martedì, 20 novembre, 2018
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INTERVISTA a POMPEA SANTORO - di Michele Olivieri

Pompea Santoro Pompea Santoro

Pompea Santoro, è nata a San Vito dei Normanni in provincia di Brindisi. A sei anni si trasferisce a Torino dove comincia lo studio della danza classica in una scuola privata diretta da Jusa Sabatini che le da l'opportunità di apprendere con celebri insegnanti come Carola Zingarelli (Scala di Milano), Margarita Trayanova (Opera di Sofia), Arlette Castagnet (Scuola Rosella Hightower) Jean-Marie Dubrul e Michel Bruel (Opéra di Parigi). Oltre alla danza classica, ha studiato flamenco con Isabel Nesi Fernandez e jazz con Danielle Fournier. A sedici anni riceve un premio come talento artistico presso il Concorso "Tersicore" di Brescia con una variazione da "Carmen" curata da Margarita Trayanova. Lo stesso anno, 1978, Alberto Testa la invita alla prima "Maratona della Danza" a Spoleto con la stessa variazione, dove viene notata da Pippo Carbone, allora vice Direttore del Cullberg Ballet accanto a Birgit Cullberg che le offre un contratto. Sempre nel 1978, sceglie di entrare a far parte della compagnia svedese, che dal 1980 è diretta da Mats Ek (figlio della stessa Cullberg) con cui Pompea ha lavorato ininterrottamente per più di venti anni. Oltre ad aver ballato ruoli principali nelle coreografie di Birgit Cullberg tra cui Clara nella "Signorina Giulia" affiancata da Rudolf Nureyev, ha interpretato anche tutti i balletti di Mats Ek creati dal 1978 al 1998, ballando nei più prestigiosi teatri del mondo. I ruoli più importanti sono: Adela (La casa di Bernarda Alba), Giselle, alternandosi con Ana Laguna, M... (in Carmen) creato appositamente per lei, Carmen e Aurora (Bella Addormentata). Ha anche lavorato con Nacho Duato che ha creato per lei "Ressamblement", Carolyn Carlson, Ohad Naharin. Nel 1993 le viene assegnato il premio "Karina Ari" (Svezia) come migliore danzatrice dell'anno, in seguito ad uno spettacolo dedicato a Jiri Kylian con cui ha lavorato spesso. Nel 1994 fa parte dello spettacolo d'inaugurazione dell'"Auditorium Lingotto" a Torino con il Cullberg Ballet dove interpreta il ruolo principale in "Carmen". Ha danzato in cinque continenti e trentadue paesi. Dal 1996 inizia a rimontare i balletti di Mats Ek in giro per il mondo, ha lavorato con le più grandi Stelle della danza tra cui Sylvie Guillem, Tamara Rojo, Marie-Claude Pietragalla, Marie Agnese Gillot, Manuel Legris, Nicholas Leriche e altri. Nel 1997 arriva al Teatro alla Scala di Milano invitata da Elisabetta Terabust, allora Direttrice, dove oltre ad allestire la "Giselle" di Mats Ek, balla come Artista ospite il ruolo principale con Massimo Murru. Questa sarà l'ultima volta che ballerà il ruolo di Giselle. A Verona invece nel 1998 sarà l'ultima recita nel ruolo di Aurora nella "Bella Addormentata" di Mats Ek. Nel 2000 la sua immagine rappresenta il Cullberg Ballet in un francobollo postale. I premi italiani più importanti che le vengono assegnati sono: Premio Positano, Danza e Danza (come migliore danzatrice italiana nel mondo), presenta un assolo creato apposta per lei da Carolyn Carlson e nell'occasione le viene consegnata la "Maschera d'oro" di Venezia. Inoltre le vengono assegnati il premio "Vignale Danza", "Acqui Danza", Premio Giuliana Penzi "Danza in vita". Nel 2002 torna a Torino e fino al 2005 è consulente artistica del Teatro Nuovo di Torino. Durante questo periodo balla solo in alcune occasioni: alla Biennale di Venezia con un balletto creato appositamente per lei da Jacopo Godani, e nel 2005 in un passo a due di Johan Inger. Seguendo la grande passione per l'insegnamento smette definitivamente di ballare e si dedica sempre più ai giovani danzatori. Oggi, continua a rimontare i balletti di Mats Ek nei più grandi Teatri del Mondo e tiene master-class in Italia e in Europa; ha insegnato anche in prestigiose Accademie sia classiche che contemporanee: Conservatoire de Paris, Accademia del Teatro alla Scala di Milano, Académie de Danse Princesse Grace, Codarts, Laban Trinity e Rambert School of Ballet and Contemporery Dance. Nel 2010 lavora con Roberto Bolle in occasione dell'allestimento della Giselle di Mats Ek al Teatro San Carlo di Napoli. Ad Ottobre del 2012 crea l'EKoDanceInternational Project per aiutare i giovani danzatori ad intraprendere un percorso di crescita artistica mediante lo studio della danza classica e le coreografie di Mats Ek. Nel 2017 viene nominata direttrice artistica dell'Aterballetto, carica che lascia dopo due mesi dall'insediamento. Attualmente è direttrice di EKoDanceInternational Project con sede a Torino.

Carissima Pompea quanto ha giocato nella tua vita l'incoscienza?
Da giovane tanto, a volte l'incoscienza ti porta lì dove la riflessione non ti porterebbe mai. Penso che se avessi riflettuto di più non sarei mai partita per la Svezia. Poi con l'età impari invece a riflettere per la paura di sbagliare.

Una volta mi hai detto che la "danza ti ha permesso di conoscerti così a fondo che non potresti fare a meno di te stessa"... bellissima affermazione, ne sei sempre convinta?
Assolutamente sì! Il ballerino così come l'attore si immedesima in situazioni o ruoli che spesso non corrispondono al proprio essere ma sono frutto di una situazione o di una storia immaginaria. Questo permette di essere diverso, quello che non sei oppure quello che vorresti essere, ti permette di risolvere situazioni che nella vita reale non potresti risolvere. Tutto ciò in pochi minuti. Si crea una sorta di relazione con se stessi, quindi impari a conoscerti più di altri, purtroppo però, questa eccessiva relazione intima a volte può diventare egocentrismo.

Immagino che durante il tuo periodo di danzatrice tante saranno state le proposte ricevute, perché hai scelto la continuità con il Cullberg Ballet?
In effetti solo due volte avrei lasciato il Cullberg Ballet, una volta per l'NDT di Jiří Kylián e una per la compagnia di Nacho Duato. Sono i due coreografi che mi hanno maggiormente segnato. Ma Mats ha sempre fatto sì che io rimanessi!

Mats Ek ripeteva che "Niente è garantito, te lo devi guadagnare". Pensi che i giovani danzatori di oggi siano così propensi a seguire questo monito?
Purtroppo oggi questa frase si dice spesso ma si mette in pratica poco. Personalmente cerco di insegnarlo ai ragazzi in quanto mi ha aiutato moltissimo, ma è difficile perché ognuno di noi ha la propria storia e la propria educazione e questo influisce sul modo di affrontare la vita.

Oltre a Mats Ek e a sua mamma a chi ti senti di indirizzare un moto di gratitudine o di supporto?
Sono tantissime le persone che mi hanno aiutata, avrei una lista lunghissima! Sono sempre stata una spugna e aperta a qualsiasi critica, questo faceva sì che in molti si sono occupati di me, dandomi consigli e anche risollevandomi il morale nei momenti più difficili. Non mi sono MAI sentita sola.

Ritieni che oggi nello studio della danza ci sia meno rispetto e meno disciplina sia nella formazione che nella professione a differenze dei tuoi inizi?
Non ho frequentato l'Accademia, vengo da una scuola di danza privata dove ero coccolata dal mio Maestro, quindi non ho mai vissuto la rigidità e la disciplina che si potrebbe trovare in un'accademia. Quello che posso dire oggi, è che i ragazzi sono molto più svegli ma anche più vulnerabili e fanno più fatica ad accettare umiliazioni e pressioni psicologiche, fanno fatica ad accettare una figura autorevole soprattutto se non l'hanno mai vissuta nell'ambito familiare. Credo che il rispetto e la disciplina facciano parte dell'essere umano, a prescindere che appartengano o no al mondo della danza!

Sei diventata la "voce" di Mats Ek in Italia, nelle scuole, nei teatri. In molti attraverso le tue parole hanno conosciuto meglio il Maestro, cosa ti gratifica maggiormente in questo ruolo di divulgatrice?
Diciamo che non faccio altro che divulgare le mie esperienze, quello che ho assorbito da Mats e non solo, quello che ho capito ed elaborato su me stessa e dentro di me in tutti questi anni. Mi gratifica il fatto di vedere i risultati dei miei insegnamenti e le realizzazioni dei tanti ragazzi che sono riuscita ad aiutare...

Come ti relazioni con i tuoi studenti in sala danza, come strutturi gli incontri con loro e le prove?
Mi piace sentirmi una di loro, non mi sono mai piaciute le prese di ruolo, credo che il rispetto non si ottenga in base alla denominazione. Ho una forte personalità e mi piace comunicare e trasmettere, i ragazzi percepiscono questo mio darmi totalmente e si aprono di conseguenza con il tempo. Mi piace creare intorno a me un'atmosfera positiva, non ho mai sopportato i "musoni" o gli arroganti, questo anche tra i professionisti. Mi ci è voluto del tempo per trovare il giusto equilibrio tra l'essere la loro "amica" e la loro Direttrice, ma penso di aver raggiunto oggi una giusta dimensione.

Spesso sei presa come esempio e fonte di ispirazione autorevole, ma guardandoti indietro chi sono stati i tuoi miti della danza e del balletto, ancor prima di giungere in Svezia?
Non essendo stata appassionata della danza dagli inizi, non ho mai avuto un idolo o una figura ispiratrice, danzavo perché mi veniva facile e perché tutto quello che facevo veniva apprezzato, quindi mi sentivo semplicemente felice, non ho mai invidiato o ammirato nessuno, fino a quando non arrivai in Svezia e tutto cambiò.

Come sono i rapporti oggi con Mats Ek? Possiamo anche dire che alla fine lui non si è mai ritirato dalle scene come tanto era stato annunciato?
Mats ed io ci sentiamo abbastanza regolarmente, so che se ho bisogno di parlare con lui c'è sempre. Si preoccupa per me e di quello che mi accade. Credo che ha semplicemente voluto prendere un po' di distanza dal suo lavoro per un certo periodo. Ha voluto dedicarsi del tempo, ma soprattutto ha sentito la necessità di tornare sulle scene insieme ad Ana. Ma come sappiamo presto tornerà a creare per l'Opéra di Parigi, quindi la pausa è stata relativamente corta e ne siamo tutti ben felici!

Raccontami dell'esperienza al Prix de Lausanne? Uno degli eventi a cui guardo sempre con maggiore interesse...
È stata una bella esperienza, fui invitata da Amanda Bennet allora Direttrice e chiesi a Mats se potevo proporre una sua variazione ai concorrenti prescelti. Non credo lo rifarei, perché lo stile di Mats è così complesso che è quasi impossibile impararlo attraverso un video come si fa al concorso di Lausanne. È una competizione di altissimo livello, che fornisce grandi possibilità ai ragazzi selezionati anche se non arrivano poi in finale.

In Italia esiste una cultura della danza contemporanea?
Purtroppo poca e le ragioni potrebbero essere tante. Forse perché le scuole di danza non educano nella giusta maniera? Perché i giovani vedono solo concorsi e saggi dove la danza contemporanea è quella che si fa con i calzini e le coulotte nere? Oppure perché oggi è contemporaneo tutto ciò che è ricerca o innovativo, ma quanto dobbiamo ancora ricercare? Eppure siamo stati i primi ad accogliere nei primi anni ottanta le più grandi compagnie e i più grandi coreografi come Ek, Kylián, Bausch, Carlson, Forsythe per citarne alcuni. Poi cos'è successo? Le risposte sono tante!

Sei sempre stata una sostenitrice che senza i principi base della danza classica accademica non è possibile formulare un inedito dizionario per la danza contemporanea. Pensi sia stato recepito il messaggio dalle nuove leve o da chi dirige?
Ma non c'è nulla da recepire... è così! Qualsiasi compagnia seria e professionale inizia la giornata con una lezione di danza classica. Ho sempre e solo studiato la tecnica della danza classica, per poi cimentarmi in stili diversi. Quello che ti permette di sentire la tecnica del balletto non è paragonabile a nessun'altra tecnica, se così vogliamo chiamarla. Lo so che molti vorrebbero abolirla ma io continuerò a lottare per difenderla ma soprattutto mi piacerebbe divulgare il mio modo di vedere la tecnica del balletto, farne capire l'incredibile logica e la purezza... non si tratta di metodo Russo, Francese, Inglese o Cubano ma di semplice logica matematica e geometrica, che accompagnata dall'uso della braccia portate dalla schiena, (il famoso "port de bras" purtroppo molto trascurato) permette il passaggio dalla danza classica a quella contemporanea in maniera del tutto naturale.

Pompea, ritornando a Mats Ek, sei cresciuta al suo fianco, quando nel 1978 arrivata al Cullberg lui era un semplice ballerino, in quale maniera ti ha arricchita e come hai vissuto la sua evoluzione che lo ha reso poi uno tra i massimi coreografi contemporanei?
Ero molto giovane, quindi inconsapevole di tutto ciò che mi stava capitando. Vedevo Brigit come la mia Direttrice e Mats da subito come qualcuno di assai importante, è sempre stato autorevole, ma allo stesso tempo rispettoso... diciamo che quando entrava in sala si sentiva! Accanto a Mats c'è sempre stata Lena Wennergren, lei per me è risultata importantissima, mi ha protetta e aiutata non solo artisticamente ma anche moralmente e umanamente. È scomparsa nel 2010 e le sarò eternamente grata per tutto quello che mi ha insegnato. Mats, oltre ad essere sempre stato disponibile anche nei momenti difficili mi ha aiutata a crescere mediante i ruoli che mi ha affidato nel corso della sua carriera coreografica, quindi anche a lui sarò eternamente grata per avermi donato numerose opportunità di crescita.

Per rimontare i balletti di Mats Ek da dove parti, esistono delle annotazioni tue personali?
No, ho tutto in testa, uso il video per ricordare o imparare ruoli e passi che io stessa non ho danzato. Prima di trasmettere la coreografia ai danzatori devo sentirla su di me per capirne la dinamica e la logica. Avendo danzato praticamente tutto diventa molto più facile.

I balletti di Mats Ek li hai rimontati per l'Opera di Monaco, l'Opera di Gothemburg, l'Opera di Parigi, l'Opera di Praga, l'Opera di Lione e per la Royal Opera House. In quale teatro (Svezia a parte) ti sei sentita più a casa o meglio quale pubblico ti ha meravigliato per entusiasmo e per calore?
Sicuramente la Royal è stata la più bella esperienza, sia per la meravigliosa città sia per l'accoglienza, ma soprattutto per la stima e gratitudine che la allora Direttrice Monica Mason riponeva nei miei confronti. Mai sono stata così apprezzata in qualità di assistente!

Nel 1997, è risaputo, hai rimontato "Giselle" di Mats Ek alla Scala di Milano. In quegli anni alla direzione del corpo di ballo scaligero c'era la grande Elisabetta Terabust, da poco scomparsa. Un tuo ricordo e un tuo pensiero per lei?
Sarò per sempre grata ad Elisabetta, per aver fatto sì che si realizzasse un mio sogno. Ricordo ancora la nostra cena nella quale mi propose di rimontare "Giselle" alla Scala e di ballare due recite come ospite. Mi offrì la prima recita ma rifiutai, non lo trovai giusto, ballai così le ultime due. Purtroppo proprio prima dell'inizio del lavoro abbandonò il suo ruolo da Direttrice quindi mi dispiacque molto non averla avuta accanto durante la produzione. Ma fu comunque un'esperienza meravigliosa!

La "Giselle" in Scala l'hai ballata come "artista ospite" al fianco di Massimo Murru, già celebre étoile scaligero oggi professore del Corpo di Ballo, com'è stato lavorare al suo fianco?
Massimo ed io abbiamo lavorato parecchio insieme, prima in Giselle e qualche anno dopo in Carmen alla Royal. Massimo è sempre stato un ragazzo molto riservato, ballare con lui è stato bello perché è stata l'unica volta in cui ho visto oltre il suo sguardo.

Con grande entusiasmo hai accettato, nel 2017, la nomina a direttrice artistica di Aterballetto ma dopo pochi mesi di lavoro hai rassegnato le dimissioni. Senza entrare nel merito di una decisione sicuramente maturata e personale, cosa non ha funzionato in questo matrimonio?
Come tutti i matrimoni, quando avvengono in maniera troppo affrettata dopo un po' si disfano. Io e Cristoforetti non ci conoscevamo personalmente, ci siamo sentiti un paio di volte al telefono agli inizi della sua direzione artistica del festival di Torino Danza ma mai avuto nessun tipo di rapporto. Diciamo che i nostri caratteri non sono risultati compatibili, e si sa, se il direttore generale e il direttore artistico non sono in completa sintonia nulla può accadere. Peccato perché invece con i ballerini si stava creando una bella sintonia.

Cosa porti con sé di quei pochi mesi trascorsi intensamente con i ragazzi della compagnia emiliana?
Purtroppo molto poco, ovviamente la mia priorità l'ho data ai ballerini e ai Maitre, volevo conoscerli bene da subito per poterli aiutare e per iniziare a dare una mia impronta alla compagnia trascurando forse altri aspetti. Mi piace eseguire una cosa alla volta e concentrarmi bene su quello che sto facendo. C'è il rischio altrimenti di mettere troppa carne sul fuoco rischiando di non poter più riconoscere la salsiccia dal filetto...

Durante una tua lezione di classico l'accento non viene posto tanto sullo stile ma sulla funzionalità nel preparare il corpo e la mente, giusto?
La mia lezione ha un nome: L.E.N.A. (Logic Espressive Natural Arms) è uno studio dettagliato sull'uso delle braccia ma non solo, anche dello sguardo, delle direzioni, ma soprattutto il passaggio accurato tra una posizione all'altra per creare il movimento e l'espressività di esso.

Come ci si dovrebbe accostare, con cura, ad un nuovo linguaggio coreografico?
Un ballerino dovrebbe essere in grado di assorbire lo stile o il linguaggio di un coreografo, diventa più difficile a mio parere se ha dietro le spalle uno studio della tecnica influenzata a sua volta da un altro stile (Francese, Rad, Cubano, ecc.) Credo che lo studio debba essere cristallino, onesto e neutrale, pura tecnica, per poi poter indossare qualsiasi stile senza ulteriori manierismi. Come si fa? Te lo spiegherò Michele se un giorno verrai a vedere una mia lezione di danza classica.

Dai tuoi tempi ad oggi quanto sono cambiate le estetiche del balletto contemporaneo?
Le improvvisazioni e la ricerca del movimento che spesso i coreografi richiedono, hanno stimolato sempre più la creatività dei ballerini facendoli sentire dei creatori e non degli esecutori, questo porta il danzatore a credere di essere un coreografo. Ai miei tempi, la maggior parte dei coreografi entrava in sala preparato e proponeva il proprio materiale, il ballerino quindi aveva certi limiti, pur avendo la libertà di colorare con la propria personalità lo stile o l'interpretazione richiesta. Oggi si tende sempre più ad usare il linguaggio proposto dai danzatori nato attraverso un processo di improvvisazione... il coreografo diventa quindi un regista e questo non sempre porta a buoni risultati. Io non avrei continuato a danzare se mi fosse stato imposto di improvvisare di continuo. Sono un'interprete ed esecutrice, mi piace indossare i panni che mi vengono proposti ma non cucirli.

La danza ha sicuramente avuto una sua naturale evoluzione ma anche le fisicità appaiono oggi più atletiche e sportive, è un bene o un male?
Che il danzatore abbia un aspetto atletico mi piace parecchio, non solo per l'estetica ma anche perché il lavoro del danzatore è simile a quello degli atleti, il corpo è il loro strumento, così come il violino per il violinista. Prendersi cura del proprio strumento è fondamentale soprattutto per evitare infortuni. Una sana alimentazione accompagnata da un costante allenamento scolpisce senza dubbi il corpo di un ballerino. Quello che invece trovo stia degenerando è la mania delle gambe e dei piedi, che ormai ha contaminato il mondo del balletto classico, devono avere una sola forma, modello Sylvie Guillem. Purtroppo è quasi diventato l'unico elemento di valutazione, quando invece a mio avviso la parte più importante di un danzatore sono le braccia, le gambe alla fine dei conti fanno tre cose creando forme geometriche, mentre le braccia hanno un'infinità di possibilità e hanno la capacità di creare forme fluide ed espressive.

Altri elementi a te cari sono l'analisi del gesto, la relazione con la musica e il rapporto narrativo?
Come dico sempre ai miei allievi con la danza ci si esprime e per farlo usiamo il movimento, uno sguardo può far capire tante cose, un semplice gesto della mano può significare cose diverse in base a come posizioniamo le dita... quindi necessita sempre chiedersi il perché di un movimento, sapere esattamente dove nasce un movimento e le sue infinite possibilità. Non avrei mai danzato se non avessi avuto la musica ad accompagnarmi e aiutarmi nei momenti in cui pensavo di non farcela, ascoltavo la musica ed era lei a guidarmi verso la fine. Ho sempre fatto fatica con i coreografi che usano la musica come un'aggiunta, come un supporto e non come azione conduttrice.

Un tuo pensiero per Carola Zingarelli, celebre pedagoga della Scuola di ballo della Scala e già étoile del Teatro di Budapest nonché interprete della prima rappresentazione de "Il Mandarino Meraviglioso" di Béla Bartók?
Carola è venuta periodicamente nella nostra scuola per diversi anni, dava lezioni di carattere, la ricordo come una donna un po' pazza che portava tanta allegria in sala, rigida, severa ma allo stesso tempo simpatica e positiva. L'ultima volta che la vidi fu dopo un mio spettacolo di "Giselle" in Italia, non ricordo se Milano o altrove e mi disse: "Ma come fai ad essere così morbida?" Oggi le avrei risposto: "Ho capito che questa è la mia danza, quella che ho scelto per esprimermi"!

Ora parliamo di flamenco, lo hai studiato con Isabel Nesi Fernandez. Cosa ti ha affascinato in questa disciplina così potente?
Adoravo il flamenco, mi dava tanta forza, mi piaceva il ritmo del Zapateado, mi è servito molto per l'uso delle braccia e delle mani.

Durante la tua carriera hai avuto modo di conoscere personalità geniali che ti hanno arricchita non solo artisticamente, ma anche umanamente. Possiamo affermare che l'arte non tradisce mai?
Ho lavorato con grandi coreografi e grandi star della danza classica, con ognuno di loro ho sempre instaurato un bellissimo rapporto, il mio essere trasparente, spontanea e positiva ha fatto sì che non ci fosse mai un muro da abbattere. Quindi non è l'Arte a non tradirti mai ma tutto dipende da come ti poni ad essa.

A Verona nel 1998 nel ruolo di Aurora in "Bella Addormentata" hai dato l'addio alle scene, com'è maturato questo importante "passo" nella tua carriera?
Non ho mai deciso che quella fosse l'ultima volta, non ho mai preso la decisione di lasciare le scene. La mia grande passione per la trasmissione e l'insegnamento semplicemente sono diventati con il tempo la mia priorità, seconda dopo la nascita dei miei due figli.

Dal 2002 al 2005 sei stata consulente artistico del Teatro Nuovo di Torino, cos'hai imparato di nuovo ricoprendo tale incarico?
Non so se ho imparato qualcosa di nuovo, ma ho avuto sicuramente la conferma che un giorno avrei voluto guidare un gruppo di danzatori, a modo mio ovviamente o forse meglio dire nel modo in cui sono stata educata.

Ma la passione per la danza com'è scaturita in te?
Nel 1968 i miei genitori si trasferirono a Torino in cerca di lavoro, mia madre da sempre appassionata di danza mi iscrisse in una palestra vicino casa. L'insegnante dopo qualche mese le disse che avevo talento e che sarebbe stato meglio se io studiassi in una scuola seria e le consigliò "Ariadne" diretta da Jusa Sabatini. È da lì che iniziò tutto. Sarò quindi sempre grata alla mia prima insegnante Anita Carrino per aver creduto nel mio talento e fatto sì che io trovassi il posto giusto per alimentarlo. Avevo nove anni quando iniziai questo meraviglioso percorso. Non posso dire di essermi avvicinata alla danza per passione, le mie passioni erano altre, ma il Maestro Sabatini, probabilmente davanti al mio talento, fece di tutto per farmi capire che la danza era e sarebbe stata la mia vita. Mi faceva sentire speciale e questo accadeva anche quando venivano insegnanti ospiti che il Maestro invitava per lunghi periodi, come Margarita Trayanova, Carola Zingarelli, Jean Marie Dubrul, Joso Borcic ed altri ancora. Mi ricordo di aver sempre ricevuto molte attenzioni, fino a quando cominciai a crederci. Il Maestro si prese cura di me fin dall'inizio, a tal punto da volermi adottare. Oggi sono convinta che se io non avessi avuto prima mia madre ad introdurmi nel mondo della danza e poi il mio maestro a credere in me, non sarei qui Michele a raccontarti questa storia. All'Ariadne ci sono rimasta fino all'età di sedici anni e in quell'arco di tempo ho ballato principalmente il repertorio classico, (Don Q., Bella Addormentata, Paquita, Lago dei Cigni e Coppelia) ma mi divertivo anche molto con il jazz e il flamenco che il Maestro ci proponeva accanto allo studio della danza classica accademica.

I tuoi primi ruoli in palcoscenico quali sono stati?
I primi ricordi più belli sono sicuramente quelli nella scuola di danza, quando ballai per la prima volta al Teatro Alfieri di Torino, Odette, Swanilda, Kitri, Paquita e Alice nel paese delle meraviglie per poi concludere con la variazione di Carmen di Alonso che ballai per l'ultima volta al Festival di Spoleto a sedici anni.

Proprio Spoleto in qualche modo ti ha cambiato le prospettive e le aspettative?
Ecco... non ricordo di aver studiato "intensamente", non ricordo di aver fatto sacrifici per studiare, mia madre sicuramente sì e tanti, per accompagnarmi e per starmi vicina fino a quando non ero abbastanza indipendente. Mi divertivo, e se così non fosse stato non avrei mai continuato a danzare. Il mio sacrificio era la scuola statale, la scuola dell'obbligo... non per niente si chiama così. La danza non dev'essere un obbligo. Quello che invece il mio Maestro mi obbligò a fare fu un concorso, ricordo che mi venne a prendere fino sotto casa perché io dopo l'esperienza dell'anno prima a Losanna, dove fui eliminata dopo la semifinale non volevo più saperne. Era un concorso italiano, "Tersicore" nella città di Brescia. In giuria c'erano nomi come Alberto Testa, Bianca Gallizia, Giuliana Penzi, Renato Fiumicelli e Presidente di Giuria era il grande Mario Pasi. Arrivai al Concorso inconsapevole e con nessuna voglia di gareggiare, ma una volta in scena partivo in una dimensione a me ancora sconosciuta. Dovettero creare un premio straordinario "per il mio particolare talento artistico" che mi portò al Festival di Spoleto allora diretto dal Maestro Alberto Testa. Avevo sedici anni e una promettente carriera da ballerina nella disciplina classica.

Cosa ha significato per te l'incontro con Birgit Cullberg e quali furono I maggiori insegnamenti appresi da Lei?
Birgit mi offrì un contratto di lavoro nel 1978 quando avevo solo sedici anni, allora Pippo Carbone era suo assistente. Era una donna determinata e sapeva esattamente quello che voleva, mi fece capire chiaramente che voleva me. Io però avevo già tutto pronto per entrare a far parte della Scuola di Ballo dell'Accademia della Scala, ero stata ammessa al 6° corso. Non so cosa o forse sì, mi spinse ad accettare il contratto. Inizialmente ballai solo coreografie di Birgit perché Mats Ek era ancora tra i suoi ballerini, per me abituata al repertorio classico non fu facile, ma lo stile di Birgit è comunque basato sulle linee e sulle forme così come il classico quindi capii subito, e notai anche un'altra libertà di espressione. Nonostante la mia giovane età capii attraverso le coreografie di Birgit, cosa fosse la danza contemporanea che il mio Maestro non ci fece mai studiare (forse consapevolmente? non so... mi sarebbe piaciuto chiederglielo). Capii che la danza ti permette anche di raccontare storie vere e non solo favole, Birgit era una donna moderna non solo nelle coreografie ma anche nella sua vita privata, fu una delle prime a portare il sociale sul palcoscenico attraverso la danza. I suoi balletti erano sempre rivolti al sociale!!

So che non ami farti chiamare Maestra, perché?
E questo chi te lo ha detto Michele? Non mi piace essere chiamata Maestra e non mi faccio dare del lei da nessuno. Trovo che i titoli e il "falso" rispetto crei una barriera tra due esseri umani, le persone sono tutte uguali, hanno solo caratteri ed esperienze diverse ma godono dello stesso valore. Il rispetto non si basa sui titoli che ci vengono assegnati, ma su quello che noi riusciamo a comunicare e trasmettere al nostro prossimo. Per tutti mi piace essere semplicemente, Pompea!

Nel 1996 Mats Ek ti chiese di rimontare all'Opera di Monaco di Baviera la sua "Giselle" e da lì non hai più smesso. Cosa ha trovato in te Mats per riporre così tanta fiducia, sicuramente poi ripagata con la tua proverbiale serietà e professionalità?
Mats è un grande osservatore, ai tempi studiava con noi tutte le mattine e questo gli permetteva di osservarci. Vide quasi subito in me l'istinto che nutrivo nell'aiutare gli altri e la mia curiosità nel guardare le prove, anche quelle che non mi vedevano coinvolta. Mi è sempre piaciuto osservare e sono sempre stata curiosa di capire il perché delle cose. Poi, il fatto di aver ballato tutto il suo repertorio sia in ruoli principali che ruoli minori, ha fatto sì che fosse naturale mandarmi a rimontare i suoi lavori.

I tuoi figli che rapporto hanno con la danza e come vivono la tua professione?
I miei figli non hanno alcun interesse per la danza, soprattutto mio figlio, mia figlia si diverte con l'hip hop (dancehall) e ogni tanto, quando può viene a vedere i miei spettacoli. Mio marito ed io siamo comunque contenti che sia così!

Tra le numerose creazioni che hai rimontato a quale ti sei sentita più affine per gusto e pensiero?
Sono state tutte delle bellissime esperienze, perché ho sempre fatto in modo che lo fossero, non potrei mai lavorare in un ambiente teso e negativo e come sappiamo sono le persone a crearlo. Sono trasparente e onesta, c'è chi confonde questi due aspetti con "pazzia"... oltre ad avere un grande senso dell'umorismo che mi permette spesso di ottenere grandi risultati e di risolvere situazioni tese!

Nella tua carriera professionale hai lavorato al fianco di grandi nomi della coreografia, come Duato, Carlson, Naharin, Kylian... esperienze di indubbio prestigio e valore?
Assolutamente sì!! Ognuno di loro mi ha lasciato un bagaglio, Jiří Kylián prima di tutti, con il quale ho lavorato maggiormente perché da sempre c'è un legame di rispetto e ammirazione tra Mats e lui. Jiří ha apprezzato le mie lunghe linee e il mio aspetto un po' esile che Mats ha cercato di mascherare cercando in me qualcosa di meno evidente. Carolyn ha fatto scoprire in me la magia dell'improvvisazione, anche se non è mai stato il mio forte, lei è riuscita a darmi così tanta sicurezza che ad un certo punto mi sono sentita libera come mai prima! Ohad invece è stato più difficile, non mi sono mai sentita a mio agio con il suo lavoro, forse per il mio aspetto troppo "classico" non so... però anche lui ha trovato il modo di farmi capire che la danza non è basata sull'aspetto fisico, ma su un'idea che ci facciamo di noi stessi e un'apertura mentale. Nacho per me è stato un uomo molto importante, quindi ballare le sue coreografie mi ha fatto sentire più vicina a lui.

Quanto ti ha dato la danza e quanto hai dato tu a lei?
La danza ha dato un senso alla mia vita, prima della nascita dei figli ovviamente. Ho alimentato e guidato per così tanto tempo il mio corpo che ora è lui a guidare me, io lo ascolto attentamente e mi faccio guidare dal grande patrimonio acquisito in tutti questi anni. Quindi potrei dire che sto restituendo tutto quello che la danza mi ha dato attraverso la comunicazione e la trasmissione.

Artisticamente parlando, nutri qualche rimpianto?
Per alcuni anni forse sì, ma con il tempo mi sono resa conto che non lo è più. Quello di non aver lavorato maggiormente con l'altro mio coreografo preferito Jiří Kylián entrando nella sua compagnia.

Parlami artisticamente di Ana Laguna che sicuramente tu conosci molto più a fondo di noi spettatori. Splendida artista spagnola, e indimenticabile partner al fianco di Mikhail Baryshnikov nello spettacolo "Three solos and a duet"?
Ana è stata per me una grande ispirazione, l'ho osservata e ho imparato molto da lei. Mats mi ha affidato parecchi ruoli creati per lei e quindi mi capitava di essere spesso il suo secondo cast. La cosa la trovavo abbastanza naturale perché non l'ho mai vista come la "donna" di Mats ma come una straordinaria ballerina, quindi alternarmi con lei era una splendida sfida. La sua grande professionalità era un esempio per tutti noi. Ovviamente non è stato facile, con me lui era molto più esigente, più scrupoloso, solo più tardi ho capito il perché, voleva tirar fuori la parte meno evidente di me, mi costringeva a cercare la mia parte più profonda. Per questo gli sarò sempre grata, perché è quello che oggi faccio con i miei allievi.

Cosa ti lega a Johan Inger?
Johan ed io ci conosciamo da tantissimi anni ma non abbiamo mai lavorato insieme. Il mio ultimo spettacolo fu a Torino in un suo bellissimo passo a due "Couple of moments" ai tempi in cui collaboravo con il Teatro Nuovo di Torino, era il 2006, ma nessuno gli dette molta importanza!

Jacopo Godani aveva creato per te al Nuovo di Torino, "Black out". Cosa ti ha spinto verso il suo lavoro, anche perché credo sia l'unico coreografo italiano con il quale hai lavorato?
Sì, io e Jacopo ci siamo conosciuti quando lui era ancora ballerino da Billy Forsythe e legammo immediatamente, ci promettemmo che un giorno, prima che io smettessi di ballare avrebbe creato qualcosa per me, fu quindi un bellissimo passo a quattro, io e tre ballerini del Teatro Nuovo di Torino, Antonio Aguila, Raffaele Irace che oggi lavora con lui come assistente e Gianluca Multari. Mi sarebbe piaciuto moltissimo lavorare anche con Mauro Bigonzetti, ne abbiamo parlato ma non ci siamo mai riusciti.

Hai avuto la fortuna di lavorare anche con Roberto Bolle al San Carlo, cosa ti ha colpito maggiormente in lui?
Roberto lo conobbi quando rimontai "Giselle" di Mats alla Scala nel 1997 lui era giovanissimo. Mats non lo scelse appunto perché era molto giovane. Dopo tanti anni ci siamo ritrovati a lavorare finalmente insieme. La prima cosa che mi sono detta quando ho cominciato a lavorare con lui è stata: "non appartiene a questo pianeta"... la sua bellezza è un qualcosa di indescrivibile che emana dagli occhi. Il fatto è che non mi sono mai abituata! Tutti i giorni mi ripetevo la stessa frase. Purtroppo, nel percorso Roberto si è infortunato alla schiena e abbiamo dovuto interrompere le prove e rimandare la prima di qualche mese. Siamo riusciti a portare in scena "Giselle" e lui ha indossato i panni di Albrecht in maniera onesta e superba. Ma quello che mi ha più colpito di Roberto, è la sua positività, la sua generosità e lealtà. Doti fondamentali per un essere umano più che per un ballerino.

In questo periodo si celebrano gli ottant'anni della nascita di Rudolf Nureyev, un pensiero che ti lega a lui, insieme avete danzato nella "Signorina Giulia" della Cullberg?
Nureyev rimase con noi un mese per lavorare con Birgit, ricordo il primo giorno di prova, lui arrivò in totale ritardo e nonostante ciò con molta calma si prese tutto il tempo necessario per farsi la sua sbarra e scaldarsi. Con me fu subito molto simpatico, ballavo il ruolo della sua fidanzata Clara e avevamo dei piccoli passi a due insieme, ero anche molto giovane, penso avessi diciotto anni. Scherzava durante tutte le prove facendo battutine anche un po' "osé" e in italiano! Aveva un senso dell'umorismo incredibile. Ci incontrammo una volta sull'aereo Stoccolma-Parigi e anche in quel caso l'aereo dovette aspettare che lui finisse di fare il suo shopping.

Dall'alto della tua esperienza, pensi che l'odierno metodo di insegnamento coreutico in Italia sia efficace e a livello regolamentativo cosa manca a tuo avviso?
Non credo nei "metodi" credo nei "modi", la differenza tra un insegnante e un altro è il modo in cui trasmette il suo sapere e la sua passione. Un plié è sempre un plié e un tendu un tendu, più lo conosci a fondo e più cose potrai dire. Così con tutto il resto. Più conosci e hai sentito sul tuo corpo un port de bras e più dettagliata sarà la spiegazione... Ho sempre e solo studiato la tecnica della danza classica con numerosi insegnanti, ho scelto però di esprimermi con un vocabolario contemporaneo, questo mi ha portata ad elaborare un modo di studio della danza classica un po' più morbido, fluido proprio perché il passaggio tra uno stile e l'altro sia più naturale e logico. Ovviamente per possedere una tecnica solida, giri sicuri, salti potenti ed equilibri ci vuole una schiena forte ed eretta, ma poi? Oggi tutti i Direttori di teatro cercano ballerini duttili, ma sono poche le Accademie che formano ragazzi con un'ottima tecnica priva di rigidità, succede che solo dopo qualche anno capiscono come liberarsene, alcuni purtroppo non se ne liberano mai! Io mi sono detta, ma perché non inserire già da subito l'idea del contemporaneo o forse dovrei dire di Mats nello studio della danza classica? Quello che ho analizzato su me stessa per anni. Iniziare da subito a far intendere agli allievi come portare le braccia da una posizione all'altra senza che risulti un movimento rigido. Insomma il discorso è lungo e complicato, lo sto sperimentando sui miei allievi. Loro studiano danza classica e repertorio Mats Ek e comincio ad avere i miei primi risultati. Comunque il più grande maestro di un insegnante è il palcoscenico, il percorso per arrivarci e l'esperienza, una carriera!

"Eko Dance International Project", dal 2012, aiuta fattivamente i giovani danzatori. Parlami di questo tuo progetto e dei risultati ottenuti fino ad oggi?
Anche questo è nato in modo del tutto spontaneo, ho iniziato ad insegnare alla Lavanderia a Vapore quattro anni fa invitata da Loredana Furno, un gruppo di ragazze hanno iniziato a seguirmi e sono di conseguenza stata incoraggiata a dar vita a questo progetto. Da sempre ho voluto mettere in pratica un mio pensiero, finalmente ho avuto la possibilità di farlo. Cerco di aiutare non solo i ragazzi che non si sentono ancora pronti tecnicamente o artisticamente per affrontare il mondo professionale, ma anche quelli che non hanno ancora il coraggio o l'autostima di cui avrebbero bisogno per affrontare audizioni. Li educo a come presentarsi, a come affrontare le prove giornaliere fino ad arrivare al palcoscenico. Come materiale di studio mi servo della tecnica della danza classica, in quanto è l'unica che conosco profondamente e che reputo la più completa per un danzatore. Ovviamente visto il mio percorso, lo studio è contaminato da elementi fondamentali della danza contemporanea pur mantenendo la disciplina e le regole, in poche parole cerco di eliminare quella rigidità che purtroppo spesso si trovano in un ballerino classico. Cerco di far capire come il passaggio dalla danza classica a quella contemporanea possa essere più spontanea e logica. Per farli crescere artisticamente, Mats mi ha concesso il permesso di usare estratti di sue coreografie e anche di portarli in scena a scopo educativo naturalmente. Per i ragazzi è straordinario poter lavorare in modo approfondito sul suo lavoro, permette loro di conoscersi e di scoprirsi, di superare i limiti sia fisici che artistici. Permette altresì di capire se amano totalmente la danza. Oltre a ciò, mi piace scoprire nuovi coreografi, quindi sono sempre alla ricerca di giovani creatori in modo tale da dare ai miei allievi la possibilità di lavorare con un coreografo e al coreografo di sperimentare il proprio materiale e stile su danzatori di un certo livello. A maggio debutteremo con quattro nuove coreografie create apposta per l'Eko, un progetto che abbiamo chiamato "Made4You" con l'appoggio della TPE e Palcoscenico Danza di Paolo Mohovich, giunto ormai alla terza edizione. Quest'anno presenteremo Fabio Liberti, Valerio Longo, Mauro De Candia e Alessio di Stefano, vincitore della scorsa edizione. Nei due Made4You precedenti ha avuto inizio la carriera di Diego Tortelli, voluto in seguito da me, in accordo con Gigi Cristoforetti ad Aterballetto per la stagione 2019.

Oltre al progetto artistico è nata anche una scuola per i più piccoli, com'è il lavoro con loro?
Sì, anche in questo caso, completamente in maniera spontanea! Hanno cominciato a rivolgersi a me dei genitori in cerca di consigli e piano piano si è creata una scuola vera e propria, abbiamo tre corsi suddivisi per età e livelli, dai dodici ai diciotto anni. Per me è fantastico, perché ho la possibilità di vedere l'evoluzione dei miei insegnamenti e attraverso i miei allievi imparo tantissimo. Grazie all'aiuto prezioso di Veli Peltokallio e alcuni ragazzi come Manuela Gallingani e Giorgia Bonetto che mi stanno accanto da diversi anni, e hanno quindi assorbito i miei insegnamenti, riesco a vedere il lavoro anche dal di fuori e osservarne l'evoluzione. Adoro spiegare, formare, trasmettere e comunicare, forse perché nutro una grande passione per la tecnologia, mi piace trovare la logica e capire il perché delle cose ed è stupendo quando poi, tutto funziona.

Per quanto ti conosco, ho decisamente inteso che la cosa più preziosa a cui tieni è la "libertà" nel decidere, organizzare, ideare e realizzare i vari progetti senza costrizioni, così nella vita personale come in quella professionale. Sbaglio?
No, non sbagli mio caro Michele, sono un'anima libera, potrei anche pensare di stare in una gabbia ma la porta deve essere aperta. Chi mi punta il dito contro lo può fare ma solo se è in grado di guardarmi dritto negli occhi. Mi piace la discussione e c'è anche chi a volte riesce a convincermi a cambiare idea su alcune cose... non potrei mai decidere, organizzare, guidare e realizzare se non avessi accanto a me un team di persone con le quali confrontarmi. Non potrei mai prendere delle decisioni senza prima discuterne con chi crede in me. Ho sempre avuto un grande autostima e rispetto per me stessa, però ho anche delle fragilità e insicurezze che mi permettono di crescere.

Quanto c'è ancora da imparare sul movimento del corpo, non parliamo solo per i danzatori ma per ogni essere umano, anche semplicemente come tramite per inviare sensazioni ed emozioni?
Il corpo non potrebbe funzionare se non fosse guidato da un cervello, come dico sempre ai miei studenti scherzando, la danza nasce nella mente, attraversa il cuore, passa dallo stomaco si digerisce per poi uscire dal... e qui trova tu Michele il modo per dirlo (hahahahaha). Quindi il movimento non è altro che il risultato di una digestione, più quello che ingerisci è pensato accuratamente e più piacevole sarà tutto il resto!

Quando sei chiamata a rimontare una creazione di Matk Ek qual è il primo aspetto che poni in evidenza?
La prima cosa che faccio è parlare, raccontare quello che andremo ad imparare, il perché e come è nato un balletto e l'idea... proprio come faceva Mats con noi prima di una creazione. Il lavoro di Mats non è astratto, quindi è importante capirlo da subito. Poi cerco di spiegare le regole tecniche fondamentali, l'uso della schiena di conseguenza le braccia, la fluidità, l'energia, l'intensità e il peso del movimento. L'aspetto più difficile è che il ballerino deve possedere la pulizia e le linee della danza classica, ma anche la libertà di movimento della contemporanea, quindi la libertà nel controllo. Raramente ho incontrato al di fuori del "Cullberg Ballet" un ballerino così, ed è anche questo che mi ha spinta a creare il mio progetto.

Qual è esattamente il ruolo di assistente, per chi non fosse addentro ai meccanismi della danza?
Il ruolo dell'assistente è un ruolo molto importante ma spesso poco valorizzato. L'assistente ha il compito di assistere il coreografo quando crea per poi trasmettere i passi e lo stile ai ballerini, oppure trasmettere una coreografia che ha ballato. Sarà poi l'assistente a curare il balletto e portarlo in scena quando il coreografo non è presente. Io amo sia assistere i coreografi in fase di creazione, sia trasmettere tutto quello ho ballato. Ma non farei mai il "Maitre". Il Maitre è colui che si occupa delle lezioni mattutine, delle prove, dei problemi, del settimanale, dei depressi, degli spettacoli... insomma di tutto e raramente viene ringraziato!

Nel mondo artistico ed in particolare in quello tersicoreo quanto conta riuscire a mantenersi umili?
È fondamentale! Sapere che c'è sempre qualcuno meglio di te ti permette di crescere, saper chiedere scusa ti permette di mantenere contatti e rapporti importanti, essere sempre pronti ed adeguarsi a qualsiasi situazione ti permette di vivere più esperienze, ma soprattutto avere costantemente la curiosità e l'apertura mentale che ti consente di conoscere sempre cose nuove.

Se non avessi scelto la danza quale altra strada ti sarebbe piaciuto intraprendere?
Ho sempre desiderato fare la segretaria da piccola, ho avuto la mia prima macchina da scrivere a dodici anni e il mio primo notebook nel 1995. Scoprii così il mio talento per l'informatica, per cinque anni ho assemblato desktop e riparato computer. Questo mi aiuta nell'insegnamento, mi permette di conoscere meglio il meccanismo e la logica del corpo umano. Poi mi piace molto scrivere!

Per un coreografo quanto è importante possedere un passato da esecutore?
Assolutamente è importantissimo! Deve conoscere a fondo il proprio corpo, per me un coreografo è colui che trasmette i propri movimenti e il proprio stile ad un danzatore. Io per esempio non potrei mai essere una coreografa, ma mi ritengo una buona regista e coach, sono brava a trasmettere e a mettere in scena la danza, a costruire uno spettacolo.

Che atmosfera crei in sala durante una tua lezione o stage?
Quando mi presento lo faccio sempre come "Pompea"... non mi piace essere chiamata in nessun altro modo. Cerco di essere me stessa e non il ruolo che vesto dell'"assistente" o "insegnante". Mi piace avere in sala un'atmosfera serena, priva di tensioni e mi piace scherzare. Nello stesso tempo esigo concentrazione e attenzione. Mi affeziono a chi è in sala con me perché si crea un rapporto intenso e intimo. Ma quello che mi piace più di tutto è che mantengo con ognuno un contatto, questo anche grazie a Facebook.

Parliamo della vetrina sui nuovi coreografi emergenti?
Oggi sono pochi i coreografi che fanno realmente coreografia, molti si fanno aiutare dai danzatori attraverso l'improvvisazione e sofisticati effetti luci o video proiezioni. Pochi sono i coreografi che lavorano facendosi aiutare dalla musica e da un'idea e se ce l'hanno, pochi riescono a svilupparla. Penso che fare il coreografo sia la cosa più difficile nella danza e troppi lo fanno con assoluta leggerezza.

In cuor tuo cosa speri per il futuro della creatività e della sperimentazione coreografica?
Che si torni a riflettere su cosa sia realmente la coreografia, il significato del coreografare un balletto. Tornare a chiedersi il perché delle cose. Non cercare troppo di fare qualcosa di nuovo, cercare ispirazioni su quello che è già stato fatto e semmai svilupparlo. La sperimentazione rischia a volte di diventare un'autoanalisi o un'autoterapia.

Quanto è stato importante nella tua carriera lo "specchio"?
Lo specchio è stato il mio miglior insegnante, mi ha aiutata a capire che dovevo trovare l'ispirazione e la motivazione in me stessa nei momenti difficili. Non mi guardo quasi mai allo specchio al di fuori della sala da ballo, nonostante casa mia sia piena di specchi, perché rendono lo spazio più ampio. Lo specchio dovrebbe essere il tuo amico e non il tuo nemico!

Come scegli gli interpreti delle tue messe in scena?
Se si tratta di coreografie di Mats, mi attengo alle persone per le quali è stato creato il ruolo ma anche alle loro capacità tecniche. Non essendo io una coreografa devo cercare di dare al danzatore un ruolo che lo possa valorizzare.

Nella danza, un consiglio per chi ci legge e desidera danzare nella vita, solo un paio di gambe non ti portano lontano, quali sono gli ingredienti giusti?
E invece oggi, sono proprio un paio di gambe e un bel collo del piede che ti porteranno lontano. Dopodiché verranno apprezzate, la velocità di apprendimento, la determinazione e la personalità, proprio in questo ordine. Per le compagnie contemporanee si aggiungono la qualità e consapevolezza del movimento e l'esperienza.

Sei interessata ai talent televisivi?
No, non li guardo!

Quale nazione, attualmente, offre maggiori possibilità professionali nel campo della danza e del balletto?
Credo la Germania, ogni paesino possiede nel proprio teatro una piccola compagnia.

Qual è il più grande preconcetto che la danza si porta appresso?
Che la danza contemporanea sia un ripiego per il ballerino classico.

Parlando di eleganza nella danza cosa ti viene in mente?
La danza classica è l'eleganza in assoluto, le linee, la leggerezza, la magia che si crea con i movimenti della danza classica che sono poi quelli che si studiano tutti i giorni a lezione, sono per me qualcosa di sacro che solo pochi hanno il privilegio di vivere. Personalmente non mi sono mai sentita, né elegante (non lo sono neanche nella mia vita privata) e né leggera (anche se ho un aspetto fragile). Il tutù mi stringeva troppo, adoro guardare un balletto classico quando viene eseguito in maniera sublime, ma non sarei mai rimasta nel mondo della danza se avessi dovuto usare il mio materiale di studio come strumento di trasmissione. La danza non ha un ideale, la danza è un'Arte così vasta e infinita che può raggiungere chiunque, dall'animo più elegante al barbone più trasandato.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Martedì, 17 Aprile 2018 10:10

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