale facevo delle aggiunte. L'anno scorso si è introdotta questa materia nel programma ufficiale dei Corsi Estivi del "Nuovo Balletto Classico" (la Cooperativa dei quattro giovani ballerini che hanno preso in mano la Scuola di Reggio Emilia), diversi insegnanti, anche dall'estero, si sono iscritti. Ho capito che potevo aggiungere ancora altri argomenti a corredo del nucleo centrale vero e proprio, già elaborato. L'insegnamento della danza è così vasto che non è mai abbastanza allargare i campi di conoscenza. Gli argomenti che ho aggiunto affondano nella mia esperienza di vita e di carriera e qualche elemento storico. Ma ancora non avevo l'idea di farne una pubblicazione, è stato un ballerino che vedendomi lavorare così attentamente al computer mi ha domandato se stavo scrivendo un altro libro, ed è lì che ho pensato, e perché no?

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Come si articola la narrazione, pagina dopo pagina?
Dopo una breve premessa nella quale spiego le motivazioni che mi hanno indotto a scrivere questo libro, ho iniziato con il parlare del "Balletto linguaggio vivo", il balletto è un linguaggio vivo in quanto è considerata 'arte' e l'arte è sempre in evoluzione, è sempre creativa, è sempre viva tanto più la danza che ha come mezzo espressivo tutta la persona umana, e poi seguono sette capitoli che sono i più specifici e vanno da: "Principi generali della Teoria del Balletto" al "Riepilogo". Come appendice ho voluto inserire un mio lavoro fatto un po' di anni fa su "La danza come linguaggio" con un respiro un po' più ampio e non strettamente legato alla danza classica. Mi sembra che questo 'libretto' possa essere interessante anche ai non addetti ai lavori ma a tutti coloro che amano un po' la danza. Per l'acquisto del libro l'editore lo spedisce su richiesta: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo. / tel. 392/9340865.

Un tuo ricordo personale delle prime lezioni da allieva e da quelle nelle vesti di Maestra?
La mia prima lezione di balletto alla Scala mi vede spaesata ma felice in mezzo ad altre ventisette ragazzine, tutte di nove anni e tutte con già le punte ai piedi. Così si usava in quegli anni, la ballerina doveva andare subito sulle punte, non esistevano neanche le scarpine da mezza punta, con numeri piccoli per le bambine, è stato, l'anno successivo, la signora Bulnes chiamata dal Colon di Buenos Aires come Direttrice della scuola a rivolgersi all'unica ditta italiana di scarpine di balletto la Ditta Porselli, e fare questa richiesta, occorsero qualche mese per avviare la produzione, durante i quali facevamo lezioni con le sole calzine, e poi finalmente si ebbero le scarpine bianche da mezza punta per gli esercizi alla sbarra, poi in centro rimettevamo le punte. Il primo anno che ho deciso di insegnare ad un nostro corso di allieve della Scuola è stato nel 1992 avevo già cinquant'anni e la mia attività come Prima ballerina con la "Compagnia Balletto Classico" era ancora molto intensa. Alla Compagnia avevo sempre insegnato fin dagli inizi nel 1977, ma insegnare a degli allievi è tutta un'altra cosa, e ho capito subito che non sarebbe stato qualcosa che mi occupava un'ora e mezza o due al giorno, infatti la mia testa, i miei pensieri andavano sempre lì, soprattutto di notte per mettere a fuoco cosa e come dare gli esercizi perché fossero veramente efficaci. I problemi tecnici da affrontare sono tanti ed è importante la gradualità e spiegare bene le regole per eseguirli, e allora possono anche diventare 'facili'! Questa è un'attività senza fine perché gli allievi sono uno diverso dall'altro con differenti qualità, carattere e capacità d'apprendimento e quello che va bene per uno non va bene per l'altro... quindi si tratta di 'inventare' un modo di dare lezione che faccia progredire tutti contemporaneamente!

Cosa rammenti del tuo primissimo incontro con la sala danza, il tuo primo giorno alla sbarra?
Purtroppo il mio primo anno alla Scala fu molto originale, non c'era una Direttrice e noi eravamo in mano ad una insegnante molto anziana, la Signora Giussani, che dava lezione sempre seduta sulla sedia, veramente non me la ricordo mai in piedi per mostrarci un passo. La pianista era più simpatica, anche lei anziana leggeva il giornale mentre suonava e beveva il caffè! Non ricordo i dettagli ma ricordo che ogni tanto trovavo delle difficoltà negli esercizi e mi domandavo come potevo fare, ma non c'erano spiegazioni per nessuno... dovevamo cavarcela da sole!

Mentre l'approccio con le punte?
Le punte le ho messe prima di andare alla Scala. Un'anziana maestra che diceva d'aver ballato davanti a tutte le 'teste coronate', aveva il compito di organizzare lo spettacolo di fine anno di una scuola media vicino a casa ed io fui scelta per fare un pezzo sulle punte "Voci di primavera" di Strauss. La maestra venne in casa mia in cucina, sulle piastrelle e fischiettando, mi insegnò tutta la coreografia, mi sembra che venne un paio di volte, poi diede delle indicazioni a mia madre per cucirmi il costume, una gonnellina di tulle azzurro con una sottovestina di seta dello stesso colore e una rosellina azzurra sulle scarpette rosa da punta. Trovatami il giorno dello spettacolo sul palco dell'aula magna, senza aver fatto nessuna prova, ho ballato felice senza problemi, tanto che mi chiesero il bis. E da lì consigliarono i miei genitori di farmi fare l'esame alla Scala, che veniva indetto dopo pochi mesi. Posso dire che non ho mai avuto problemi ad andare sulle punte!

La tua esperienza è vasta ed autorevole, sicuramente hai tanti ricordi, storie e preziosi consigli da imprimere sull'inchiostro, quali aspetti hai maggiormente evidenziato nel libro?
L'obiettivo di questo libro è mettere in evidenza i punti principali dell'insegnamento della danza classica che si riassumono nei quattro capitoli della Teoria del Balletto e che sono: "Lavoro per la trasformazione professionale" che include la formazione della muscolatura, l'en dehors e il plié, "Lavoro per il modo d'esecuzione" che include l'impostazione di tutto il corpo, il coordinamento, la musicalità, "Lavoro per la tecnica della danza classica", che include utilizzo del peso del corpo e la formazione dei riflessi, "Formazione e sviluppo artistico" che include lo sviluppo e la conoscenza della musica, dei balletti e delle arti. Credo che la cosa più interessante, di questi quattro capitoli, sia scoprire che nella danza classica tutto questo gigantesco lavoro va affrontato e va insegnato, certamente per gradi ma, contemporaneamente all'allievo, fin dalle prime lezioni, i capitoli non sono conseguenti. Questo è il difficile ma è anche il bello dello studio di quest'arte! Sì, dovrebbe essere arte fin dal primo esercizio!

A quale pubblico e lettore è rivolta la pubblicazione?
Mi sembra che potrebbe essere interessante a chiunque ama il balletto, ma soprattutto a chi studia danza classica, e ovviamente a chi desidera intraprendere il difficile lavoro dell'insegnante di balletto. Quello che nel libro si scrive è riferito all'insegnamento del balletto a livello professionale ma, vorrei affermare che non c'è differenza di metodo per l'insegnamento a livello amatoriale, l'unica cosa che cambia è il rendimento dell'allievo, per il fatto che a livello professionale studia tutti i giorni, sei volte alla settimana, e nelle scuole amatoriali solo due o al massimo tre volte, quindi il rendimento è molto diverso. Ma il metodo d'insegnamento è assolutamente lo stesso, non ce ne può essere un altro. È come per la musica, la differenza sta solo nelle ore di studio che l'allievo dedica allo strumento, e ovviamente dipenderà anche dalle sue doti, ma il metodo è sempre lo stesso.

Sicuramente questo "omaggio in parole" è un modo per accostarsi alla più sublime delle arti nell'affascinante microcosmo del balletto e della danza. Quanto è importante educare i giovani al teatro, all'arte, alla cultura, allo stile e soprattutto ad una memoria storica?
Lo studio di qualsiasi arte per un giovane, naturalmente quella per la quale si sente più attratto, sarebbe auspicabile per tutti. L'arte fa crescere la persona umana in maniera completa, unisce la sua sfera emozionale a quella creativa, gli fa affrontare la disciplina come qualcosa di indispensabile e di vantaggioso per sé, gli illumina la responsabilità sociale, è sempre una scuola di vita. Oggi la danza attrae tanti giovani per i suoi aspetti affascinanti dell'armonia dei movimenti, e sta quindi agli insegnanti 'approfittare' di questa passione, per veicolare dei valori che gli serviranno, non solo per ballare bene ma anche per tutta la vita. Per esempio: la costanza nell'impegno, l'obiettività nel conoscere se stessi con quello che si ha e quello che ci manca, formarsi una costruttiva autocritica, la capacità di andare oltre le difficoltà superando i piccoli dolori anche fisici, riuscire ha incanalare le emozioni e le sensibilità personali attraverso delle regole, e così via. Lo studio di un'arte è come lo studio della botanica, non puoi occuparti della bellezza di un fiore se non conosci almeno un po' la pianta dal quale il fiore fiorisce, l'arte di oggi ha radici in tutte le epoche della storia dell'uomo perché l'uomo si è sempre espresso in forme artistiche e la prima tra queste forme è proprio la danza.

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Tu hai conosciuto e vissuto le grandi stagioni della danza e del balletto internazionale. Oggi cosa manca "nell'aria" di quei tempi ormai perduti?
Sinceramente, mi sembra, che oggi manchi quello che mancava anche allora, una vera passione per la cultura che poi si esprime anche in danza e in altri campi. Purtroppo in Italia siamo sempre stati presi dalla superficie degli eventi artistici, e cioè la notorietà di alcuni personaggi, in altre parole il 'divismo', gli italiani sono sensibili di più al divismo, che non all'arte e questa è una grande lacuna. Dopo l'interesse suscitato da alcuni divi o dive di certi tempi, anche ai miei tempi, si è caduti nel vuoto, fino a quando si sono creati altri divi, e questo non solo per la danza. Adesso c'è Roberto Bolle e sono contenta così almeno si parla un po' di danza attorno a lui, ma purtroppo con tutti gli sforzi che fa per far tornar di moda la danza per renderla un po' più popolare, non ci riesce perché tutto è sempre e legato solo alla sua persona. Purtroppo al nostro pubblico non interessa l'arte, interessano i divi. Non so se anche nel passato è sempre stato così. Certo che in altri Paesi in Europa mi sembra ci sia un interesse più diffuso per la cultura e persino per la danza anche nelle giovani generazioni. Dopo essere stata molti anni in Russia dove c'era questa cultura diffusa, ho lavorato e sperato nel portare in Italia un po' di conoscenza e di amore per quest'arte, in fondo aver creato la Compagnia di giro aveva questo motivo, ma vedo che oggi siamo allo stesso punto

Secondo il tuo autorevole parere, cara Liliana, l'arte coreutica intesa come formazione dell'individuo sul piano intellettuale e morale, cosa rappresenta e come si pone nel panorama odierno?
Nel panorama odierno la danza non è considerata un'arte, e quindi nessuno parla di formazione dell'individuo attraverso di essa, malgrado le 17.000 scuole di danza private in Italia, distribuite su tutto il nostro territorio, la danza è in realtà come una moda, sia per i piccoli che per i più grandi, piace ma non si ha il desiderio di conoscerla un po' più a fondo. Ci si accontenta di partecipare a qualche concorso, prendere qualche premio a buon mercato. Inoltre la maggioranza delle scuole di balletto sono affiliate al Coni che le tratta come 'associazioni sportive dilettantistiche' per poter usufruire di benefici fiscali e gli allievi sono degli atleti e i maestri degli istruttori, ed è il Coni stesso che si occupa della loro formazione. Gli adulti e i giornalisti fanno finta di non vedere. A tutti va bene così. Per fortuna le cose prossimamente cambieranno in Italia perché è stata approvata una legge che prevede che il Governo si occupi della formazione degli insegnanti di danza e delle scuole private di danza. L'anno prossimo dovranno uscire dei Decreti che indicheranno a tutti il percorso che si dovrà fare per ottenere l'abilitazione all'insegnamento su tutto il territorio italiano in ambito privato. Anch'io, al momento, sono coinvolta nella stesura delle proposte per questi decreti. Questa sarà una svolta epocale per la danza in Italia.

L'ispirazione per la scrittura del presente volume è frutto solo della tua esperienza oppure si avvale anche di una ricerca nelle dichiarazioni e nei ritagli dell'epoca?
Sono partita dalla mia esperienza ma non sarebbe mai bastata. Ho desiderato e ho voluto offrire al lettore molti dettagli, ricercati da me stessa in tante fonti. Per esempio ho voluto dire almeno qualche notizia su ogni personaggio, maestro, artista, che ho nominato, mi sembrava giusto che la gente avesse l'opportunità di conoscerli, quindi io dovevo offrirgli questa opportunità. In oltre i quattro capitoli della Teoria del Balletto hanno la radice negli studi che si tengono al famoso GITIS di Mosca, l'Istituto Statale delle Arti Teatrali, che spazia in tutti i settori della musica del teatro e della danza. Marinel Stefanescu nei suoi studi in Russia ha frequentato per un periodo questo Istituto e dai suoi appunti, e dai suoi elaborati, sono nati questi preziosi contributi. Mi sembrava fosse venuta l'ora di renderli pubblici, con il necessario corollario di spiegazioni e nozioni. Comunque spero che sia chiaro per tutti che per insegnare balletto bisogna aver fatto prima una scuola di danza per diversi anni, non basta certamente lo studio teorico. Lo studio teorico è un valido supporto ma non è tutto. Nella nostra scuola di balletto se una ragazza già grande che ha già studiato in altre scuole di ballo ci chiede di voler studiare da noi per diventare insegnante le diciamo subito che dovrà studiare almeno tre anni.

Da dove nasce la tua passione per la danza trasformatasi poi in professione?
Deve dirti purtroppo una frase scontata: nasce dalla vita, non da miei desideri. Anche l'approccio alla danza è venuto da occasioni esterne da me, non ho mai detto: "mamma voglio fare la ballerina", sono stati gli altri che mi hanno spinta sia a farmi iscrivere alla scuola della Scala, sia poi a mandarmi in Russia a studiare, sia a farmi debuttare come Prima ballerina al Bolshoi. È sempre la vita che in seguito mi ha offerto molte occasioni attraverso la conoscenza di tante persone che hanno inciso indelebilmente nella mia vita e mi hanno formata alla professione e alla vita. Nei miei più ambiti sogni non avrei mai potuto immaginarmi una carriera e una vita così intensa e così ricca come l'ho vissuta.

Possiamo affermare che il libro funge anche da lezione di "Storia della danza e del Balletto" per gli insegnanti e i giovani danzatori del domani?
Sì, e no. Purtroppo c'è troppo poca storia vera e propria della danza e del balletto. Però qualche finestra l'ho voluta aprire soprattutto nell'ultima parte del libro. Non volevo fare il millesimo libro della storia della danza che pochi giovani certamente avrebbero letto, mi è sembrato che un taglio più personale forse poteva essere maggiormente interessante, più accattivante. Lo spero!

Secondo il tuo giudizio da autrice, qual è il punto di forza del libro?
Certamente la parte centrale dei quattro capitoli della Teoria della danza ma poi ho tenuto tanto ad introdurre il capitolo intitolato "Una nuova prassi", me lo ha ispirato lo storico portoghese José Sasportes che così termina il suo libro "Pensare la danza": "...Quelli che allora si riprendono l'eredità del balletto si dividono un immenso bottino estetico; ma molti anni dovranno passare, prima che in Europa il vero fuoco creatore e la capacità di interrogare la danza riconquistino il loro posto". Nel mio piccolo mi sono permessa di ri-interrogare la danza, partendo dalla mia esperienza personale e provare a declinare, questa mia esperienza, cercando di introdurre un nuovo paradigma nell'approccio alla danza, dato che nella mia esperienza personale di ballerina e di insegnante aveva dato buoni frutti. È un dono e spero che venga apprezzato anche da altri.

Come hai scelto gli argomenti da inserire in queste pagine?
Nei primi anni della nostra Scuola già Stefanescu riteneva importante, che gli allievi più grandi avessero qualche conoscenza della Teoria del Balletto e aveva introdotto i quattro capitoli della Teoria del balletto con un tema introduttivo dal titolo: "Balletto, linguaggio vivo". Mi è subito piaciuto e l'ho voluto senz'altro inserire. Altri argomenti sono miei approfondimenti sulla danza in genere. Uno dei mie obiettivi è stato far capir al pubblico che la danza è una vera e propria arte, dunque si colloca su un piano elevato delle conoscenze umane e come in altre discipline necessita di regole, di una grammatica per poter essere insegnata. Purtroppo in questo settore in Italia c'è molta improvvisazione, e quando noi facciamo gli esami d'ammissione per esaminare l'idoneità dei ragazzi che si presentano, si notano evidenti discrepanze, tra le doti naturali del giovane, e cosa e come gli è stato insegnato, che viene proprio male al cuore. Se il ragazzo è ancora giovane sotto i quindici anni cerchiamo di 'riparare' altrimenti bisogna dirgli che non c'è niente da fare. Lo studio del balletto va fatto nell'età giusta. Spero con questo lavoro di aver contribuito a chiarire, illustrare, e amare il ricco mondo della danza.

Che valenza e obiettivo ti sei preposta Liliana con la messa in stampa?
Spero di raggiungere lettori e lettrici che amando la danza o solo per curiosità, vogliano saperne un po' di più. Chi mi ha molto incoraggiato è stato proprio l'editore, certamente non aveva mai pubblicato né letto nulla sul balletto, ma è stato da subito così entusiasta della mia proposta che non ho più potuto avere dubbi e mi ha fatto pensare che questo libro avrebbe potuto interessare anche i non addetti ai lavori.

Per chi fa cultura e si nutre di cultura, credi sia un valore aggiunto in cima alla scala etica rispetto agli altri?
Non c'è dubbio ma vorrei specificare. Non si deve creare un'élite di chi fa cultura distinta da chi non la fa. Chi fa cultura deve saper applicare al vivere quotidiano i valori appresi dalle scienze che ha studiato, non possono essere compartimenti stagni, non servirebbe. Ricordo Stanislavski che dice: "L'arte, è per elevare lo spirito dell'uomo", non dice degli artisti o degli amanti dell'arte, ma dell'uomo in genere, che significa di tutti. Dunque chi ha la fortuna di essere persona di cultura dovrebbe dar esempi di vita più interessanti, più affascinanti di altri che non vivono questo aspetto. Non criticare altri che non sono come lui ma, proprio perché è un valore aggiunto, possibilmente aiutarli e conquistarli!

Perché lo studio della danza classica è una scuola di vita?
Lo è come lo è lo studio di tante altre arti come la musica strumentale, ma nella danza c'è qualcosa ancora di più. Nella danza l'artista trova il proprio strumento in se stesso, nel suo corpo, e questo è faticoso, perché non sempre è come lo si vorrebbe. Nella danza si vive e si ricerca l'unità degli opposti. Quindi si deve unire la fatica di migliorare il proprio strumento, il proprio corpo per poter meglio esprimere la propria sensibilità artistica e questa è scuola di vita perché si impara ad avere pazienza, a conoscere se stessi, a cercare di perfezionarsi sempre, ad apprezzare ogni piccolo raggiungimento anche parziale. Nella vita si deve convivere con la dura quotidianità, che non deve mai scadere nella routine, e la tensione di voler realizzare i propri sogni. Nella danza nulla si ottiene gratis, tutto costa molto caro, in fatica, sudore e dedizione. Questo forma alla vita. Se si potesse metterei lo studio della danza classica obbligatorio fino alle scuole medie, per tutti i valori che questo studio insegna.

La danza ha avuto una sua naturale evoluzione, a partire dalle fisicità, ma ciò è accaduto anche con la metodologia didattica e se sì in meglio o in peggio?
Sembrerebbe che il gusto estetico del pubblico sia cambiato, una volta le ballerine potevano essere piccole e grassottelle come Pierina Legnani e andavano bene (comunque nella stessa epoca c'erano ballerine come Anna Pavlova con linee esili e leggiadre). Adesso sembra che la ballerina classica debba essere magrissima con gambe lunghissime e dall'altra parte nella danza contemporanea si vedono utilizzare in palcoscenico, ballerine con proporzioni molto poco femminili e pesanti ma, puntano tutto sull'espressività e sulla drammaticità. In Russia negli anni trenta a Leningrado una ballerina Agrippina Vaganova si è messa a lavorare su un metodo d'insegnamento che unisse le due scuole allora presenti nel suo Teatro quella italiana e quella francese. Nella scuola italiana veniva in rilievo la tecnica, gli equilibri, le pirouettes, i salti e dall'altra parte la scuola francese che era più elegante e di stile. In seguito all'insegnamento di Vaganova, dopo alcuni anni si forma una promozione di ballerini con una tecnica strabiliante ma morbidi ed espressivi che hanno subito conquistato tutti e non solo in Russia. E noi lo sappiamo quanto i primi ballerini russi hanno, nella seconda metà del secolo scorso, invaso e conquistato i teatri di tutto il mondo. Questo avvenne proprio grazie a tale metodo di studio così scientifico e curato in ogni particolare, ma sempre con l'obiettivo dell'espressività di tutta la persona, dalla punta delle dita delle mani a quelle dei piedi fino alla testa che deve dar senso ad ogni movimento. Oggi nella danza classica si è un po' persa questa priorità espressiva e interpretativa per dar il primo posto alla tecnica e al bel fisico. Questa moda se continuerà così farà morire la danza, perché la danza non è uno sport, non si gareggia su chi salta di più o gira di più ma su chi ti commuove di più, chi più ti resta sulla retina, o nel cuore...!

Quali sono i principi generali della teoria del balletto di cui un valido insegnante non dovrebbe mai esserne inconsapevole?
Sono i principi esposti nei quattro capitoli della teoria della danza, ma a questo bisogna far precedere la considerazione che non si parla mai alla gamba, al braccio, al piede del ragazzo ma a lui come persona. Bisogna tener conto del suo carattere, fare appello alla sua intelligenza al suo ragionamento e quindi aiutare il ragazzo a conoscere se stesso anche sotto questo profilo. In un certo punto del libro si legge che "ogni giorno bisognerebbe fare meglio di ieri", ma questo non è per niente facile, come lo si può pretendere da un giovane che si presenta in classe semplicemente perché gli piace ballare? La qualità principale del Maestro è quindi riuscire a motivare il ragazzo in questo sforzo quotidiano, con il bello o brutto tempo, che a scuola al mattino sia andato bene o non molto bene, sempre e tutti i giorni per fargli capire che quello che sta facendo alla sbarra e in ogni esercizio della lezione è già arte. Questo aspetto è prioritario su tutto!

Le danze popolari e folk quanto sono fondamentali nella crescita di un artista o di un Maestro, almeno nella sola conoscenza di esse?
Non c'è molta letteratura in proposito. Ho trovato solo una pubblicazione (fotocopiata) di un corso di laurea in scienze motorie, dell'Università di Ferrara, dedicato esclusivamente alle Danze popolari. Sono 170 pagine interessantissime del prof. Mario Gori. Tra l'altro si legge che la parola 'folklore' nasce dall'inglese che significa 'sapere del popolo'. È in realtà un libro di storia popolare attraverso le danze di tutto il mondo. Al balletto classico interessano molto queste danze perché sono presenti già nel 1600 alla corte di Francia quando nascono i primi 'ballet' dove le danze di corte si nutrivano dei passi di alcune danze popolari, queste insegnavano alle danze di corte i loro nuovi passi con qualche salto e giravolta, e le altre le eseguivano sempre con la stessa eleganza. In tutti i balletti di Petipa dal "Lago dei Cigni", alla "Bella Addormentata", dallo "Schiaccianoci" alla "Bayadera", c'è una grande quantità e varietà di danze popolari, che in forma scenica sono state chiamate Danze di carattere. Un ballerino, un insegnante di balletto non può non conoscerle e non averle studiate. Infatti fanno parte delle materie di studio della Scuola di balletto.

Come si legge dalla prefazione il libro non ha alcuna pretesa di risolvere tutti i problemi dell'insegnante di danza ma desidera illuminare un poco il vastissimo mondo della danza che attira tanti giovani nelle sale di balletto di ogni piccolo e grande paese d'Italia. Diciamo che è un aiuto e un sostegno per gli insegnanti nell'avere uno sguardo più ampio?
Spero che stimoli almeno la curiosità negli insegnanti di voler approfondire e di mettersi nella posizione di imparare sempre, guai quando si crede di sapere tutto. Ogni aspetto della vita è in evoluzione, e quindi anche noi, e così conviene aggiornarsi sempre! E poi non è un libro pesante sono solo 120 pagine!

Forse conoscendoti bene Liliana, credo che il tuo segreto sia quello di non sentirti mai arrivata ma in qualche modo sempre "allieva", o sbaglio?
Certamente caro Michele è così, ed è anche il segreto di sentirsi, in un certo senso, sempre giovani, perché se si ha la coscienza che si ha ancora tanto da imparare, si desidera andare avanti a vivere. Ma sarà come Dio vorrà!

Michele Olivieri

Ultima modifica il Lunedì, 24 Settembre 2018 04:49

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