martedì, 18 settembre, 2018
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INTERVISTA a ELISABETTA ARMIATO - di Michele Olivieri

Elisabetta Armiato Elisabetta Armiato

Elisabetta Armiato inizia nel 1973 la formazione accademica alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala, diplomandosi nel 1981 con il massimo punteggio. Lo stesso anno vince il Concorso per il Corpo di Ballo del Teatro alla Scala. Tra il 1982 e il 1987 interpreta i primi ruoli da protagonista e nel 1987 viene nominata Prima Ballerina. Nel 2000 arriva la prestigiosa nomina di Prima Interprete del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala. Nel corso di vent'anni approfondisce gli studi del lavoro del corpo in acqua come nell'aria, nel 2002 crea "Abc of Body" una metodologia di sviluppo di "Comunicare come Arte". Tra gli Awards della carriera il "Premio Candy" nel 1987 come nuova stella della danza. Nel 1988 il "Premio Positano" per l'Arte della danza. Nel 1997 il "Premio Danza&Danza" per "Giselle". Nel 1998 il "Premio Valentino" un messaggio d'amore. Nel 2001 il "Premio Arenzano Danza" come grande interprete della danza. Nel 2007 il Premio "Madrina dell'Infanzia" dal Sottosegretario alla Giustizia per l'impegno umanitario, seguito nel 2014 dal "Premio Cristallo" e nel 2017 il Premio "Business Voices". Elisabetta Armiato ha danzato il grande repertorio classico con le coreografie di Rudolf Nureyev, George Balanchine, John Cranko, Heinz Spoerli, Natalia Makarova, Frederick Ashton, Uwe Schulz, Hans Van Manen, Micha Van Hoecke, Mario Pistoni e contemporaneo di Alvin Ailey, Jiří Kylián, William Forsythe, Paul Taylor, Mats Ek, Wayne Eagling, Louis Falco. Hanno creato balletti per lei Mauro Bigonzetti, Geoffrey Cauley, Simona Chiesa. Tra i suoi partner: Massimiliano Guerra, Julio Bocca, Peter Schaufuss, Manuel Legris, Laurent Hilaire, Jean-Charles Gil, José Manuel Carreño, Raffaele Paganini, Massimo Murru, Mauro Bigonzetti, Francisco Sedeño, Michele Villanova, Maurizio Vanadia. Nel 2007, dopo trentacinque anni di splendida carriera, Elisabetta Armiato annuncia ufficialmente al Teatro alla Scala l'addio alle scene per dedicarsi all'attività di formazione artistica e al suo impegno umanitario come Madrina dell'infanzia.

Gentile Signora Armiato partiamo dagli inizi. A quanti anni ha cominciato a danzare e come ha scoperto l'amore per la danza?
Il senso della danza è sempre stato in me. L'amore per la danza si è manifestato proprio con l'ammissione alla Scuola di Ballo del Teatro alla Scala a dieci anni d'età. Una fortuna, perché non avevo acquisito impostazioni sbagliate della disciplina classica, imparate troppo presto in qualche scuola amatoriale, che avrebbero modificato la struttura fisica e le posizioni fondamentali apprese prematuramente o trasmesse in modo viziato e distorto. La danza classica accademica è un linguaggio specifico e molto preciso, da imparare rigorosamente e correttamente alla giusta età. Il fisico di un bambino fino a nove/dieci anni è troppo duttile per subire torsioni importanti di ginocchia o piedi, le famose posizioni "en dehors" della danza, senza in parte deformarsi o acquisire posture che poi sono difficili da correggere.

Quali sono i momenti più belli del periodo legato alla formazione coreutica?
L'incontro con grandi maestri della danza classica che hanno enormemente arricchito il mio percorso di apprendimento, Gabriel Popescu, Rosella Hightower, Raymond Franchetti, Ekaterina Maximova per citarne alcuni. Il solo fatto di vedere "scuole stilistiche" differenti da quella russa e di studiare assoli importanti come "Bella addormentata" e "Don Chisciotte" con grandi danzatori che li avevano mirabilmente eseguiti e che sapevano "cucirli" sul tuo corpo, ha impreziosito enormemente il mio bagaglio formativo.

Cosa ha significato per lei entrare in Scuola di Ballo della Scala e quale lezione di vita Le ha regalato oltre il lato tecnico e stilistico?
Entrare alla Scala ha ovviamente significato possedere fin da subito un'impostazione corretta e molto solida nell'apprendimento della danza classica; un'indiscutibile condizione "sine qua non" per una carriera importante. Al contempo per la mia natura espansiva, vivacissima e ribelle, la Scuola di Ballo della Scala è stata ai miei tempi una dorata, ma durissima "prigione". Una scuola ferrea che ti tempra a fondo se ne attraversi con fermezza le difficoltà. Se superi gli ostacoli puoi diventare certamente un interprete di valore.

A suo avviso, come si riconosce un buon Maestro di danza e una seria Scuola tersicorea?
L'errore fondamentale nelle Accademie di Balletto è quello di confondere il rigore con una severa serietà. Se un bambino apprende che danzare è: sacrificio, dolore, sofferta abnegazione, che deve immolarsi alla crudele "Tersicore" Musa della Danza, non potrà arrivare ad esprimere la pura semplice gioia liberatrice della danza, quella sognante trascendenza che incanta il pubblico e che distingue un impareggiabile interprete del balletto da una "macchina" danzante. Il grande Maestro sa trasmettere il rigore che l'accademismo richiede, ma mai con ottusa severità! Il suo scopo è rafforzare il tuo linguaggio tecnico senza mai spegnere l'espressione individuale.

Quali sono stati i Suoi maestri a cui si sente più legata e perché?
Uno su tutti il Maestro Gabriel Popescu, già primo ballerino all'Opera di Bucarest che mi ha portato al diploma della scuola scaligera. Una figura quasi Felliniana, che si esprimeva con un improbabile "gramelot" italo-russo-rumeno. Mi ha insegnato che i limiti nella danza sono di fatto tutti nella tua mente! Un esempio, durante la lezione si posizionava a metà sala - durante gli esercizi finali dei "grandi salti" - e con il suo bastone a mezz'aria, poneva una sorta di ostacolo da scavalcare, a volte alto un metro e mezzo da terra. Guardava il mio volto sbiancare per la paura di saltare oltre quell'altezza, ed esclamava a gran voce: "Ed ora Elisabetta Vola... VOLAAAA!!!" nessun dubbio nei suoi occhi che avrei volato così alto da superare l'ostacolo... Infatti non è mai accaduto che fallissi! Gabriel mi ha trasmesso la fiducia e la forza indomabile di piegare il mio corpo, grazie alla forza individuale e alla fiducia in se stessi.

Dopo la Scuola è entrata direttamente nel Corpo di Ballo tramite il Concorso, con cosa ha debuttato sul palcoscenico scaligero da professionista e quali emozioni conserva nel suo cuore?
Il mio debutto è ovviamente indimenticabile a maggior ragione poiché è come il copione di un film, stile "È nata una stella!" Anno 1986 "Coppelia", musica di Léo Delibes, torna dopo vent'anni alla Scala per l'apertura della Stagione di balletto. Io sono una giovanissima ballerina e studio il ruolo protagonista di "Coppélia o La ragazza dagli occhi di smalto", come riserva delle riserve; "forse un giorno se divento prima ballerina lo danzerò!" Alle ore 17.00 del giorno della Prima squilla il telefono di casa: è il Direttore artistico del Teatro... è come se Dio in persona mi avesse telefonato. Mi chiede: "Signora Armiato è seduta? ...Sì!". "Per una improvvisa indisposizione dell'étoile Oriella Dorella, il Teatro ha deciso che questa sera lei danza "Coppelia" per l'apertura di stagione". Ricordo ancora benissimo le tre ore passate quasi in "trance", correndo in teatro, dove mi hanno adattato il costume, mia madre che mi cuciva i nastri sulle scarpette da punta... mi cacciano in testa la coroncina e... alle ore 20 in punto si apre il sipario, nelle quinte sono immobile ma il mio tutù sta tremando. Attacco musicale... entro silenzio, più di duemila persone sedute nella sala indagano per capire chi sono e soprattutto vedere come danzo. Sono i famosi momenti in cui il tempo si ferma, sai che quello è il momento "o la va o la spacca", e tra me e me attanagliata dal terrore mi dico: "Ora non pensare Elisabetta, danza". Tre atti che sono "volati" dentro alle mie gambe e al mio cuore... infine si chiude il sipario; tre secondi di silenzio e poi il boato degli applausi esplode. I giornali del mattino annunciano: "È nata una Stella". Ho compreso che la mia vita era cambiata per sempre e così è stato!

Quale significato ha avuto nella sua vita la Scala? E come racchiudere la magia che contempla il teatro milanese nella sua totale bellezza e storia?
Il mio teatro è un tempio di tradizione, di storia viva, lì sono state composte e dirette alcune delle opere immortali del melodramma, Verdi, Puccini, Mascagni hanno creato per la Scala e poi Toscanini, Abbado, Callas, Visconti, Nureyev hanno toccato, sul palco della Scala, vette elevatissime. Questo si sente ancora, lo si respira in scena. Ho danzato su numerosi palcoscenici del mondo anche storici come l'Opéra di Parigi, il Colón di Buenos Aires fino all'Opera del Cairo... ma non ho dubbi, il palco della Scala ha un suo carisma tangibile. È pura magia!

Tra i tutti i ruoli quali ha prediletto?
Va da sé che il mio temperamento brillante, vivacissimo e tecnicamente di grande potenza abbia al meglio "vestito" dei ruoli spumeggianti. Nel cuore rimangono momenti indimenticabili e anche esilaranti come nella "Bisbetica domata" su coreografia di John Cranko, dove potevi letteralmente spaccare una chitarra in testa ai pretendenti. Ma certamente il ruolo che più mi ha insegnato e trasformato è stata l'interpretazione contemporanea della "Giselle" concepita dal grande Mats Ek.

A quali istanti riconducono i momenti più importanti della sua carriera, quelli che hanno determinato una svolta nella vita professionale e nella crescita interiore?
Questa domanda arriva giusta dopo la citazione del balletto "Giselle" nella rivisitazione creata dallo straordinario coreografo Mats Ek. Infatti quel ruolo ha determinato più di ogni altro, un percorso interiore e formativo che ha completamente trasformato il mio punto di vista interpretativo del balletto. "Giselle" di Mats Ek è esplosiva, ribelle, istintiva, naïve, danza libera a piedi nudi, con un piccolo baschetto in testa, è un vivacissimo folletto ignaro della cattiveria del mondo. Conoscevo un approccio alla danza da "étoile", come dire il cliché della grande stella della danza, eterea, romantica, rigorosa, distaccata. Quando Mats ha cominciato a lavorare con me per creare la mia "Giselle" la sua prima esclamazione è stata: "io non voglio vedere ballare una étoile della Scala, voglio vedere Elisabetta. Esattamente come sei tu! Tu sei Giselle! Porta la tua anima in scena e sarai una grandissima Giselle". La spogliazione da tutte le sovrastrutture imposte dalla Scuola della Scala sono "saltate" liberando come un diamante puro una danza che fosse solo la "mia".

Come si accostava all'interpretazione per interiorizzare al meglio il ruolo affidatole?
Studiando a fondo il periodo storico e la cultura dell'epoca e poi attingendo le emozioni dalla verità di vita personali o delle persone che conoscevo osservandole e parlando con loro. Un esempio: danzando Tatiana nel balletto "Onegin" di Cranko, tratto dal romanzo di Aleksandr Puškin, su musiche di Ciajkovskij, ci si deve calare in una storia di vita che attraversa quasi vent'anni, la protagonista da adolescente arriva alla maturità come donna sposata, che sacrifica il suo vero amore, in un dramma romantico ottocentesco. Per me ricostruire l'emozione dell'amore sublimato dell'adolescenza è stato assai più semplice che immaginarmi una aristocratica donna sposata.

Quando ha capito e deciso di smettere di ballare?
Ho vissuto in un certo modo, in un certo stile, e ho fatto una carriera straordinaria. Ho ballato sotto la guida dei grandi, da Rudolf Nurejev a Franco Zeffirelli, da Jiří Kylián ad Alvin Ailey a Mats Ek e Luca Ronconi. Ho avuto una vita piena, ricca di successo. Ho ricevuto ammirazione e applausi da un vastissimo pubblico. Arrivata all'apice della mia carriera era indispensabile evolvermi ed inventare nuovi progetti di vita se non volevo ripiegarmi su me stessa e vivere nel passato. Il cambiamento costante interiore è stata la mia caratteristica dominante, ero una ballerina eclettica e curiosa, danzare è stata parte integrante della mia ricerca interiore, poi certo, c'erano le soddisfazioni per le affermazioni ottenute, per il successo, per gli applausi del pubblico, per la celebrità. Ma non ho mai potuto o voluto cristallizzarmi nel ruolo dell'étoile. Nel momento in cui ero al massimo quello è stato il momento di cambiare per rimanere a quel tono, a quel livello, senza attendere il declino della carriera in palcoscenico. Ho voluto abbracciare il mio pubblico e farlo diventare coautore di una nuova impresa di vita. Ballare è stata un'impresa di vita verso l'eccellenza di un linguaggio d'arte, la mia scelta umanitaria con "Movimento Culturale PENSARE oltre" è un'impresa condivisa con gli altri per vivere con eccellenza ogni istante quotidiano.

La ballerina e il ballerino nel panorama attuale, a cui riconosce l'eccellenza o che guarda con particolare attenzione?
Ci sono giovanissimi ballerini straordinari, in tante compagnie, del mondo che sono spesso sconosciuti al grande pubblico. I fenomeni dello show business anche nel balletto, non necessariamente sono i migliori interpreti, ma contribuiscono con la loro fama ad incrementare la scoperta e la passione di tanti per la danza. Questo è senz'altro una fattore importante e apprezzabile.

Con quale coreografo e partner ha instaurato maggior feeling in sala prove ed in scena?
Jean-Charles Gil, étoile del Ballet de Marseille di Roland Petit, esteta sensibilissimo, amico e partner ideale con cui ho danzato "Il lago dei cigni" per la regia di Franco Zeffirelli, e Francisco Sedeño, primo ballerino della Scala.

Ha conosciuto molti tra i più grandi interpreti del balletto, a chi desidera rivolgere un sentimento di gratitudine o di stima particolare?
Ekaterina Maximova, star del Bolshoi e Noëlla Pontois, straordinaria étoile dell'Opéra di Parigi. Due artiste che ho avuto anche in qualità di insegnanti per balletti importanti e splendidi ruoli. Nutro affetto e ammirazione per Alessandra Ferri, mia compagna di corso nei primi anni alla Scala e magnifica étoile, simbolo della danza italiana nel mondo.

Un suo ricordo particolare per Rudolf Nureyev?
Il primo incontro con Rudy, come lo chiamavamo in teatro, è avvenuto durante la preparazione del suo "Don Chisciotte". Lo raggiunsi all'Opéra di Parigi, per provare con il mio partner Manuel Legris étoile della compagnia francese. Rudy riassumeva il senso della sua danza in tre parole: "sii la perfezione". Il suo impietoso giudizio, a volte sfrontato e violento, era la risposta alla mancanza di perfezione, nell'esecuzione delle sue coreografie. Non ho mai amato l'uomo Nureyev, ma ho certamente adorato il danzatore.

Cosa si sente di consigliare ai giovani che desiderano intraprendere l'arte della danza?
Indipendentemente dalla carriera, di praticare qualsiasi arte, a partire dalla danza. L'arte trasfonde un senso di bellezza per tutta l'esistenza. Vivere nell'esperienza estetica, non significa solo fare danza o musica, significa riversare nella vita una creazione quotidiana, è un modo di vivere respirando la bellezza. L'arte è modello di riferimento educativo perché in primis genera in noi un viaggio, una trasformazione che comincia da noi stessi. In una società che ogni giorno sembra spegnere la potenzialità individuale di creare e sognare, la pratica e lo studio della danza rende libera l'espressione corporea, forgia il talento ed è fonte di ispirazione.

La danza classica è spesso vista selettiva e d'élite. Cosa ne pensa a riguardo?
La nostra cultura ci ha portati a percepire questa esclusività, ma la danza è espressione delle radici più profonde di un popolo, precede la parola. Ho vissuto esperienze straordinarie, per esempio in Senegal, con gli indigeni di un villaggio sulle rive del grande fiume Casamance, danzando un'intera notte con donne e bambini per festeggiare al ritmo dei tamburi, la festa d'estate della fecondità. Le Arti, musica, danza, canto, recitazione coinvolgono la totalità dell'essere, dovrebbero essere praticate in ogni scuola fin dalla prima infanzia. Eseguire l'arte permette lo sviluppo della mente, favorisce la crescita delle abilità, accresce l'autostima, sostiene la scoperta del proprio talento offrendo sin da bambini condizioni ottimali per orientarsi, valorizzarsi, dare voce e vita al naturale patrimonio creativo che è in ognuno di noi.

La differenza tra l'essere una brava interprete e una brava insegnante?
Ogni interprete ha un suo modo di danzare e questo è il suo stile, è straordinario proprio perché è originale e originario. Pretendere di essere il modello esclusivo che un altro può emulare, significa mancare la trasmissione dell'esperienza e tentare di forgiare mancate brutte copie. Insegnare presuppone ovviamente il desiderio di donare il proprio sapere e la propria passione, ma deve essere accompagnato sempre dall'osservazione del risultato di ciò che si trasmette. Indispensabile, nell'insegnamento l'ascolto dell'allievo e poi dirigerlo. Orientare i giovani, fornire loro le tecniche e gli strumenti. L'allievo migliora? Riesce là dove prima non riusciva? Acquista fiducia e matura? È felice di danzare? Questo è ciò a cui presto attenzione nel mio insegnamento.

Cosa non deve mai mancare ad un coreografo per risultare in grado di soddisfare le esigenze del pubblico nel balletto?
L'incanto! Produrre l'incanto significa che danzando, nella sequenza dei passi, riesci a trovare una intensa espressione comunicativa. La bravura dell'esecuzione tecnica è al servizio dell'emozione. Le cose belle piacciono, non perché se ne conoscono i trucchi o gli effetti, ma perché la competenza con cui sono realizzate raggiungono un tale livello di estetica che unite alla forza interpretativa permettono al pubblico di non essere solo semplice spettatore, ma partecipe alla creazione stessa dell'opera. Le braccia e le gambe di chi danza sono anche quelle di ogni singolo individuo seduto a teatro. "Porti il pubblico in palcoscenico. Questo è l'incanto". Anche se non si è ballettomani si rimane profondamente colpiti. Si è pervasi da un senso di meraviglia.

Quale metodo di danza classica ha amato in particolare e perché?
La danza accademica seppur ricca di influenze dall'Italia e dalla Russia è indissolubilmente legata nelle sue radici alla cultura francese. Le corti di tutta Europa nei primi del '700 riconoscono nel balletto francese la lingua internazionale di perfezione formale. L'apice di eleganza nello stile del danzare, una perfezione tecnica mai spinta nello sforzo di creare un effetto da "grand cirque" e la capacità di braccia e piedi di ricamare la musica, mi hanno insegnato molto della qualità di danzare come una étoile appunto; brillare di luce naturale insomma.

Danza accademica e danza moderna: possono comunicare tra loro?
Maestro di questa sfida è stato George Balanchine, padre del balletto neoclassico e a mio avviso la mente coreografica più contemporanea di tutti i tempi; dalla scomposizione dei movimenti di busto, bacino e gambe, agli equilibri fuori asse o ai sincopati con i piedi... molto della danza contemporanea di oggi deve a lui le direzioni fondamentali.

Nel 2002 crea "Abc of Body", in cosa consiste questa formazione?
Il corpo "parla" e parla costantemente! Chi ci guarda recepisce la nostra comunicazione prima dai nostri gesti e posture che da ciò che diciamo. "Abc of Body" (acronimo di Art, Balance & Communication), concepisce la comunicazione del corpo come Arte. Questo presuppone una consapevolezza di Sé, una conoscenza del proprio corpo e specialmente di come noi lo sentiamo. Dalla conoscenza e scoperta del proprio corpo, energia e gestualità nello spazio, nasce la libertà di espressione del gesto della propria fisicità e dunque della propria estetica nel comunicare. "Abc of Body" mira a questo e per questo è un percorso individuale.

Nell'attuale suo ruolo di preparatore artistico cosa la entusiasma di più?
In relazione all'insegnamento, ogni individuo ha delle sue precise caratteristiche, esse sono i suoi punti di forza anche quando lui stesso pensa siano limiti, esempio eclatante Barbara Streisand che ha fatto del suo profilo un classico. L'insegnante guida l'allievo nel valorizzare il suo talento, il suo gesto unico, perché originario, accrescendone conoscenza e consapevolezza della propria espressività, mentre gli trasferisce gli strumenti tecnici del linguaggio artistico a cui si dedica.

Il suo impegno umanitario rivolto all'Infanzia oggi è altrettanto conosciuto che la sua importante carriera, da cosa parte questa Sua nobile necessità?
In primo luogo per chi ha una vita piena e di successo l'esigenza di condivisione e di scambio con la società diviene naturale. Ciò che si scrive di una vita sul palcoscenico è una traccia che va consegnata a chi la farà sua e potrà proseguirla e riconsegnarla in futuro. Valorizzare il patrimonio di saperi, di esperienza, di una vita immersa nell'arte, creando un punto di condivisione di vita che possa influenzare positivamente la società, oltre la carriera sul palcoscenico. Ho il desiderio profondo che i bambini di oggi, gli uomini di domani abbiano le stesse opportunità che ho avuto io, che abbiamo avuto noi: strumenti culturali e artistici fondamentali per la realizzazione non solo di ogni uomo ma di un'intera società. "È per me una questione di civiltà". Da questo sentire è scaturita l'esigenza di creare una concreta opportunità per i bambini, per i giovani e per l'intera collettività, per favorire una cultura che promuova un "Nuovo Rinascimento". Questo ha dato vita a "PENSARE oltre Movimento Culturale" di cui sono Presidente.

Ben appunto, quali sono le finalità dell'Associazione (www.pensareoltre.org) da Lei presieduta?
Nonostante una società che si ritiene molto progredita e alfabetizzata, sempre più spesso i problemi di apprendimento nella scuola o di comportamento dell'infanzia, vengono arbitrariamente etichettati come "disturbi" da curare, senza alcuna evidenza scientifica oggettiva di alterazioni organiche nei bambini.

L'etichetta di "disturbo" dice al bambino ciò che potrà o non potrà essere.
Se sei iperattivo, sei dislessico, sei discalculico... seguendo la moda crescente dei disturbi che oggi dilaga, puoi o non puoi fare per decisione di un altro. Il bambino etichettato, è un bambino arreso che s'immobilizza nelle sue difficoltà senza imparare a superarle. Offrire istruzione, educazione significa in primo luogo permettere un cammino di apprendimento, significa scommettere sulla riuscita, sul fatto che tutti ce la faranno a raggiungere i propri obiettivi. Nella scuola odierna saper leggere, scrivere e fare di conto non è un risultato raggiunto dagli scolari al termine del loro curricolo di base. Eppure sono questi gli strumenti fondamentali di accesso allo studio e dunque al sapere, alla formazione e alla competenza.

Questo misfatto esige un nuovo paradigma educativo che deve cambiare dalle sue fondamenta?
PENSARE oltre da più di un decennio si è interrogata sull'efficacia dei metodi didattici ed educativi divenendo un Osservatorio Internazionale su tali tematiche. Artisti, intellettuali, scienziati, imprenditori si sono ritrovati insieme e hanno scelto di... PENSARE oltre!

Nella sua visione la vivacità è un plusvalore e non certamente un problema. Come spiegarlo al meglio?
Occorre precisare, che solamente in questo periodo storico, l'eccessiva vivacità di un bambino è da considerare una patologia e non la particolarità di un carattere, che in forme esasperate può rispondere a situazioni di disagio, la cui natura non va ricercata con strumenti della medicina. Nel mio caso di vita personale la mia irrefrenabile vivacità era determinata da un'energia fisica inesauribile che tuttora mi contraddistingue. Ringrazio anche i miei genitori per non avere mai accettato un'etichetta e avere scommesso sul mio modo di essere fornendomi un'opportunità vera di incanalare il mio talento. Che opportunità invece hanno i bambini di oggi etichettati di iperattività, deficit d'attenzione o altre congetture simili? Quale futuro è riservato a loro come uomini del domani?

Mi parla del Suo progetto "Maestri d'arte per l'Infanzia" di cui è Direttore artistico e che la vedrà impegnata da ottobre presso lo storico Teatro San Babila di Milano?
Nel contesto culturale attuale è maturato il progetto "Maestri d'Arte per l'Infanzia" (www.maestridarteperlinfanzia.org) per fornire una concreta risposta educativa che nell'incontro con l'Arte e nella sua pratica trovi la massima espressione. Le Arti hanno un ruolo fondamentale nello sviluppo emotivo, intellettuale e cognitivo di ogni bambino, fornendo strumenti culturali ed educativi che ne potenziano le capacità e abilità anche negli apprendimenti. L'Arte coinvolge ogni senso del bambino, permette lo sviluppo della mente, favorisce la crescita delle abilità, accresce l'autostima, sostiene l'acquisizione delle life skills, permette la scoperta del proprio talento e un autentico percorso d'inclusione sociale; essa offre al bambino le condizioni ottimali per orientarsi, valorizzarsi, dare voce e vita al naturale patrimonio creativo che ha già in sé. Il bambino artista è quello che sa guardare il mondo, cercare soluzioni, sa comunicare, dialogare, scoprire i propri punti di forza e giocare la vita attivamente, creativamente. Attraverso le arti, la narrazione, il teatro, la musica, il canto, il movimento, il disegno, la letto-scrittura, avremo dato spazio all'artista bambino, alla sua gioia e apertura al mondo, nel rispetto dei suoi tempi e dei tempi della natura, non in contraddizione con i tempi della cultura, alimentando la curiosità e la vitalità che porta naturalmente con sé. Gli si forniranno i fondamenti per potere partecipare con competenza alla cultura del suo paese e di quella internazionale.

Come è strutturato il percorso di Maestri d'arte per l'Infanzia e chi l'affiancherà in questa iniziativa?
"Maestri d'Arte per l'Infanzia" si rivolge ai bambini di quattro/cinque anni e propone un nuovo modello di riferimento educativo di apprendimento attraverso il "Fare Arte" imparando guidati direttamente dagli Artisti. "Maestri d'Arte per l'Infanzia" è il Corso dei Corsi, poiché non è un corso per bambini che abbiano velleità artistiche, il corso per imparare una disciplina: danza classica, pianoforte ecc... è un percorso dove il bambino è immerso nei fondamenti delle Arti, la consapevolezza del potenziale del proprio respiro "deve" precedere la scoperta e l'esperienza del canto di una melodia, così come la coordinazione e la scioltezza di un movimento precedono una danza. I bambini vivranno otto mesi nel Teatro non da spettatori, ma da protagonisti. Studiare i fondamenti delle espressioni artistiche, può dare grandi vantaggi nella vita di tutti i giorni e al futuro dei nostri figli. Saper esprimersi, muoversi, usare il suono e la voce, sviluppare creatività e fantasia, conoscere i propri punti di forza e affrontare le proprie peculiarità, sono la straordinaria opportunità offerta da "Maestri d'Arte per l'Infanzia" per i bambini di oggi, il futuro della nostra società. Il Fare Arte non come strumento di ausilio didattico o terapeutico dunque, ma come progetto educativo costruito intorno al bambino, che può scoprire se stesso e i suoi talenti. Insieme a me i "Maestri d'Arte" che hanno ispirato il progetto e che guidano i programmi svolti con i bambini sono: Erika Lemay - Star Performer Internazionale Physical Poetry. Il Maestro Fabio Armiliato - Star Internazionale Tenore della Lirica. Il Maestro Raul Cremona - Attore, Comico e Illusionista. Sono inoltre coinvolti sul palco del San Babila dieci artisti conduttori e vicino ai bambini venti/trenta figure in qualità di Tutor per le Arti per assisterli, coadiuvarli aiutarli nella scoperta dei fondamenti delle Arti.

Per concludere gentile Signora Armiato, la scoperta della danza e del balletto cosa Le hanno donato di più bello fino ad oggi?
Mi ha donato tutti gli incontri con le persone, i caratteri, i sogni e le emozioni di ogni singolo spettatore. Ho ricevuto anche tanta ispirazione in quel che faccio, dai momentanei che sono i personaggi inventati da un autore. "Ogni incontro ti trae a quel diverrai, anche se nel momento lo scorgi appena appena. Ringrazio tutti per avere accolto ciò che donavo loro". Grazie Signor Olivieri, Elisabetta Armiato.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Venerdì, 14 Settembre 2018 09:33

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