mercoledì, 25 aprile, 2018
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INTERVISTA a DANIELE NINARELLO - di Michele Olivieri

Daniele Ninarello. Foto Viola Berlanda Daniele Ninarello. Foto Viola Berlanda

Daniele Ninarello dopo aver frequentato la Rotterdam Dance Academy danza con svariati coreografi internazionali tra cui Bruno Listopad, Barbara Altissimo, Meekers Uitgesprokendans, Virgilio Sieni, Sidi Larbi Cherkaoui. Dal 2007 porta avanti una propria ricerca coreografica e di movimento e presenta le sue creazioni in diversi festival nazionali ed internazionali. Dal 2010 le sue produzioni entrano a far parte della rete Anticorpi Explo in Italia e successivamente all'estero grazie ai progetti Les Repérages e Dance Roads sostenuto da Mosaico Danza/Festival Interplay. Nel 2010 porta avanti la sua ricerca nel progetto Transforme con il sostegno di Festival Insoliti, sotto la direzione artistica di Miryam Gourfink alla Fondation Royaumont, esplorando la relazione tra danza, musica, video, e l'ausilio di nuove tecnologie insieme al compositore Daniel Zea, e collabora come coreografo nel Collettivo Burak a Spazi per la Danza Contemporanea. Nel 2012 si aggiudica la menzione DNA Romaeuropa Festival, viene selezionato per partecipare al progetto internazionale Residenza in Sharing con i centri TROIS–CL e TanzTendenz di Monaco, ed inizia una collaborazione come danzatore con la compagnia EASTMAN – Sidi Larbi Cherkaoui. Man Size è presentato nello stesso anno a Charleroi per Les Reperages e selezionato insieme a Non(leg)azioni per il CDC- Les Hivernales Avignon 2011 100% Danse "Quand les régions s'en mêlent...". Sempre nel 2012 il Centro de Documentação e Pesquisa em Dança di Rio de Janeiro(BR) lo invita per una co-creazione con Ricardo Ambrózio, danzatore di Ultima Vez, con cui crea Many finalista al Premio Equilibrio 2013. Il 2013 è l'anno in cui fonda, insieme alla danzatrice Marta Ciappina, l'Associazione CodedUomo con la finalità di diffondere e promuovere il suo lavoro di ricerca in Italia e all'estero. Le produzioni sono possibili grazie ad un costante lavoro di relazione con le migliori realtà coreutiche del panorama europeo. Negli anni l'Associazione si è distinta per la capacità di costruire reti con partner produttivi e di residenze, per la capacità di distribuzione dei propri lavori a livello nazionale e internazionale, per la capacità progettuale e la creazione di laboratori atti a creare reti di scambio tra artisti ed enti artistici. Rock Rose WoW è la prima creazione firmata dalla Compagnia, che dopo aver ricevuto il sostegno di Movin' Up 2012 II sessione per la residenza estera presso Tanztendenz Munchen, vince il bando "Teatro del Tempo Presente" promosso dalla Fondazione LIVE-Piemonte Dal Vivo e dal Mibact. Viene inoltre selezionato dal Festival di Avignone e dalla Pro Helvetia per partecipare a un importante progetto di formazione a luglio 2014, promosso dalla Direzione Generale per lo Spettacolo dal Vivo del Mibact. Danza a fianco di musicisti e compositori di fama internazionale tra cui Kai Gleusteen, Ezio Bosso, Dan Kinzelman, Francesco Romano, Xenia Ensemble, Adriano De Micco. Kudoku, produzione 2016 realizzata insieme al musicista Dan Kinzelman, debutta al Festival internazionale di danza contemporanea della Biennale Danza di Venezia 10, e successivamente selezionato per AEROWAVES TWENTY17, per NID Platform 2017 e per il Rencontres Choreographiques - Seine Saint Denis, Francia. STILL, la nuova produzione, ha debuttato il 25 maggio 2017 all'interno del Festival Interplay di Torino. Fa parte di un progetto più ampio "STILL Body Experience with Digital Brain" che vince il bando ORA! linguaggi contemporanei_produzioni innovative" della Compagnia di San Paolo". Negli ultimi anni collabora come docente con centri nazionali e internazionali tra cui citiamo il Balletto Teatro Torino "Master formazione danza contemporanea", il M.A.S. di Milano, Accademia Nazionale di Danza (RM), Casa dello Spettacolo di Pomezia (RM), Almadanza Professional Programme di Bologna, il Balletto dell'Esperia. Nel 2017 con il progetto "Cubita" curato da Elisa Vaccarino, viene invitato a creare una coreografia per la Compagnia Persona di Sandra Rami a l'Havana, e successivamente è coreografo ospite al Centro di Creazione Coreografica Internazionale Dantzagunea dove crea LEAD per la compagnia Dantzaz. A novembre 2017 è invitato da Virgilio Sieni per il secondo anno consecutivo al festival "La Democrazia del Corpo" per condividere con danzatori professionisti, selezionati tramite call nazionale, un percorso mirato a una creazione site specific intitolata "Primitive Accomodation". Nel 2018 è invitato come docente e coreografo ospite al Balletto di Roma, al Centro di Alta Formazione per la Danza "ArteMente" di Milano, University of the Arts di Amsterdam, per condividere la sua ricerca e produrre una nuova creazione con gli studenti del terzo anno di Modern Dance Theatre, al Beijing Dance Festival LDTX per cinque giorni di formazione e per il progetto Meteore Coreografiche a Messina. Nel triennio 2018-2020 sarà docente ospite di DA.RE Dance Research progetto di Adriana Borriello, e coreografo ospite per la compagnia EgriBiancoDanza di Torino.

Ciao Daniele, iniziamo indagando sulla scoperta della danza, da parte tua, e della necessità di esprimerti mediante il linguaggio del corpo?
Scoprii la danza molto presto, all'età di sei anni quando incontrai la danza classica accademica in una scuola di provincia torinese. È stata da subito una forte necessità quella di danzare, lo facevo in continuazione, a casa e a scuola, era come se non riuscissi a stare fermo in alcun posto. Furono i miei genitori a introdurmi al ballo, ad assecondare questa mia tendenza creativa, sono molto grato a loro per questo.

Quali sono i ricordi più belli legati ai primi insegnamenti, alle prime emozioni in palcoscenico... Come si è creata ed evoluta poi la passione tanto da trasformarla in una professione di successo?
Durante i primi anni di studio, dai sei agli undici anni per l'esattezza, ricordo quanto fosse importante per me il rigore e la disciplina che la danza mi chiedeva. Ad otto anni ho ricevuto in regalo il mio primo libro di storia della danza e mi misi subito a leggerlo con grande passione. In studio ricordo che il tempo si fermava, quell'appuntamento settimanale lo attendevo con desiderio acceso. Ricordo chiaramente che amavo già all'epoca la scena, il palcoscenico, le prove. Dagli undici anni fino ai diciotto poi la vita mi ha portato a fare altro, sono passato per il calcio, le arti marziali, lo studio delle percussioni e della musica, l'arte della bandiera. Con gli studi universitari a Torino mi sono nuovamente avvicinato al teatro e con esso al movimento e alla danza. Ho incontrato il lavoro di Doriana Crema, Paola Bianchi, Barbara Altissimo, Living Theatre e Odin Teatre per ritornare poi definitivamente alla danza, ricominciando gli studi della tecnica classica e tutte le altre discipline. La passione si svelò da sé e nonostante tutte le difficoltà che si aprivano era chiaro, per me, sempre di più che avrei dedicato la mia vita alla ricerca artistica attraverso il corpo.

Le esperienze maturate fino ad oggi in importanti festival nazionali ed internazionali, in quale modo ti hanno arricchito non solo a livello artistico ma anche prettamente su quello umano?
Sono esperienze che ti portano ad incontrare molte persone in contesti anche assai diversi tra loro e questo per me è motore di cambiamento. Il confronto costante con modi diversi di intendere la danza, altre culture e paesi con dinamiche differenti a quelle in cui mi sono formato e hanno influenzato il mio fare ricerca, la qualità del tempo che dedico agli incontri, alle riflessioni e allo studio, arricchendo la mia capacità di coltivare i rapporti e di conseguenza spero le mie competenze per lavorare insieme agli altri.

Cosa ti ha spinto a lasciare l'Italia?
L'occasione di entrare alla "Rotterdam Dance Academy".

Com'è nata poi l'esigenza di creare un qualcosa di tuo?
La spinta a creare è nata insieme al desiderio di danzare. Ho sempre dedicato tempo a costruire partiture coreografiche o a ideare performance. Nel tempo questa tendenza è diventata più importante, come una urgenza.

Quando hai iniziato la formazione coltivavi già l'idea di professare poi l'arte della coreografia?
Il desiderio di scrivere coreografie si è reso più visibile quando ricominciai a studiare teatro e danza negli anni dell'università, all'epoca già accadevano moltissime coreografie nella mia testa. A volte chiedevo ai compagni di studio di fermarsi più tempo in sala dopo le lezioni per esplorare insieme qualche idea. A Torino in quegli anni creavo piccole performance e improvvisazioni da esporre in contesti urbani e in luoghi non convenzionali.

Da dove trai ispirazione per le tue creazioni e performance?
Quasi sempre tutto nasce da un'intuizione, mi affido molto all'intuito nel mio lavoro. A volte delle immagini, dei brani musicali, dei quadri. Leggo molti saggi di filosofia e mi interesso alla cosmologia. Quasi sempre succede che da dentro viene a galla una domanda alla quale non so rispondere, e questo mi spinge a guardare in profondità, a cercare un'origine, ad apprendere da me stesso e quindi a creare. Così come il bisogno di trasformare qualcosa di personale che genera riflessioni a catena, considerazioni, scritti e disegni sparsi che poi confluiscono nella ricerca e nella creazione.

C'è un filo che lega i tuoi lavori oppure ognuno si distacca dall'altro senza continuità di pensiero?
Sino ad oggi ho sempre operato intorno al tema del disorientamento, è questo ciò che mi interessa maggiormente. Creare composizioni coreografiche che orientino i corpi, dare vita a spazi emotivi in cui si condensa una legge invisibile che li mette in relazione, che li muove. Mi interessa che tra i corpi si renda palpabile il problema, quello che sono chiamati a risolvere. Ho sempre utilizzato la composizione istantanea e nel tempo ho compreso che la mia necessità era quella di generare, attraverso il movimento, delle trasformazioni, corporee e visive. Posso affermare quindi che ciò che concilia e unisce i miei lavori è la dimensione ritualistica che assumono. Oggi i miei lavori sono costruiti attraverso pratiche anatomiche che si dispiegano in pratiche compositive.

Come ti poni a livello musicale nella creazione?
La composizione musicale ha sempre avuto una centrale importanza per me, sin dai primi esperimenti coreografici mi sono interessato ad investigare la relazione tra suono e movimento, tra musicalità e risonanze anatomiche. Negli anni ho avuto la possibilità di lavorare a fianco di musicisti e compositori internazionali, tra gli altri Kai Gleusteen, Ezio Bosso, Francesco Romano, Adriano De Micco, Xenia Ensamble, Dan Kinzelman, tutte collaborazioni che hanno affinato e nutrito profondamente in maniera specifica l'identità di questa relazione nelle mie creazioni. Sono affascinato dall'empatia che scorre fra il suono e il movimento, scoprire come uno influenza l'altro fino al punto in cui sia possibile generare un unico corpo, sonoro e fisico, senza qualificare quale dei due viene prima. Con Dan Kinzelman, musicista e compositore con cui attualmente collaboro per le mie creazioni, ho trovato una perfetta sintonia nel tradurre questi aspetti. Oggi mi interessa che la composizione musicale sia attraversata come si attraversa una coreografia, che sia tempestata degli stessi elementi che compongono la pratica corporea e quindi compositiva, un vero e proprio campo di indizi che orientino la performance del corpo, uno spazio denso e quasi tangibile.

Quanto gioca la ricerca sulle potenzialità del corpo e della sua organicità piuttosto che sulla narrazione?
A mio avviso moltissimo. Oggi i miei lavori si costruiscono di pratiche anatomiche che si dispiegano in pratiche compositive. La ricerca di movimento può condurre alla creazione di sintesi esaustive. Un corpo informato dalla ricerca in questione si consegna al dispositivo coreografico con molte più possibilità creative, contribuisce al suo sviluppo proprio a partire dal corpo. È come un costante dialogo tra micro struttura e macro struttura, l'una informa l'altra costantemente, dal corpo allo spazio. La ricerca che applico al movimento e al corpo costituisce poi a tutti gli effetti un fondamento drammaturgico che informa poi quello coreografico, e in questo sono stati e sono tuttora fondamentali le collaborazioni con i dramaturg con i quali da qualche anno collaboro, come Carlotta Scioldo, Enrico Pitozzi, Gaia Clotilde Chernetich.

Un tuo ricordo per il periodo svolto al fianco di Virgilio Sieni. Come è stato lavorare con lui?
Il periodo di creazione e di tour internazionale de "La Natura delle Cose", tra gli altri è un ricordo ancora vivo in me, che conservo con affetto. Un'esperienza ricca e magica piena di gratificazione. Un lavoro intenso e molto complesso, dal punto di vista artistico e umano. Devo sicuramente molto agli anni passati in compagnia con Virgilio Sieni.

Ogni coreografo ha un suo stile ben definito e riconoscibile. Come ti piacerebbe fosse definito il tuo?
Forse Mantrico. Nel 2015 all'Università degli studi di Torino, Martina Tomaino discuteva una tesi dal titolo: "Anatomic way to find a way, L'arte e la coreografia di Daniele Ninarello". Credo sintetizzi bene il senso del mio lavoro.

Cosa ha reso speciale ai tuoi occhi il periodo trascorso alla "Rotterdam Dance Academy"?
Gli incontri e le amicizie, la possibilità di studiare con molti artisti e al contempo sentirsi immerso in una dimensione professionale. In quegli anni ho avuto la possibilità di vedere moltissimi spettacoli e di conoscere artisti che hanno sicuramente influenzato il mio percorso.

Come ti sei approcciato all'esplorazione della complessa relazione che intercorre tra danza, musica, e video?
In un primo momento utilizzavo la dimensione sonora da un punto di vista sensoriale, come se la musica potesse tradurre un certo stato emotivo, le percezioni stesse del corpo. Mi servivo del suono per creare uno spazio emotivo, suggestivo. Ho sempre lavorato con musicisti e compositori ai quali affidavo l'intera partitura musicale delle mie creazioni. Sono passato poi a sperimentare l'uso di software e nuove tecnologie per la creazione di bio feedback. In questo modo si generava un elemento altro ed esterno al corpo ma proveniente dal corpo stesso e dal suo movimento. Nel 2010 alla Royaumont Abbey, ho avuto la possibilità di sperimentare l'unione tra danza musica e video sempre grazie all'uso di sensori che captavano movimenti e immagini e li riorganizzavano in tempo reale durante la performance. La ricerca di quegli anni mi ha permesso di identificare meglio la maniera in cui oggi tratto tutti questi elementi.

Quanto è fondamentale la tecnologia nel tuo lavoro d'artista?
Nel 2010 grazie al sostegno del Festival Insoliti, ho preso parte al progetto TRANSFORME diretto da Miriam Gourfink alla Royaumont Abbey. In quella occasione ho avuto un anno di tempo per affiancare alla mia ricerca sul movimento l'utilizzo delle nuove tecnologie. È stato un percorso importante che ha reso determinanti alcuni dettagli della mia poetica proprio perché ho potuto ricercare a lungo sulla percezione, sul movimento autentico, e sulla possibilità di avere un feedback esterno al corpo in tempo reale. Lavorando sul disorientamento come tema portante nel mio percorso artistico, l'apporto di questi strumenti ha generato profonde riflessioni e cambiamenti. L'uso della tecnologia è ritornato a far parte del mio lavoro grazie a STILL Body Experience With Digital Brain, un progetto che nel 2017 ha vinto il bando ORA! LINGUAGGI CONTEMPORANEI PRODUZIONI INNOVATIVE della Compagnia di San Paolo, in collaborazione con Emanuele Lomello | Interaction Designer, Gigi Piana | Visual Artist e la Nuova Accademia di Belle arti di Milano. All'interno di questo progetto nasce STILL l'ultima creazione in tour, dove ho potuto sperimentare, affiancato da Emanuele Lomello, l'utilizzo di sistemi interattivi i quali han fornito dati che sono poi confluiti nella partitura musicale creata da Dan Kinzelman, e che sono serviti proprio a fare dell'elemento suono, un percorso energetico capace di guidare l'evoluzione dei danzatori. In questo senso è stato dunque fondamentale l'utilizzo della tecnologia in quanto elemento drammaturgico interno al lavoro, dove però reputo tutti gli elementi fondamentali quasi in egual misura. La luce e il suono sono per me elementi coreografici, esattamente come lo sono i corpi, che restano chiaramente l'elemento centrale da cui tutto parte e verso cui tutto ritorna sempre, a mio avviso.

Parlami della collaborazione nelle vesti di danzatore presso la compagnia "Eastman, Sidi Larbi Cherkaoui"?
Ho danzato nella sua pièce "Puzzle", per la quale mi chiese di sostituire un danzatore. Così imparai molto velocemente lo spettacolo negli studi di Anversa. Una creazione complessa, condotta da un lavoro dettagliato e preciso. Lo ricordo come un periodo davvero intenso, ricco di stimoli. È stata sicuramente un'esperienza molto importante per il mio percorso di danzatore, soprattutto per l'occasione di sondare un territorio coreografico che ancora non avevo conosciuto, in una dimensione ampia e con una compagnia numerosa. Mi ha entusiasmato poter danzare con musicisti, cantanti e danzatori incredibili.

Quali sono stati i momenti che ti hanno particolarmente contraddistinto o per meglio dire gratificato fino ad oggi?
Gli spettacoli in cui ho danzato dal primo all'ultimo. Le sfide a fianco dei coreografi per cui ho lavorato, il confronto con i numerosi e incredibili interpreti che mi hanno affiancato. Le audizioni superate. I debutti dei miei lavori, dalla vetrina Anticorpi Xl con Man Size, le piazze internazionali, alla Biennale di Venezia. Sono stati gratificanti i riconoscimenti dei miei collaboratori negli anni, della critica e del pubblico che ha seguito fin qui i miei lavori. I debutti internazionali di Aerowaves lo scorso anno e dei Rencontres Chorégraphiques internationales de Seine-Saint-Denis. Il momento post debutto di STILL, in cui ho visto negli occhi dei danzatori molta soddisfazione, e il desiderio di ricominciare e rivivere da capo il processo della creazione.

Chi sono i tuoi maestri ideali del presente o del lontano passato?
Trisha Brown, William Forsythe, Steve Paxton, Anna Halprin, Keersmaeker, Meg Stuart.

Cosa significa "bellezza"?
La percezione di armonia.

La danza e l'arte in generale cosa racchiude di così affascinante e al contempo imprescindibile?
L'invisibile.

Qual è la coreografia che più hai amato nel tuo repertorio di danzatore?
"La Natura Delle Cose" di Virgilio Sieni.

Dirigi una compagnia che porta il tuo nome, cosa vuol dire per un coreografo poter lavorare con un gruppo stabile di ballerini?
Quest'ultimo anno di lavoro si è direzionato proprio nella volontà di creare un team di lavoro stabile e continuativo. Non solo nella collaborazione con gli artisti ma anche con chi si occupa di tutti gli aspetti della produzione e dell'organizzazione. Nel mio lavoro è fondamentale l'empatia fra i corpi, e questa si crea con il tempo, attraverso percorsi condivisi prolungati. Significa avere la possibilità di approfondire sempre di più la direzione della mia ricerca collaborando con danzatori che comprendono e alimentano il mio linguaggio, interessati a sfidarsi costantemente in territori sconosciuti. Significa costruire un organico in cui ogni collaboratore è messo nelle condizioni di fare bene il proprio lavoro, e questo è possibile solo operando attraverso un dialogo costante verso un obiettivo in comune, che rende tutti partecipi.

Andando indietro negli anni e aprendo i libri sulla storia della danza qual è il ballerino/a del passato a cui guardi con stupore e perché?
Nizinskij, per il suo coraggio di spalancarsi al mondo.

Nelle vesti di spettatore, in quale spettacolo di danza del grande repertorio e di quello contemporaneo, hai provato maggior entusiasmo?
Sono svariati gli spettacoli che mi hanno molto entusiasmato, mi permetto di citarne tre: Opal Loop e Set and Reset di Trisha Brown, e Violet di Meg Stuart.

Come ti poni nei confronti della danza classica accademica?
La danza Classica accademica è stata importante durante la mia formazione, dopo i primi insegnanti dei primi anni, ho avuto la fortuna di incontrare maestri come Angela Mugnai e Maria Rosa Villoresi, che hanno creduto in me e illuminato il mio sguardo su questa disciplina. Da allora ho potuto tracciare tutte le dovute connessioni con le altre discipline a cui mi approcciavo. La danza classica per me è stato uno strumento utile per affrontare ciò in cui mi sono imbattuto. Sicuramente ancora oggi esistono in me tracce e segni di ciò che ho appreso allora, che accompagnano il mio training, il mio pensare e ricercare nel movimento. In questo osservo il corpo come il più grande archivio che abbiamo a disposizione, dove trovare gli strumenti di cui necessitiamo.

Per un coreografo quanto è importante possedere un trascorso da esecutore?
Per me è stato sicuramente fondamentale. Il mio trascorso di danzatore mi ha insegnato a dedicami totalmente a tradurre il pensiero altrui, sempre entrando in contatto con una parte profonda di me, fortificando la mia identità e nello stesso tempo mi ha aiutato a comprendere cosa muoveva il mio impulso a creare attraverso il corpo. Essere stato dall'altra parte e dunque ricevere informazioni, veicolarle e tradurle, mi ha sicuramente permesso di riflettere molto sulle strategie di trasmissione dei materiali, dalle idee al movimento, fino alla restituzione attraverso una maniera spesso personale.

Cosa pensi della nuova scena contemporanea italiana?
Ci sono realtà molto interessanti e uniche fra loro, percepisco una volontà di resistere alle difficoltà, di dare più importanza alla ricerca per creare qualcosa di necessario. Percepisco una scena fertile, importante.

I colori, i costumi, il trucco e le scene che ruolo giocano nelle tue coreografie?
Mi piace curare ogni aspetto del lavoro. Il disegno luci che da anni nei miei lavori è firmato da Cristian Perria, è indispensabile e accompagna tutto il processo creativo. È importante che le luci riescano ad evocare e ad accompagnare il concetto che il lavoro in questione attraversa. Così per i costumi, nell'ultima produzione "Still" lo styling è stato curato da Ettore Lombardi che ha saputo restituire al lavoro ciò che stavo cercando in termine di colori e materiali, arricchendo e affinando le mie visioni.

Come ti poni nei confronti dei danzatori durante il tuo lavoro di coreografo, quale confronto instauri con gli esecutori delle tue idee?
Con i danzatori con cui lavoro e ho lavorato, cerco sempre di farli entrare il più possibile all'interno delle mie visioni. È necessario per me che si addentrino profondamente a loro modo, in ciò che sto attraversando in una determinata creazione. Condivido con loro tutti i materiali su cui lavoro, instauro un dialogo ricco di scambi e confronti, cercando di condurli il più possibile a vivere l'esperienza che voglio ricreare sulla scena con il corpo. Il mio lavoro sul corpo attraversa sfere della percezione molto intime per poi irradiarsi totalmente fuori, ciò che chiedo loro è di rinunciare all'ego, di lasciare che emerga la danza, il movimento che muove i corpi, e di farsi completamente attraversare. Ho la fortuna di lavorare e di aver lavorato con interpreti rari, eccezionali. Ad oggi affido le mie pratiche coreografiche ad interpreti come Marta Ciappina, danzatrice a mio avviso unica con cui collaboro da dieci anni, e Pablo Tapia Leyton, per me un'incredibile scoperta di quest'ultimo anno. Senza di loro il mio lavoro non esisterebbe.

Parlami del tuo prossimo futuro artistico?
Siamo appena tornati dalla Tunisia dove abbiamo presentato Still e Kudoku alla 4éme d'Art al Theatre National Tunisien. Reduci inoltre da un bellissimo debutto di Still alla Triennale Teatro dellArte di Milano. Quest'anno continueremo il tour internazionale con entrambi i lavori che saranno ospitati da diversi festival e stagioni passando per paesi come la Francia, Ungheria e Cina. Sarò impegnato in nuovi progetti formativi durante tutto l'anno in Italia, e a maggio sarò docente e coreografo ospite al Modern Dance Theatre department della Amsterdam University of Art dove sarò in produzione per una nuova creazione con alcuni studenti del terzo anno. Da giugno saremo in residenza per la nuova creazione della compagnia, Pastorale, presso il CCNR Rillieux-la-Pape diretto da Yuval Pick, coproduttore del lavoro grazie al progetto Sharing&Moving/International Residencies sostenuto dai partner Mosaico Danza/Interplay Festival e Fondazione Piemonte dal Vivo | Lavanderia a Vapore. La creazione sarà inoltre sostenuta dal Centro Nazionale di Produzione della Danza Scenario Pubblico/CZD e dal CSS di Bassano del Grappa, dove proseguiranno le residenze. Tra giugno e luglio sarò impegnato in una nuova creazione per la MM Contemporary Dance Company di Michele Merola, per il progetto Prove d'Autore XL promosso dalla Rete Anticorpi XL.

Sul tuo cammino professionale hai incontrato tante persone, chi ha lasciato un ricordo speciale, artisticamente parlando?
I primi insegnanti di quando ero bambino e quelli degli anni in accademia. Artisti che in tempi non sospetti hanno incoraggiato i miei desideri, come Doriana Crema e Barbara Altissimo. I compagni di formazione sia in Italia che all'estero, con alcuni ho stretto rapporti importanti anche lavorativi che sono durati nel tempo. Bruno Listopad coreografo e artista verso cui nutro profonda stima, con il quale firmai il mio primo contratto di performer. Ho ricordi molto belli che conservo con grande affetto del periodo di lavoro con Virgilio Sieni, sono molto affezionato ai danzatori che hanno vissuto con me quel percorso artistico. Artisti e danzatori, incontrati nelle diverse tournée, che non posso dimenticare. Infine i danzatori che hanno lavorato al mio fianco in questi anni. Sono immensamente grato a loro, nessuno escluso.

Che rapporto nutri con i luoghi e gli spazi della danza anche quelli non convenzionali?
Sin dagli inizi della mia carriera artistica ho sempre avuto la fortuna di danzare in luoghi diversissimi fra loro. Certamente un teatro ha dotazioni e disposizioni diverse da uno spazio non convenzionale come può essere un museo o una chiesa sconsacrata. Il teatro conserva per me qualcosa di arcaico che dona in alcuni casi alla performance una dimensione privilegiata, ma ci sono luoghi altri che permettono alla performance di unirsi in maniera unica con lo spettatore. Amo gli spazi museali ad esempio, in cui spesso mi è capitato di danzare, o le incursioni urbane dove non è realmente delineato lo spazio dell'azione e quello della fruizione. Ci sono lavori che ho creato esclusivamente per spazi teatrali ed altri che invece sono pronti a farsi smontare e rimontare per occasioni e spazi diversi. Ricordo con affetto una replica di Non(leg)azioni in una favelas di Rio de Janeiro, al termine della performance c'era parte del pubblico che danzava con me. È questo ciò che amo degli spazi non convenzionali, la possibilità di rinnovare, ripensare e riadattare un lavoro esclusivamente in base al luogo, di dover spesso accogliere all'interno del lavoro gli accadimenti che lo caratterizzano.

Per chi non l'avesse visto, come condensare in poche parole l'essenza dello spettacolo "Rock Rose WoW"?
Insistente, diaframmatico, ansioso, paura/coraggio, rituale.

Mentre dell'ultima tua produzione di successo "Still"?
Continuità, infinito, resistenza, apertura, dal nulla verso il nulla, rituale.

Che esperienza è stata quella alla Biennale di Venezia?
Decisiva e indimenticabile. Io e Dan Kinzelman, ormai fondamentale collaboratore, abbiamo debuttato il giorno di apertura della Biennale. Un'emozione intensa e intensa la gratitudine per quella occasione e per il nostro incontro artistico. Ne siamo usciti molto felici dal riscontro che Kudoku ha avuto in Biennale Danza.

Per un artista reputi sia necessario sapersi rinnovare o è meglio rimanere sempre fedeli al proprio stile e al proprio trascorso?
Il modo in cui creo è lo stesso con cui io mi relaziono con il mondo, e questo offre infinite possibilità di interazione. Per natura tendo ad andare in fondo a ciò che mi interessa sviluppare prima di trasformare e rinnovare. Credo sia certamente importante e necessario rinnovarsi, e credo sia possibile farlo pur rimanendo fedeli alle proprie modalità.

A tuo avviso Daniele, si possono scoprire ancora inediti linguaggi da applicare al movimento contemporaneo, quanto c'è da sperimentare e ricercare nuovamente?
La ricerca è fondamentale, se non vi è ricerca non si produce nuova conoscenza. Quando questa è mossa da un sincero interesse individuale, da un desiderio dell'artista di comprendere meglio la realtà in cui è immerso e che condivide inevitabilmente con gli altri, allora si sviluppa un linguaggio personale e quindi inedito. In questo senso l'artista svela o racconta in maniera nuova qualcosa che forse nuovo non è pur restando attuale e ancora necessario. Penso ai linguaggi come come in continua trasformazione, informati da un archivio del passato che a mio parere può ancora suggerire nuove intuizioni, nuove soluzioni di sviluppo.

Michele Olivieri

Ultima modifica il Martedì, 10 Aprile 2018 13:44

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