domenica, 23 settembre, 2018
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INTERVISTA a GIUSEPPE DAGOSTINO - di Michele Olivieri

Giuseppe Dagostino Giuseppe Dagostino

Giuseppe Dagostino, nato a Conversano (Bari) nel 1988, inizia gli studi di danza prima con Anna Damiani poi con Victor Litvinov; nel 2004 entra a far parte dell'Accademia d'Arti e Mestieri Teatro alla Scala, diretta prima da Anna Maria Prina poi da Frédéric Olivieri, diplomandosi nel 2008 in danza classica e contemporanea. All'età di diciotto anni partecipa a l'"Aida" diretta da Franco Zeffirelli al Teatro alla Scala di Milano. La sua carriera continua all'estero, in Spagna, dove è assunto dalla "Compañia Nacional de Danza" di Madrid fino al 2013, prima sotto la direzione del coreografo Nacho Duato poi diretta dall'Ètoile José Carlos Martinez. In questi anni ha avuto l'opportunità di lavorare con coreografi internazionali, tra i quali: Angelin Preljocaj, Jiri Kylian, Matz Ek, Johan Inger, William Forsythe oltre ad aver ballato tutto il repertorio di Nacho Duato. Nel 2013 incontra Olivier Dubois, con il quale debutta in "Prêt-a-Baiser", un duetto di uomini per spazi non convenzionali. Nel 2013 decide di intraprendere la libera professione e approfondire lo studio per la drammaturgia della danza. Affronta un periodo di ricerca con diversi artisti tra i quali Marcos Morau / La Veronal, workshops di teatro diretti da Franck Chartier, Gabriela Carrizo, Jan Lawers oltre a diversi seminari di drammaturgia. Nel 2015 fonda "Kor'sia", associazione culturale con sede a Madrid, con l'obiettivo di indagare il linguaggio corporale, studiare e progettare creazioni coreografiche, diffondere un progetto formativo e studiare le dinamiche d'impresa. Nello stesso anno si laurea in Discipline delle Arti Figurative della Musica e dello Spettacolo all'Alma Mater Studiorum di Bologna con una tesi in drammaturgia sulla concezione di "tempo" nel teatro contemporaneo. Dal novembre 2014 fino a settembre 2016 lavora presso la "Socìetas Raffaello Sanzio", sotto la direzione di Romeo Castellucci, come assistente e maestro di ballo per Claudia Castellucci. Partecipa come maestro di ballo alle edizioni 2015 e 2016 della Biennale Danza a Venezia diretta da Virgilio Sieni. Nel 2015 lavora come danzatore per il coreografo Marcos Morau per un progetto su Pier Paolo Pasolini dedicato alla città di Bologna. Da settembre 2016 a oggi lavora come danzatore in Francia presso il "Ballet de Lorraine". Contemporaneamente lavora come drammaturgo e divulgatore per Kor'sia.

Caro Giuseppe, iniziamo col parlare di "Korsia", sicuramente una grande promessa, com'è nato il progetto e come si è sviluppato negli anni?
È un progetto che ha preso nome e consistenza circa tre anni fa, l'idea era nell'aria già da molto tempo. Korsia definisce un andamento, un percorso concreto proprio per il suo avanzare. Mattia Russo e Antonio de Rosa, con me fondatori, sono i compagni di viaggio dagli studi accademici agli studi... che non finiscono mai, per fortuna! Korsia si definisce come compagnia, le creazioni coreografiche sono accompagnate da seminari di danza e presto di teoria: condividiamo l'idea di un progetto coreografico, lo sviluppiamo e lo definiamo a partire da workshop di ricerca.

Attualmente frequenti un master a Parigi in "Storia della danza", cosa ti affascina in questo percorso?
Ho iniziato gli studi universitari con l'obiettivo di ampliare la mia cultura personale. La scelta di specializzarmi in storia della danza a Parigi è avvenuta dopo la triennale trovandomi in sintonia con il programma di studi francese. Questo Master consiste nell'approfondimento della metodologia di indagine e sulla composizione di una propria ricerca teorica. L'approfondimento teorico inoltre mi ha aiutato nei momenti di incertezza professionale che tutti i danzatori vivono durante la loro carriera. Il percorso di studi che sto affrontando parallelamente alla professione di danzatore mi permette una consapevolezza artistica da un punto di vista critico. Questa è la scelta più importante che abbia fatto nella mia carriera: dettagliare continuamente i meccanismi di rappresentazione da molteplici punti di vista. In generale credo che lo studio minuzioso di una materia sia un espediente per saper organizzare un discorso, sviluppare una problematica e rispondere a un'esigenza. Quanto la danza abbia influito nella storia della nostra umanità e cosa non molto nota, saper gestire questa conoscenza mi permette di considerare la danza molto più che una forma di intrattenimento.

Un domani, abbandonate le vesti dell'esecutore, ti vedi in quelle di docente teorico?
La teoria mi sta appassionando molto. Per me i punti di riferimento più stabili credo che sono rintracciabili tra le righe di alcuni libri, trattati o manifesti scritti da artisti, ricercatori e professori. Devo ammettere che l'insegnamento sarebbe un traguardo non da poco, spero di avere una grande pazienza e le condizioni anche economiche per continuare con il dottorato.

Quale potrebbe essere una tua ricetta per il settore culturale italiano?
Dopo questi anni di esperienza all'estero ho un quadro abbastanza completo delle politiche culturali europee nel settore delle arti performative. È vero! Sto formulando una mia personale ricetta. Gli ingredienti in Italia ci sono tutti! Bisognerebbe dare un contributo concreto alla composizione di un piano che regoli le ambizioni del pubblico e le esigenze artistiche partecipando con le istituzioni.

L'arte in generale, sinonimo di cultura, quali valori implica nella società odierna?
L'arte è un'operazione dell'uomo quindi condivide tutti i valori che sono vantaggiosi alla società. Una, tra le tante considerazioni dell'arte è quella della definizione di una cultura. Il discorso è ben più ampio di queste mie poche parole ma le intenzioni artistiche non sono altro che un discorso attivo e continuo tra il mittente e il destinatario. Mantenere un equilibrio in questo rapporto è la grandissima ambizione dell'arte. La sua bellezza è riconoscibile con la terra e le storie delle differenti culture.

Chi sono gli altri artisti, incontrati nel tuo percorso, i quali ti hanno arricchito a livello formativo ma anche di pensiero?
Perché dare una spiegazione alla genesi! Ho incontrato molte persone in questi ventinove anni, tuttavia in pochi hanno permesso un ragionamento tale da crearmi delle risposte concrete. Allo stesso modo considero importanti tutti coloro che ho incrociato nell'ambito professionale e non. Forse è troppo presto per parlarne, non sono disposto a fare una classifica.

Giuseppe, che tipo di danza contemporanea prediligi? Se ti capita di andare a teatro ad assistere ad uno spettacolo, cosa scegli?
C'è uno stimato studioso italiano che considera la diffusione della danza odierna divisa in tre grandi filoni. Il primo porta addosso il peso di una rappresentazione storica che non ci appartiene più, tuttavia ci affascina per la sua grandiosità; la corrente di mezzo tenta un cambiamento formale pur restando tra i canoni estetici della danza accademica; il terzo è l'incontrollabile sconfinato. Non si può prediligere il terzo se non si è apprezzato il primo!

Credi sia fondamentale per un coreografo aver avuto esperienza, prima, di danzatore?
Non credo che sia una prerogativa indispensabile, la coreografia compromette delle dinamiche di composizione diverse da quelle del danzatore. Tuttavia condivido con alcuni la tesi che l'esperienza da danzatore potrebbe essere un sostegno notevole per alcuni coreografi, specialmente in sala prove.

Come è nata la passione per la danza tanto da trasformarla in professione?
Il desiderio della danza è nato in maniera molto semplice. Ballare mi diverte! Ho guidato il corpo ad una consapevolezza tale che qualsiasi tipo di tecnicismo mi fosse naturale. Benché la scelta di danzare sia stata presa senza molta consapevolezza, quella di farne una professione è stata una sfida. La condivisione con i coreografi, la definizione del mio carattere e la trasparenza dell'espressione sono risultati gli elementi che mi hanno permesso di continuare a danzare dopo il diploma conseguito presso la Scuola di Ballo del Teatro alla Scala di Milano. Chi mi conosce sa che tuttora è una sfida.

La Spagna come accoglie la danza contemporanea, com'è vissuta a livello sociale ed istituzionale?
La Spagna ha un pubblico molto disponibile ad accogliere qualsiasi forma di spettacolo, ciò permette una certa libertà nella programmazione dei teatri e degli eventi. Ho vissuto l'esperienza di Duato che ha diretto la Compagnia Nazionale per circa vent'anni, il coordinamento aveva molte lacune ma altrettanti privilegi! Adesso come in tutti i Paesi europei c'è trasparenza nelle istituzioni e l'esigenza di alcuni colleghi spagnoli è quella di definire un nuovo statuto degli artisti danzatori e coreografi che aderisca ai nostri tempi. Diciamo pure che in Italia, con i cambi di direzione e le nuove proposte, potremmo prendere la palla al balzo.

Qual è l'autentica emozione che regala l'arte della danza in ogni sua sfumatura?
Da danzatore direi che è come la costruzione di un castello di sabbia, la preparazione, l'impiego delle geometrie, la realizzazione in altezza e grandezza concorrono alla composizione di un progetto partecipativo in tutti i sensi. Tuttavia bisogna lasciarlo al pubblico e a volte una grande ondata indebolisce tutto il lavoro fatto. Fa parte del gioco, quando vedi la sabbia, sia la tentazione sia l'intrattenimento, anche se temporaneo, sono naturali! Da spettatore invece mi piace entrare in ritardo a teatro, poco prima del buio! Carico di tutto il frastuono della città, cerco di apprezzare il momento in cui da seduto riesco a godermi il buio neutralizzante prima dello spettacolo. È qualcosa di liberatorio! Tutti dovrebbero farci caso. Sostengo che l'autenticità risiede nella capacità individuale di disporsi alla danza.

Oggi dove tutto "fa danza ed è danza" credi che la vera differenza risieda nella memoria storica e nella professionalità qualitativa dell'artista?
Ho sentito dire che da una trentina d'anni siamo nel periodo in cui il corpo nella sua presenza e nella sua assenza, in quanto traccia, è la danza stessa. Oggi, se qualsiasi relazione con il corpo è danza, è compito della coreografia problematizzare o risolvere il progetto. Questa visione compromette tutta l'idea di movimento, di danza e la caratteristica effimera che abbiamo da sempre attribuito alla danza. Penso che la qualità dell'artista si dimostri anche dal suo operato nella vita. La memoria storica, come dicevo in una risposta precedente, è qualcosa che ci folgora e che ci appartiene ma non in maniera diretta. In maniera diretta proponiamo un progetto, un problema e lo risolviamo con tutti i mezzi a nostra disposizione. Risolverlo significa trovare un'autentica risposta, l'importante è la coerenza con la propria visione artistica.

Che tipo di evoluzione personale ed artistica hai avuto dopo la Scuola di Ballo scaligera?
Mi piace chiamarla "lotta nel fango". Mi sono sporcato il più possibile. Personalmente sono consapevole di molte scelte prese in passato. Ma ho raggiunto questa consapevolezza in ritardo rispetto all'istinto di cambiare. Forse è troppo presto per parlarne, non ne ho ancora i mezzi.

Per un artista cosa significa "arrivare" o "partire" dalla Scala di Milano?
Vivo in un meccanismo in cui la garanzia di una scuola con una grande storia ha il suo effetto. Mi è capitato di trovare numerose persone curiose dei miei anni passati a Milano. In effetti la Scuola di Ballo del Teatro alla Scala è un'istituzione e sono fiero di averne fatto parte. Sono grato dell'educazione e della formazione che ho avuto. Mi è stato insegnato ad approfondire un'arte nobile, a cercare una certa eleganza nel portamento ma anche a presentare un modello italiano.

Nel tuo percorso formativo, prima da allievo, poi da danzatore ed infine fondatore di una propria Compagnia, hai affrontato la danza mediante diverse declinazioni stilistiche. Cosa ti affascina, in senso lato, nel "teatro"?
La questione che mi affascina in particolar modo sono i meccanismi di comunicazione. Lo studio dei segni, la caratteristica di costruire dei significati, la ricerca di tracce che possano rimanere indelebili, sono degli studi che non finiscono mai e si correggono continuamente.

Quali quali sono state le maggiori difficoltà, non solo fisiche, nello scegliere lo studio della danza?
Le maggiori difficoltà sono legate alla condizione di scegliere una passione per professione: il rapporto si fortifica e si indebolisce costantemente. Lo studio della danza è strettamente legato alla percezione delle prestazioni fisiche, con il tempo si acquisiscono determinate caratteristiche e se ne perdono altre. Eppure non posso parlare di difficoltà senza menzionare i piaceri, primo fra tutti quello di vedere la mia famiglia emozionata e fiera dei miei traguardi.

Nel tuo repertorio, il ruolo che hai prediletto?
Nella danza contemporanea si tende a non parlare di ruolo, anche nel caso di un assolo o un passo a due di particolare importanza. Danzando o creando con un coreografo difficilmente mi definisco in un ruolo. Preferisco quando il coreografo sceglie di lavorare direttamente con me, pertanto si affida alla mia creatività. Il coreografo si dirige al danzatore con una apertura tale da disporsi francamente senza forzature. Tuttavia questa relazione è difficile nelle compagnie di repertorio, in cui solitamente i coreografi non conoscono i danzatori con cui lavoreranno.

Dal punto di vista professionale ti manca l'Italia?
Tantissimo!

Kor'sia si identifica sui principi delle arti figurative, della letteratura e del cinema, per trovare nuovi spunti di riflessione?
Sì, penso che sia importante studiare le regole della composizione e le teorie essenziali della percezione visiva. Le arti figurative, la letteratura e il cinema condividono la capacità di comunicare tramite l'organizzazione visiva di un concetto e lo scioglimento di una narrazione più o meno costruita.

Cosa accomuna te, Mattia e Antonio, come vi siete incontrati artisticamente?
Con Mattia e Antonio abbiamo condiviso gli ultimi quindici anni della nostra vita, dalla professione al legame affettivo. La complicità professionale è importantissima e l'affinità estetica, credo frutto della stessa educazione, si va rafforzando nonostante abbiamo seguito influenze artistiche differenti. Fondamentale è la concezione di gruppo di lavoro, crediamo che l'individualità tende a dimostrarsi limitante a volte. Nonostante è necessaria la solitudine per la creazione, la condivisione in gruppo permette di approfondire un lavoro in maniera più chiara e specifica su più livelli.

Chi sono i veri "ricercatori della danza", oggi?
I ricercatori della danza sono quelle figure che si occupano di intrufolarsi nella storia per creare collegamenti, organizzare idee, stipulare ipotesi di pensiero. Ho sempre pensato che l'ambizione dei ricercatori fosse quella di anticipare le nuove tendenze, adesso sono convinto del fatto che con la ricerca si acquisisce una competenza tale da poter immaginare le necessità della danza, tuttavia le correnti artistiche scoppiano con una velocità tale che è imprevedibile anticiparle. Il lavoro del ricercatore dovrebbe essere stimolato economicamente dalle istituzioni, dagli enti lirici e da tutte le realtà che si alimentano dalla danza.

Quanto è importante, a tuo avviso, salvaguardare le radici e le tradizioni storiche di un popolo?
Una volta ho sentito affermare da un agricoltore che le tradizioni non sono quello che conserviamo bensì quello che vogliamo rinnovare, pertanto sono molto più contemporanee di quello che immaginiamo. Mi sono detto che è curiosa la considerazione di uno che smuove continuamente la stessa terra! Ecco, credo che avesse proprio ragione!

A tuo avviso che ruolo gioco nella società odierna la didattica del ritmo e del movimento? Quanto è importante ascoltare il proprio corpo al di là dell'estetica?
Oggi la conoscenza del proprio corpo sembra essere il desiderio per eccellenza. Un danzatore direbbe che ascoltare il proprio corpo è fondamentale tuttavia si deve esigere sempre un po' di più. Mi piace la parola ritmo perché è quella condizione che crea nel movimento una pausa. Con Claudia Castellucci abbiamo studiato a fondo questo concetto e credo che ascoltare il proprio ritmo significa proprio stare in quel momento di pausa prima di lanciare un movimento. La tensione che si viene a creare è come quella del chiasmo nella scultura. Basta osservare il Discobolo o il David per capire a cosa mi riferisco. Per la nostra conformazione potremmo mai andare al di là dell'estetica?

Gli antichi greci hanno inventato e praticato una forma pura di danza, tanto avanzata da non poter essere riprodotta dopo. Nessun'altra società ha posto la danza su un livello così alto. Perché invece ai giorni nostri rimane sempre la "Cenerentola" delle arti?
Tantissime esperienze possono essere considerate pura danza. I Greci avevano una predisposizione al ragionamento che gli ha permesso di identificare la danza con innumerevoli metafore. Mi viene in mente L'anima e la danza di Paul Valery. Tutti quelli che, senza ragionamento, sono interessati a voler afferrare la definizione della danza dovrebbero leggere questo libro.

Tra tutti i libri che hai letto per diletto o per studio a quali sei più affezionato?
"Così parlò Zarathustra" è il libro a cui sono più affezionato.

Come sei entrato nella "Compañia Nacional de Danza"?
Ero a poche settimane dal diploma dell'ottavo corso, i tempi erano stretti e non avevo ancora trovato lavoro. Madrid mi era sembrata una città bellissima e ho subito avuto una buona intesa con i maître. Ho conosciuto la compagnia spagnola grazie ad una gita organizzata lo stesso anno dalla Scuola di Ballo. Di primo impatto sono rimasto folgorato dalla musicalità delle coreografie e dalla bravura dei danzatori. Negli anni spagnoli ho avuto non solo l'opportunità di ballare tutto il repertorio di Duato ma anche di conoscere i coreografi contemporanei più ambiti. Devo ammettere che come primo lavoro sono stato molto fortunato e questa esperienza mi ha segnato, facendomi girare i grandi teatri di tutto il mondo. La compagnia viaggiava in tutti i continenti a volte per tournée che duravano mesi. Nacho era sempre presente e disponibile, io fin dall'inizio osservavo le prove dei danzatori più grandi per capire come venivano diretti dal coreografo.

L'incontro con Olivier Dubois, enfant prodige della danza francese, dove ritrovi in lui il "genio"?
Olivier è diventato un grande amico, abbiamo condiviso poco tempo insieme ma da subito ho capito che ci fosse del genio in lui. Il primo incontro è stato a Bologna per Prêt-a-Baiser, tramite audizione. Le prove si svolgevano secondo delle conversazioni lunghissime e lo studio della musica (Le Sacre du printemps, Igor Stravinsky). Lo spettacolo prevedeva un bacio, lungo trentacinque minuti, come rappresentazione del lavoro dell'artista sull'opera d'arte. La capacità di riformulare, tramite l'espediente fisico, il simbolo della creazione, è stato uno dei punti fondamentali che mi ha incuriosito di Dubois. Per me è stato interessante partecipare e condividere con lui parte della creazione. Seguo con molto interesse le sue nuove creazioni e credo che sia chiara la sua direzione con la danza: stabilire una struttura e distruggerla con grande stile.

Ti sei laureato con una tesi in drammaturgia sulla concezione di "tempo" applicato al teatro contemporaneo. In sintesi qual è la tua visione di "tempo" e perché la scelta di questo tema?
La principale considerazione nella filosofia antica definisce il tempo come "ordine oggettivo misurabile del movimento". Da questa filosofia emergono due punti di riferimento principali: da un lato quello cosmologico, nel caso della filosofia pitagorica, in cui il tempo è interpretato come ordine; dall'altro quello metafisico, nel caso di Platone, dove il tempo è concepito come immagine mobile dell'eternità. L'approfondimento di questo tema è stato fondamentale per donare all'analisi di un progetto coreografico un cambio di prospettiva. Solitamente siamo indotti a pensare che è il corpo a creare movimento, tuttavia la condizione del tempo e la definizione di durata è una forma di movimento altrettanto importante. Nell'ambito del teatro e della danza la considerazione del tempo drammaturgico e il ritmo ai fini di uno spettacolo sono, tra gli altri, gli elementi che concorrono alla buona riuscita dell'evento.

Hai fatto parte anche della storica "Socìetas Raffaello Sanzio". Dove risiede la loro forza e il loro biglietto da visita?
Socìetas è stata per me una tappa importante. Ho avuto modo di condividere con questo gruppo anni ricchi di emozioni. Ho condiviso con Claudia Castellucci momenti di studio, viaggi professionali, costruzione di spettacoli accompagnati da momenti conviviali. La forza di questo gruppo sta nell'umiltà e nell'autenticità. Credo che sia importante conoscere persone di questo stampo almeno una volta nella vita. Indelebile sarà per me anche un discorso di Romeo in occasione di un evento a Bologna dedicato ad un giovane artista ignoto.

Il tuo lavoro di drammaturgo e divulgatore, all'interno di Kor'sia in cosa consiste nello specifico?
La definizione di drammaturgo in danza è ancora da regolare, pertanto mi cimento in maniera attiva per sperimentare sul piano pratico questa figura. Un drammaturgo si occupa sostanzialmente di rendere chiaro il pensiero di un coreografo e di aiutarlo a sviluppare, secondo un filo conduttore che non si incastri nei meandri delle esperienze personali, un significato accessibile a molti. Ai fini di uno spettacolo è importante che si scelga il pubblico cui dirigersi, fare questa scelta significa studiare le tecniche adatte alla comunicazione in-diretta del proprio soggetto. Da questa prospettiva, il teatro potrebbe essere paragonato alla pubblicità molto più che alla pittura e alla poesia. Data la complessità di far emergere un "prodotto" che risulti semplice, coinvolgente e appetibile un coreografo attinge alle esperienze di composizione del drammaturgo.

La cinesica studia il comportamento umano non verbale, relativo in particolare alla gestualità e alle espressioni del viso. L'obiettivo di questa disciplina è intuire nelle altre persone, leggendo tra le righe, quali siano i loro sentimenti. Le differenze culturali, secondo questa tesi, sono fondamentali nel comprendere al meglio lo sviluppo di ogni movimento e gesto per poi trarne una singola ed efficace lettura. Così avviene anche nella danza o pensi sia un discorso più universale?
Questo è uno degli argomenti al quale sto investigando per la mia ricerca a Parigi. In particolare sto studiando in un determinato periodo storico il potenziale del gesto nella danza come la valvola di sfogo per la realizzazione dell'immaginario comune. Le movenze e gli atteggiamenti del corpo sono stati studiati da molti artisti come elementi della cultura corrente e come ideali estetici per caratterizzare un momento storico preciso. Questo evidentemente compromette la creazione artistica e la intreccia a molteplici discipline anche non artistiche. Un argomento non da poco! Comunque sono presenti in alcuni trattati antichi degli indizi abbastanza importanti e le basi di questo studio permettono un buon avanzamento dell'argomento.

Quali sono i progetti futuri della vostra compagnia Kor'sia?
Adesso ci aspetta un periodo di tournée a Pisa, Milano, Roma, Lanzarote, Bordeaux, Wiesbaden, Berna e Tel Aviv. Saremo impegnati per tutto il 2018 alla creazione di uno spettacolo intitolato "Human". Aspettiamo di vedere cosa ci riserva il futuro, per adesso siamo fieri di come si è costituito il gruppo e di come le cose avanzano anche in Italia.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Venerdì, 13 Aprile 2018 07:30

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